Le operazioni e i documenti strategici della Cassa depositi e prestiti, finanziata con i risparmi postali degli italiani, spiegano bene come la tendenza sia verso la creazione e il finanziamento di colossi privati. Con una visione a senso unico e controproducente, come nel caso dei rifiuti

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Estrattivismo e trasformazione dello stato (nella sua accezione di pubblico) disegnano i confini entro cui il dibattito si fa davvero interessante. Da un lato, si mettono in fila gli elementi che spiegano cosa va accadendo; dall’altro, si apre una riflessione su come rispondere a questa nuova fase tipicamente “estrattiva” del capitalismo. La contrapposizione tra privato e pubblico, tra mercato e stato, alla luce delle dinamiche in atto in realtà potrebbe risolversi una volta per tutte, come in un film di Tarantino, “per mancanza di attori”, per il semplice motivo che uno dei due contendenti nei fatti volontariamente si trasforma e prende le sembianze dell’altro, soccombendogli. Soccombendo il pubblico come sta accadendo in diversi settori, si ridisegnano infatti le relazioni sociali, di produzione, che danno forma al sistema economico capitalistico attuale.

Pubblico al servizio dei privati

In questo quadro di trasformazione del pubblico vale forse la pena utilizzare, per spiegarne le evoluzioni, la vicenda recente di Cassa depositi e prestiti (Cdp), l’ente completamente pubblico fino al 2003 che raccoglie il risparmio postale fin da metà ‘800. Un ente di credito per gli enti locali per finanziare investimenti nel pubblico a tasso agevolato. Dal 2003 la Cdp si trasforma in una Spa, detenuta al 70 per cento dal ministero del tesoro e al 30 per cento da decine fondazioni bacarie. Questa trasformazione ha così introdotto regole di mercato, finanziarie, alla stregua del settore privato, stravolgendo di fatto la natura stessa dell’istituto.Per comprendere il senso profondo e strutturale delle trasformazioni imposte dal modo estrattivista del capitalismo contemporaneo, e per arrivare all’analisi del ruolo di Cdp nel settore dei rifiuti nel nostro paese, ci tocca fare un salto nella Valle dell’Omo, in Etiopia. Non sembri eccessivo. Servirà infatti a comprendere quale trasformazione reale ha subito il più grande deposito di risparmi degli italiani.

Un salto in Etiopia

In Etiopia ormai da anni la più grande impresa italiana nel settore delle costruzioni, la Salini-Impregilo (tipico esempio di fusione/concentrazione), costruisce un sistema di dighe sul fiume Omo, mega progetti inseriti nel quadro della cooperazione italiana. Danni ambientali, sociali ed economici si sono moltiplicati e sovrapposti dando vita a quella che, secondo un dettagliato rapporto di Re:Common, non è forse esagerato definire una catastrofe umanitaria, con annesse operazioni governative di repressione nei confronti delle popolazioni e degli attivisti. Ebbene, leggendo il rapporto scopriamo che per la nuova e ultima (in ordine temporale) diga chiamata Gibe IV: «A metterci i soldi (pubblici) tornerà a essere la Sace, la nostra agenzia di credito all’export, che garantirà una copertura del rischio per 1,5 miliardi di euro». La Sace è una società controllata da Cassa depositi e prestiti e come indicato nel proprio sito «offre prodotti assicurativi e finanziari a sostegno di export e internazionalizzazione delle aziende italiane». Viene spontaneo chiedersi il senso di una operazione del genere che va sostanzialmente a favore della Salini-Impregilo e dei suoi azionisti, usando una massa impressionante di soldi pubblici ed esponendola a rischi notevoli. Ma questo è il vero volto della Cdp, con questo abbiamo a che fare (anzi, dovremmo davvero iniziare ad occuparcene seriamente).

Dalle mega-dighe ai rifiuti: estrarre profitto

La logica di fondo insomma è chiara. E la hanno chiara anche gli enti locali, principali destinatari fino a qualche tempo fa dei prestiti agevolati, che agevolati più non sono perché ancorati ai valori di mercato. La trasformazione di Cassa depositi e prestiti ha la caratteristica pervasiva della finanziarizzazione, del sostegno a investimenti tipicamente rivolti ad assecondare i processi di concentrazione. Non stupisce quindi che il contenuto del documento prodotto da Cdp nel 2014 dal titolo “Obiettivo Discarica Zero” (riproposto poi nel Rapporto sulla finanza locale del 2016) sia la cristallizzazione del punto di vista della finanza in materia di utilities, tra cui appunto i rifiuti. Già a partire dal titolo, emerge il subdolo linguaggio comune a quel settore industriale, che utilizza la vergogna delle discariche italiane come grimaldello per rilanciare l’incenerimento. Subdolo semplicemente perché pur incenerendo in via ipotetica il 100 per cento dei rifiuti prodotti avremmo comunque un 30 per cento del totale in ceneri post combustione da mandare in discarica. Incenerendo insomma, non si eliminano affatto le discariche. Entrare nello specifico della relazione di Cdp non è così semplice data la sua settorialità, ma è fondamentale per cogliere ogni sfumatura di un documento che punta sostanzialmente alla creazione di grandi soggetti, al rafforzamento finanziario degli esistenti, in un progressivo doppio movimento di verticalizzaione e concentrazione sia dell’assetto societario sia del ciclo dei rifiuti a livello nazionale. Vediamo come.

Il criterio dell’industrializzazione

Intanto chiarendo quale sia il punto di osservazione di Cdp, che interpreta l’attuale condizione del sistema di gestione dei rifiuti attraverso un concetto-cardine: il grado di maggiore o minore industrializzazione del ciclo dei rifiuti, con una scelta di campo netta in favore del primo scenario. Che cosa significa? Significa sostanzialmente l’adozione unilaterale e assoluta di una visione lineare del ciclo, che potremmo riassumere così: produzione-merci-rifiuti, cosa in assoluta contraddizione con la logica del recupero di materia e del riciclo. Industrializzazzione del ciclo significa dotarsi di una impiantistica pesante e rigida che necessita di flussi costanti di rifiuti in entrata: logica che è esattamente all’opposto di quella che punta alla riduzione dei rifiuti mediante il riutilizzo o il riciclo delle materie. Un inceneritore o un impianto di compostaggio della frazione umida differenziata finalizzato alla produzione di biogas o biometano hanno alla radice appunto questa rigidità, di solito avallata da generosi contratti tra i comuni o gli ambiti territoriali e i proprietari degli impianti. Il risultato è il mantenimento di percentuali di raccolta differenziata ben al di sotto delle percentuali possibili da raggiungere. Caso emblematico è la Lombardia, che ha una sovracapacità di incenerimento con una percentuale regionale di raccolta differenziata attorno al 60 per cento, dati 2015. O l’Umbria, dove ancora si ricorre alle sature discariche con percentuali di differenziata che solo negli ultimi due anni hanno cominciato a raggiungere valori decenti (sebbene le società di gestione tengano nascosti i dati sulla percentuale di riciclato effettivo ricavato dalla differenziata, vero indicatore della qualità del sistema di raccolta).

La trappola delle multiutilities

Ecco insomma chiariti gli intenti. Più o meno è tutto, anche se in realtà nel documento compaiono anche riferimenti più generali alle carenze di politiche di programmazione regionali e comunali. Fatto assolutamente vero. La politica ha ovviamente delle grandi responsabilità, ma abbiamo imparato ormai a convivere con un quadro generale delle forme assunte dal potere in cui la linea di comando vede all’apice l’economia. Le stesse grandi multiutilities nate dall’aggregazione di Comuni, vero feticcio di Cdp nella sua visione strategica sui rifiuti, sono diventate nei fatti soggetti autonomi, quotati in borsa, che sovrastano gli enti locali e li sovradeterminano nella pianificazione del sistema di gestione dei rifiuti, così come nell’idrico e nelle altre utilities. E così mentre si concentrano/fondono le società del settore, queste a loro volta vanno sempre più concentrando l’impiantistica di trattamento dei rifiuti, assumendo un posizione centrale e da cui diventa difficile, ma non impossibile, sganciarsi. È a queste multiutilities che Cdp guarda quando parla delle soluzioni al quadro frammentato del nostro paese in materia di gestione del ciclo dei rifiuti, quando immagina cioè le possibili forme di finanziamento degli investimenti per far fronte ad una presunta “carenza di infrastrutture”. La stessa Cdp, nel rilevare come la maggior parte dei finanziamenti sia fino ad oggi venuto dal prestito bancario, riporta come il 40 per cento degli investimenti sia andato all’incenerimento mentre solo il 24% all’impiantistica per il riciclo (che scoperta!), e che è stata la “solidità finanziaria” delle società a garantire i prestiti. Tradotto: le banche danno i soldi prevalentemente alle grandi multiutilities per realizzare mega impianti di incenerimento da cui le società traggono la gran parte dei profitti, mentre il pubblico non finanzia con la scusa “dell’attuale scenario di contrazione delle finanze pubbliche. A rimetterci solo le aziende piccole e a capitale interamente pubblico ovviamente. E allora cosa propone Cdp? «Favorire processi di aggregazione nel settore (…) potrebbe rappresentare un’ulteriore modalità per agevolare gli investimenti necessari a migliorare la dotazione infrastrutturale (vedi inceneritori ndr) del comparto». A questo aggiunge inoltre un’ultima spinta verso una piena finanziarizzazione: una volta favorita l’aggregazione, e quindi la privatizzazione, si crea un mercato appetibile ai così detti investitori di lungo termine, fondi pensione, assicurativi, sovrani e banche di sviluppo.

L’alternativa c’è

Cdp però, finge di non conoscere due elementi molto importanti e che vanno in assoluta e netta controtendenza rispetto alle sue visioni strategiche. Il primo: le migliori performance in materia di percentuali di raccolta differenziata, riciclato e minor costo della tariffa in Italia sono espresse da società interamente pubbliche: Contarina di Treviso, ad esempio. Secondo: nessuna legge, nemmeno europea, vieta che un servizio venga affidato direttamente, cioè senza gara pubblica, a società in house o ad aziende speciali. Queste ultime rimangono l’opzione più “controllabile” di aziende pubbliche, quelle in house, essendo spa, anche se non quotate, di fatto possono addurre ragioni di mercato per magari giustificare operazioni di cessione di rami d’azienda o semi privatizzazioni della gestione dei servizi. In generale però vediamo che è sola una questione di scelta. Perché Cdp non prende queste come visioni strategiche, mettendo il suo immenso capitale pubblico a disposizione? La risposta ce l’abbiamo, ma non possiamo nemmeno pensare che sia quella definitiva.

Un ruolo determinante possono averlo i territori e i movimenti che li animano se hanno la volontà di ragionare e agire non tanto e solo in difesa di qualcosa, ma nella costruzione di nuove ipotesi di controllo dal basso sui beni e servizi. Qui la sostanza, qui la complessità, qui la sfida.

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In copertina, un fotogramma di "Un americano a Roma", tratto da wikipedia
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Fabio Neri
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