La volontà, da sola, non basta a risolvere i problemi: chi soffre di disagi mentali ricorre allo psicofarmaco come strumento più breve per alleviare le sofferenze. È una strategia, però, di corto respiro. I risultati di un'indagine campionaria.

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Ugo Carlone

Spesso la prospettiva di chi assume psicofarmaci è sottovalutata nelle indagini su questo tema. Si parla di sostanze, case farmaceutiche, specialisti, medici; più di rado si analizza chi assume psicofarmaci, perché, che risultati ha ottenuto, se ne potrebbe fare a meno, che atteggiamento ha nei loro confronti chi li consuma, quali sono le dimensioni sottostanti e le sensazioni associate al loro utilizzo. Accanto ai nomi degli psicofarmaci, alle molecole, alla composizione chimica, alla posologia e agli effetti collaterali; accanto ai medici che li prescrivono, in modo più o meno appropriato, alle diagnosi, alla ricetta (rossa o libera); accanto ai farmacisti che li dispensano, recepiscono le richieste dei clienti, li ordinano dai fornitori e li immagazzinano; accanto a tutto ciò, c’è il paziente, la persona che materialmente li acquista, li assume, legge o non legge il bugiardino, conta gocce, spezza blister, prepara bicchieri d’acqua per ingoiare pasticche, a volte crea routine o rituali e poi magari si calma, o smette di piangere, o si arrabbia per non poter fare a meno di quelle sostanze, o pensa che siano inutili. E, prima ancora, prova sensazioni negative, malesseri, disagi collocati nella sua testa, difficili da mandare via. Quindi non solo accanto alle sostanze, ai medici e alla farmacie, ma anche prima e dopo di essi, perché il problema nasce nella persona e la cura avviene sempre nella stessa persona, in un cerchio che si chiude, con successo o meno.

In questo post presentiamo parte di una ricerca condotta da un gruppo dell’Università di Perugia, di cui sono stato componente, coordinato dal professor Ambrogio Santambrogio. Qui c’è la scheda del libro che ne è uscito (Psicofarmaci e quotidianità, per la Morlacchi Editore), con la possibilità di leggerne un estratto. Per quanto mi riguarda, mi sono occupato della rielaborazione dei questionari che abbiamo somministrato ad un campione di consumatori di psicofarmaci umbri, di cui in questo articolo sintetizzo i risultati. Individuare consumatori di psicofarmaci e far loro esprimere opinioni sulle sostanze che assumono non è facile: si tratta di carpire informazioni delicate, sensibili, far ricordare situazioni spiacevoli, obbligare individui che non stanno bene psichicamente a fare (di nuovo) i conti con il proprio disagio, a definirlo e a raccontarlo. Soggetti che possono essere, del tutto comprensibilmente, restii a narrare il proprio vissuto critico a ricercatori esterni, coinvolti solo nella misura in cui li considerano come casi da studiare. Perciò, si è deciso di coinvolgere i Medici di Medicina Generale (MMG) umbri, cioè i Medici di base, punto di contatto e snodo di estrema rilevanza anche per il consumo di psicofarmaci, chiedendo loro di far compilare un apposito questionario a un buon numero di pazienti assuntori di psicofarmaci. I questionari restituiti sono stati 187, i cui rispondenti sono omogeneamente distribuiti per sesso ed età. Un numero non elevatissimo, ma utile per poter individuare tendenze, opinioni e, in qualche caso, anche per operare utili incroci tra le variabili.
Sottolineo che si tratta di consumo di psicofarmaci in un contesto di normalità e quotidianità: parliamo cioè di persone non segnate da gravi disturbi patologici, ma che comunque si rivolgono alla medicina per risolvere problemi psichici che inficiano la vita di tutta i giorni. E parliamo di psicofarmaci intendendo con essi soprattutto gli antidepressivi (di vecchia o nuova generazione) e gli ansiolitici (principalmente benzodiazepine).

Fonte: http://torange.biz/Pills/

Foto: http://torange.biz/Pills/

I risultati della rilevazione

1) La maggioranza del campione assume sia ansiolitici sia antidepressivi (43,9%), il 36,7% solo antidepressivi e il 19,4% solo ansiolitici. Ne risulta che, guardando al totale delle risposte, l’80,6% assume antidepressivi (con o senza ansiolitici) e il 63,3% assume ansiolitici (con o senza antidepressivi).
2) Una domanda aperta del questionario era rivolta alle motivazioni per cui si assumono psicofarmaci, non sempre facili da indicare per chi li utilizza. La lavorazione delle risposte è altrettanto difficile per il ricercatore che tenta di trovare una sintesi delle molto differenziate cause che inducono una persona che ha problemi psichici a cercare di porvi rimedio con un farmaco. Ho cercato di ridurle ad alcune categorie principali: quella prevalente è la depressione (anche di tipo ansioso), di cui soffre il 52,7% del campione, seguita da ansia e agitazione (45,7%). Le altre categorie sono notevolmente distaccate: insonnia (11,8%), panico 8,1% e psicosi più gravi (3,2%). La depressione colpisce di più, nel nostro campione, le donne, gli anziani, chi ha titoli di studio bassi e soprattutto chi ha una rete sociale scarsa o insufficiente; di meno gli occupati stabili. L’ansia (e l’agitazione) sono più presenti, di nuovo, tra le donne, tra chi ha titoli di studio alti, tra chi è precario o disoccupato, ha un reddito scarso o insufficiente e una rete sociale scarsa o insufficiente.
3) La prima assunzione di psicofarmaci coincide molto spesso (nel 60,3% dei casi) con un particolare evento verificatosi nel corso della vita. Si tratta di circostanze che, potremmo dire da sempre, condizionano negativamente l’esistenza degli individui: le morti e le malattie. Per un paziente su 10 l’evento associato alla prima assunzione coincide con problemi sul lavoro e per un altro paziente su 10 con problemi famigliari. L’età in cui gli intervistati hanno assunto per la prima volta uno psicofarmaco è abbastanza bassa: solo l’8,8% dopo i 65 anni, mentre, per il resto, è nell’età compresa tra i 36 e i 65 anni che avviene con più frequenza la prima assunzione. Molto significativa anche la quota di primo consumo in età giovanile (sotto i 35 anni: 42,9%).
4) Addirittura nella metà dei casi, a prescrivere psicofarmaci è il solo Medico di Medicina Generale. Nel 20,7%, la prescrizione avviene in collaborazione con uno specialista, che, invece, prescrive psicofarmaci “da solo” nel 29,3% dei casi. Ci sembra molto interessante anche la relazione che c’è tra chi prescrive i farmaci e quale tipo di farmaco prescrive. Ebbene, nel caso degli ansiolitici, la percentuale di coloro che si fanno prescrivere questo psicofarmaco solo dal MMG è addirittura pari all’80,0%, a dimostrazione di quanto gli ansiolitici siano assai facilmente utilizzati dai medici di base.
5) Ben 8 rispondenti su 10 dichiarano di aver ottenuto risultati positivi dalla terapia intrapresa, mentre la quota di coloro che segnalano esiti negativi è praticamente nulla. Lievemente più soddisfatte sono le donne, chi è stabilmente occupato, chi ha redditi più alti, chi ha una buona rete sociale, chi soffre di depressione e coloro che hanno meno di 35 anni. Tra chi ha più di 65 anni la percentuale dei soddisfatti scende parecchio. Inoltre, a conferma del buon atteggiamento nei confronti degli psicofarmaci utilizzati, ben il 74,7% dei rispondenti consiglierebbe ad un amico o ad un parente di prendere le stesse sostanze se avesse il medesimo problema.
6) La metà del campione dichiara che non potrebbe fare a meno degli psicofarmaci che assume, e il 45,4% che potrebbe farlo solo parzialmente. Solo il 3,8% pensa di poterne fare a meno completamente (e, a questo punto, non si capisce perché continui a prenderli). Ciò conferma senz’altro l’effetto-dipendenza, fisica e psicologica. I più dipendenti sono i pazienti che assumono sia ansiolitici sia antidepressivi.
7) L’ultima parte del questionario era costituita da una batteria di affermazioni rispetto alle quali i rispondenti dovevano esprimere il loro grado di accordo. Da un’analisi complessiva delle risposte, emerge la consapevolezza del loro largo utilizzo, la fiducia che i rispondenti ripongono in essi, ma anche in chi li produce o ne studia l’evoluzione dal punto di vista medico. Insomma, una sorta di inevitabilità dell’utilizzo, che può essere interpretata come rassegnazione davanti all’incapacità di affrontare eventi della vita infausti o stati psichici di disagio (in una visione contra farmaco) o desiderio di migliorare il proprio stato di benessere (in una visione pro farmaco). È molto o abbastanza d’accordo con la frase “A un certo livello di malessere, gli psicofarmaci sono senza alternative” ben l’80,5% del campione, a dimostrazione di come chi assume psicofarmaci abbia sostanzialmente accettato di doverlo fare e abbia, ancor prima, riconosciuto di avere un disagio psichico. Però, questa consapevolezza non porta i rispondenti a ritenere che gli psicofarmaci debbano essere usati con leggerezza. Infatti, è d’accordo con l’affermazione “Occorrerebbe assumere psicofarmaci anche in via preventiva e non solo quando si manifesta il problema” solo il 17,4% dei rispondenti, una specie di “zoccolo duro” che ripone un’estrema fiducia nei farmaci. Inoltre, è d’accordo con l’affermazione “I medici di medicina generale prescrivono pochi psicofarmaci” solo il 34,1%. I pazienti, come accennato, sono del tutto consapevoli del largo utilizzo degli psicofarmaci, considerato che, nel 75,1% dei casi, sono d’accordo con l’affermazione “La gente prende troppi psicofarmaci”. Possiamo collegare questa risposta con il grado di accordo con la frase “La crisi economica ha fatto aumentare l’uso degli psicofarmaci”, che è molto alto, pari all’81,3%. Ritroviamo una sorta di fiducia negli psicofarmaci se valutiamo il grado d’accordo con le due seguenti affermazioni: “La ricerca scientifica sui farmaci è degna di fiducia” e “Le case farmaceutiche sono solo multinazionali che vogliono fare soldi”. Nel primo caso, è d’accordo ben l’84,2% dei rispondenti, nel secondo “solo” il 55,7%. Chi si occupa degli studi su questo tipo di farmaci è dunque molto stimato da chi li utilizza, e questo non sorprende; ci stupisce di più, però, la percentuale tutto sommato non molto alta di chi considera le case farmaceutiche aziende finalizzate solo al profitto: ci saremmo aspettati una quota più alta, vista la vulgata generale (corroborata, a dire il vero, da una vasta letteratura) che vede in chi produce e commercializza psicofarmaci delle entità interessate solo a fare soldi.
8) Considerando nel complesso queste risposte sul grado di fiducia nei confronti degli psicofarmaci, possiamo dire che chi consuma solo ansiolitici ha un atteggiamento molto meno favorevole agli psicofarmaci rispetto agli altri. Chi consuma sia ansiolitici sia antidepressivi, invece, ha un atteggiamento un po’ più favorevole. Rispetto ai motivi, è molto più fiducioso chi soffre di depressione e soprattutto chi soffre sia di ansia sia di depressione. Questi risultati ci dicono con chiarezza che consumare benzodiazepine, con i noti effetti di assuefazione e dipendenza, non produce un atteggiamento favorevole verso gli psicofarmaci, perché si tratta di sostanze che, in larga prevalenza, mettono un “cerotto” a situazioni di ansia, non risultando curativi in senso diretto. Invece, chi li associa agli antidepressivi può vedere, evidentemente, con più favore gli psicofarmaci perché assumere entrambi i tipi costituisce una terapia a più ampio spettro d’azione e con più probabilità di essere efficace. Come abbiamo visto, nel nostro campione gli psicofarmaci sono prescritti nella metà dei casi dal solo MMG e, in riferimento agli ansiolitici, addirittura in 8 casi su 10. A questo dato si associa quello sul grado di fiducia a seconda di chi prescrive psicofarmaci: se si stratta solo del MMG, la quota di fiduciosi è molto bassa, mentre se il farmaco viene prescritto dal solo specialista (psichiatra o neurologo) sale parecchio. In caso di prescrizione congiunta (MMG e specialista), il favore verso gli psicofarmaci aumenta ancora. In breve: il paziente lasciato solo alle cure del MMG è anche meno fiducioso nei confronti degli psicofarmaci, perché spesso la loro prescrizione può essere frettolosa o frutto di una diagnosi non sempre corretta. Se, invece, l’intervento terapeutico è fatto da uno specialista, o meglio ancora da questi in combinazione con il MMG, la terapia è evidentemente meglio accettata dal paziente e con più probabilità anche più puntuale ed efficace. Le femmine hanno un atteggiamento più favorevole dei maschi verso il consumo degli psicofarmaci. Quanto alla posizione lavorativa, essere disoccupato o precario e, ancor più, in pensione si lega ad un livello di fiducia più basso: qui, potrebbe giocare un “effetto pessimismo”: nel caso dei disoccupati e dei precari, l’insicurezza e l’incertezza lavorativa o la totale mancanza di un lavoro possono generare uno stato di sfiducia generale, specie se associato ad una difficile condizione psichica; nel caso dei pensionati, l’età avanzata può procedere di pari passo, come noto, a condizioni di sconforto e abbattimento.

Fonte: http://torange.biz/Pills/

Fonte: http://torange.biz/Pills/

Conclusioni

È possibile riassumere i risultati che provengono dall’incrocio tra variabili che riguardano il consumo di psicofarmaci e altre di carattere più generale. Chi ha una rete sociale scadente e subisce perciò di più una condizione di solitudine è maggiormente colpito dalla depressione e più dipendente dagli psicofarmaci. Invece, chi ha una buona rete sociale è più spesso soddisfatto degli effetti delle sostanze che assume. Ciò vuol dire che intervenire con gli psicofarmaci in situazioni di criticità prettamente sociali (la solitudine), non è la soluzione giusta: è quella più sbrigativa o quella che risulta dal fatto che altre strade non sono percorribili, sebbene più adatte. Una su tutte: fare in modo di rafforzare la rete sociale cui si appartiene. Quanto anziani soli potrebbero evitare l’uso di psicofarmaci se si sentissero parte di un circuito famigliare-amicale adeguato, potessero anche solo parlare con qualcuno, condividere il loro vissuto e, perché no, i loro problemi?
Gli occupati stabili sono meno colpiti dalla depressione e, insieme a chi ha redditi più alti, più soddisfatti degli effetti dei farmaci. Chi ha titoli di studio alti è più esposto all’ansia e all’agitazione, probabilmente perché svolge lavori qualificati, ma più stressanti. Diverso invece è il caso di chi ha redditi bassi ed è o precario o disoccupato: è anch’esso colpito più sovente dall’ansia e dall’agitazione, stavolta, quasi certamente, perché il lavoro non c’è o è incerto e insicuro, condizione che genera notoriamente difficoltà psichiche non di poco conto. Inoltre, avere redditi bassi è associato con più prevalenza ad una maggiore dipendenza dagli psicofarmaci. Anche in questo caso, mi sembra che si tenti di affrontare problemi sociali con interventi psico-sanitari. Nel momento di crisi che le nostre società stanno vivendo, il lavoro è uno dei principali fattori di criticità. Se si è occupati, anche stabilmente, spesso si lavora male: troppo, con troppe responsabilità, con l’incertezza sul futuro, con poche probabilità di fare carriera, in atmosfere aziendali assai sovente dominate da cambiamenti di proprietà e mansioni, caos organizzativo, stress diffuso e, se si è liberi professionisti o comunque si lavora da soli, con il frequentissimo ricorso a pagamenti dilazionati a tempo indefinito. Se non si è occupati o lo si è precariamente, la situazione è peggiore: innanzitutto perché il reddito scarseggia, ma anche, notoriamente, per l’incertezza e l’insicurezza che spesso sovrastano gli occupati non stabili e la frustrazione e lo scoramento che abbattono chi non trova lavoro. In questo tipo di situazione, l’individuo-lavoratore sovente non regge e il suo stato di salute psichico viene compromesso con maggiore facilità, vista anche l’inadeguatezza della protezione sociale da eventi lavorativi negativi o da situazioni economiche critiche. Il primo aiuto cui si può pensare, perciò, è ricorrere allo psicofarmaco per attenuare il disagio psichico. Si tratta però di un intervento a valle, che non può prendere in considerazione i problemi che ci sono a monte: al netto dei problemi mentali che possono colpire chiunque, la causa di malesseri psichici derivanti dal lavoro e dal reddito è ancora una volta prevalentemente sociale e andrebbe risolta a questo livello: cioè con un sistema di protezione adeguato, con migliori politiche di incontro tra domanda e offerta di lavoro o con la messa in campo di percorsi formativi più adatti e fruttuosi.
Un dato inquietante è che a decidere se un paziente debba prendere o no psicofarmaci è, almeno nel nostro campione, nella metà dei casi il solo MMG, senza l’ausilio di uno specialista. È una quota molto, troppo elevata. È vero che nei casi più complessi (quelli che riguardano chi assume sia ansiolitici sia antidepressivi) è più frequente la prescrizione in accordo con uno specialista, ma va considerata l’altissima quota di assuntori di ansiolitici (principalmente benzodiazepine) prescritti dal solo MMG, e cioè l’80%. Si può ipotizzare che l’assenza di uno specialista nella prescrizione di psicofarmaci possa derivare da situazioni ben precise: il fatto che i MMG vengano bombardati dalle richieste dei pazienti e che non abbiano neanche il tempo per riuscire ad ascoltare in maniera proficua quali sono i problemi di chi hanno di fronte. In uno studio pieno, con 10 o più persone che aspettano il loro turno, è impossibile visitare un paziente che ha problemi psichici a lungo, cioè come andrebbe fatto. Ecco allora che la prescrizione avviene in modo semplicistico, spinta probabilmente anche dall’ansia del paziente di avere qualcosa a disposizione, subito. Un altro fattore che potrebbe scoraggiare il coinvolgimento di uno specialista è che spesso questo comporta, se si tratta di un privato, una spesa economica non indifferente in soggetti con scarse risorse o, se si tratta di un esperto della sanità pubblica, di affidarsi a persone non scelte e di fare i conti con un diffuso atteggiamento di sfiducia nei confronti dei servizi collettivi. Ancora una volta, anche se ora solo in parte, il problema dovrebbe essere risolto a monte, e non a valle: i MMG hanno troppi pazienti da seguire e non hanno il tempo né di seguirli attentamente nei loro problemi psichici, né, probabilmente, di formarsi in maniera adeguata sull’utilizzo degli psicofarmaci. Ce ne vorrebbero di più, con più tempo a disposizione e più formazione specifica.
Le informazioni del questionario fanno emergere, comunque, una sottolineatura degli effetti positivi degli psicofarmaci assunti: i rispondenti vi associano, in prima battuta e in maggioranza, parole che hanno a che fare con il miglioramento del benessere, l’efficacia, l’utilità, la serenità, la tranquillità; 8 su 10 dichiarano espressamente di ottenere risultati positivi dalla terapia; in molti consiglierebbero a persone care la loro assunzione. Questo atteggiamento pro farmaco non è scontato come potrebbe apparire a prima vista: gli psicofarmaci, specialmente gli antidepressivi di vecchia generazione e le benzodiazepine, hanno effetti collaterali non di poco conto, come dimostra la vasta letteratura sul tema, che però nei pazienti sembrano essere sottovalutati o facilmente scambiati con il miglioramento del benessere generale. Il gioco, in sostanza, è a somma zero (gli effetti collaterali pareggiano i benefici) o vede prevalere gli effetti positivi degli psicofarmaci. La questione è certo complessa, e occorrerebbe un’ulteriore analisi, magari intervistando direttamente gli assuntori. Alla sottolineatura degli effetti positivi si affianca una forte consapevolezza della loro larga diffusione e una sorta di rassegnazione circa il loro utilizzo. La domanda chiave su questo punto è il larghissimo accordo sulla frase “A un certo livello di malessere, gli psicofarmaci sono senza alternative” ed anche su quella “La gente prende troppi psicofarmaci”. La necessità dell’uso degli psicofarmaci emerge anche atto che la metà di loro non potrebbe farne a meno e che il 45% potrebbe farlo solo in parte, sebbene questo può ben essere dovuto alla dipendenza, fisica e psicologica, che gli psicofarmaci causano, e non ad un’accettazione neutra della loro assunzione.

“Solo la volontà non basta”, come ha scritto un paziente nel questionario. Certo, la volontà, da sola, non è sufficiente a migliorare lo stato di salute mentale; con rassegnazione e fiducia, ma anche con consapevolezza, occorre trovare altre strade: il ricorso allo psicofarmaco è quella più breve, ma anche di più corto respiro. Individualmente è il percorso che in tanti scelgono, più o meno a ragione; a livello collettivo, invece, ci pone di fronte al tema delle carenze del nostro sistema di protezione sociale e di promozione del benessere.

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