La parola populismo viene oggi agitata come uno spettro anche da chi ne ha adottato metodi e favorito l’ascesa in tempi non sospetti. Ma i populisti al potere in Italia sono il frutto di almeno vent’anni in cui si sono intrecciate due crisi: economica e della democrazia rappresentativa

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Questo articolo è la trascrizione dell’intervento dell’autore nella “lezione aperta” che si è tenuta il 23 maggio 2018 presso l’Università degli studi di Perugia a partire dal libro di Tito Boeri Populismo e stato sociale, di cui ribalta ha già parlato, nell’ambito del corso di Programmazione delle politiche sociali tenuto da Ugo Carlone e a cui hanno partecipato, oltre al titolare del corso, anche Giovanni Barbieri e Marco Damiani, rispettivamente ricercatori in Sociologia dei fenomeni politici e in Scienza politica.

 

Populismo

La confusione sul populismo

Populismo è un termine al cui interno si riconducono un sacco di cose molto diverse l’una dall’altra. Per questo c’è il rischio di fare una confusione cui suo malgrado contribuisce anche il documento che Tito Boeri pubblica in appendice al suo libro Populismo e stato sociale: la lista della Fondazione Rodolfo Debenedetti con i nomi dei partiti populisti europei. In quella lista figurano come partiti populisti, in Grecia, Alba dorata e Syriza. Ora, Alba dorata è un partito nazionalista di estrema destra, mentre Syriza è una coalizione di forze di sinistra radicale. Al di là della ispirazione diametralmente opposta delle due forze politiche, il fatto che Syriza sia una coalizione, rende difficile collocarla tra i partiti populisti che per definizione sono unici e si pongono come interlocutori, unici appunto, tra popolo e stato. L’altro elemento di confusione è che il populismo viene agitato come pericolo dai suoi detrattori a prescindere, come causa di possibili mali, mentre è il sintomo del malessere diffuso. Sulla scorta di quanto sostiene Marco Revelli in Populismo 2.0, definirei il populismo come sintomo di una crisi della democrazia rappresentativa che a sua volta deriva ed è intrecciata alla crisi economica. Potremmo dire anche che il populismo è il frutto di una abdicazione del potere politico schiacciato da quello economico. Essendo sintomo, il populismo non è neanche la cura della malattia, per la quale a mio parere occorrono una partecipazione democratica che alzi il livello della democrazia stessa, accompagnata da una consapevolezza diffusa delle questioni da affrontare. Nel populismo questo non c’è. C’è anzi l’esatto contrario, c’è una accentuazione del meccanismo della delega: ti voto, risolvimi i problemi.

La radice lunga del populismo in Italia

C’è un’altra distorsione nel racconto che va per la maggiore. Sembra che il populismo sia nato oggi e porti i nomi dei due partiti che si accingono a governare: Lega e M5S. Ma se accettiamo una delle definizioni del populismo su cui c’è maggiore accordo e che viene utilizzata anche da Boeri nel suo libro, vediamo che il panorama è assai più articolato. Populismo, dice Boeri, e noi con lui, è superamento dei corpi intermedi (partiti, associazioni, sindacati) tra cittadino e stato. È connessione diretta di un leader col suo popolo. Se le cose stanno così allora, non si può non rinvenire una data nella recente storia d’Italia che segna in maniera simbolica l’irruzione del populismo nella scena politica.

A destra

La data è il 26 gennaio 1994. Quel giorno, Silvio Berlusconi, che fino ad allora era stato un imprenditore attivo nel settore delle costruzioni e dell’editoria televisiva, annuncia la sua “discesa in campo” nella politica. Lo fa attraverso una videocassetta preregistrata che viene distribuita alle varie reti televisive, bypassando, appunto, la mediazione finanche del giornalista che gli mette il microfono davanti per raccogliere la dichiarazione. È la prima volta che succede una cosa del genere. Fino ad allora si era abituati alla dichiarazione del politico ai giornalisti e alle tribune politiche in cui i leader dei partiti rispondevano alle composte domande dei giornalisti in studio. È evidente il salto simbolico del leader che entra nelle case direttamente attraverso i monitor delle tv. E lo fa senza mediazioni di sorta. Esistono solo lui e il popolo, nessuno a frapporsi in mezzo. I vari governi di Berlusconi saranno tutti improntati alla connessione diretta leader-popolo. Sindacati, partiti e tutti i corpi intermedi saranno vissuti e dipinti come inutili e portatori di inefficienze. Non si può fare a meno di individuare nelle selfie-dirette facebook di Di Maio e Salvini l’evoluzione ai tempi dei social di quella videocassetta preregistrata e distribuita alle tv. Solo che oggi Berlusconi, lungi dall’essere considerato populista, è stato anzi accreditato come quello che nella coalizione di centrodestra sarebbe stato il garante contro la deriva populista.

Via via, nel corso di questi 24 anni, c’è stato un continuo scivolamento verso la connessione diretta leader-popolo che è stata definita non populismo, bensì personalizzazione della politica, ma non era altro che la radice della pianta cresciuta oggi. Un altro passaggio piuttosto importante è stato quando, nell’agosto 1994, Umberto Bossi allora leader della Lega nord, chiamato da Berlusconi in una delle sue ville in Sardegna per un vertice politico, si fece fotografare in canottiera. Anche quella fu una prima volta: i politici fino ad allora li si era visti solo in giacca e cravatta. In quella canottiera c’era un messaggio preciso: io sono voi, anche se sto nella villa di un riccone. Io sono voi. Anche in questo caso senza mediazione: ci siamo io e voi. Parallelamente si è fatto largo nell’immaginario e nel racconto che veniva fatto che il politico buono fosse quello vicino alla gente, che parlava come la gente. In precedenza i politici erano anche in qualche modo pedagoghi, il fatto che parlassero meglio delle persone comuni veniva visto come una qualità. Pian piano invece, quello diventa un disvalore. Il politico dev’essere come il popolo e parlare come il popolo. Perdonerete se per questioni di lunghezza salto fino ad arrivare direttamente al Vaffa day di Beppe Grillo che sancisce l’irruzione del M5S sulla scena politica ed è la fusione del linguaggio della gente con quello della politica.

E a sinistra

Questo processo coinvolge anche l’altra sfera del mondo politico, o per lo meno il pezzo più grande di questa, sinistra o centrosinistra che dir si voglia. Si è tentati dal pensare a Matteo Renzi, che ha fatto della disintermediazione un programma politico picconando sindacati e liturgie di partito, del suo stesso partito, liquidandoli come perdite di tempo. Si è tentati dal pensare a Renzi e alle sue connessioni dirette settimanali col popolo di facebook e alle risposte in diretta alle domande che arrivavano via social dalla gente. Ma Renzi non è che l’ultimo anello di una catena che anche in questo caso è lunga, nello scivolamento verso connessione diretta leader-popolo. Il 16 ottobre 2005 la coalizione di centrosinistra che si presenterà alle elezioni del 2006 indice le primarie per la scelta del leader. Si sa già che le vincerà Romano Prodi, il quale prenderà infatti oltre il 74 per cento dei consensi. Non sono quindi primarie che servono a stabilire chi vince, sono primarie che servono piuttosto a incoronare chi vince. A dargli un’investitura popolare diretta. Nel 2007, appena dopo la fondazione del Partito democratico, si ricorre di nuovo alle primarie. Stavolta non di coalizione, ma di partito. C’è da stabilire chi sarà il segretario, che fino ad allora è stato sempre eletto attraverso il congresso cui partecipavano i delegati del partito eletti a loro volta dai congressi di circolo o di sezione, mediante un cammino democratico all’interno del partito stesso. Anche stavolta si sa già chi vince. E infatti Walter Veltroni viene eletto con oltre i tre quarti dei voti. Anche stavolta non serviva sapere chi avrebbe vinto, serviva piuttosto incoronarlo. E serviva che a incoronarlo fosse la gente, direttamente. Bene. Questo tipo di primarie non hanno niente a che vedere con quelle statunitensi, che sono parte integrante del sistema politico di quel paese. Tanto che tuttora, a più di dieci anni dalla loro introduzione, all’interno della stessa parte politica che le ha adottate, regna la confusione su tutto: su chi si può presentare candidato, su chi debba essere eletto (il segretario?, il candidato alla presidenza del Consiglio?, entrambi?), su chi abbia diritto di voto (i soli tesserati?, tutto l’elettorato?, solo quelli che fanno professione di fede attraverso la firma di una dichiarazione?).

La crisi del sistema politico

C’è stata insomma una vera e propria contaminazione populista in questi anni, se per populismo si intende il superamento dei corpi intermedi e la ricerca della legittimazione popolare diretta del leader. Lo dimostra anche il fatto che nel corso del tempo i nomi dei leader sono stati messi prima accanto ai nomi dei partiti, e in alcuni casi li hanno addirittura sostituiti. Alle ultime elezioni siamo arrivati al punto che la lista “Civica-popolare”, che ha preso lo 0,5 per cento dei voti, si è presentata con il nome della sua leader, Beatrice Lorenzin, sul simbolo. Tutto questo è successo a partire da Tangentopoli, vale a dire dal terremoto che nella prima metà degli anni novanta del novecento ha letteralmente cancellato un sistema politico sotto i colpi delle inchieste della magistratura che ne hanno messo a nudo corruzione e inefficienze. Sono stati cancellati dal panorama politico nomi di partiti che avevano fatto la storia dei precedenti quarant’anni e c’è stata a quel punto la necessità, sentita da tutti, di una rilegittimazione che è passata per il ricorso diretto al rapporto col popolo. Ma era una connessione superficiale, un’accentuazione del principio della delega, come si diceva prima, piuttosto che un innalzamento della qualità della democrazia.

Oggi

Quello che abbiamo sotto gli occhi oggi è che si raccolgono i frutti di vent’anni di semina. Il fatto è che chi li raccoglie non è chi ha seminato. Anzi. I raccoglitori sono in aperto contrasto con i seminatori. E i seminatori li bollano a loro volta come pericolosi, dopo averli allevati indirettamente, nel senso di aver contribuito a farli crescere assecondando uno scivolamento della democrazia verso la riduzione di complessità. I raccoglitori, portano alle estreme conseguenze i vent’anni di semina. E si rivolgono oggi a un popolo indistinto, attribuendo alla crisi, un carattere, se così si può dire, personalistico. Cioè: i problemi da affrontare non sono complessi, non necessitano di comprensione, studio, fatica, consapevolezza. È sufficiente cambiare personale politico e le cose si aggiusteranno da sé. Un semplicismo. Sembra di sentir riecheggiare i versi de Il gatto e la volpe, la celebre canzone di Edoardo Bennato: “Dacci solo quattro monete e ti iscriviamo al concorso per la celebrità”. Ora, è evidente che il cambio di personale politico è condizione necessaria per un’uscita dalla crisi e per tornare a guardare al futuro con un minimo di fiducia. Condizione necessaria, ma non sufficiente. C’è da lavorare sulle cause della crisi, insomma, non è solo una questione di personale politico. E anzi, insistere sulla questione delle persone, elude i veri nodi. Perché è evidente che i populisti italiani, Lega e M5S, abbiano fatto tesoro della crisi del welfare, della mancanza di sicurezze di una parte crescente di popolazione, del fatto che il precariato è diventato una condanna esistenziale per più di una generazione ormai. Lo dimostrano le parole d’ordine con cui si sono affermati alle elezioni: via la legge Fornero, che impoverisce i pensionati; sì al reddito di cittadinanza, visto come una coperta da utilizzare nella tempesta provocata dal precariato. In questo senso il libro di Boeri ha il pregio di puntare i riflettori su una questione dirimente, il legame tra le fortune del populismo e la crisi del welfare, appunto. Ma per capire cosa è veramente successo, per comprendere come si possa uscire dalla crisi riconquistando la dignità di poter stare tutti al mondo in condizioni decenti senza doversi vendere “a tempo determinato” per quattro centesimi, occorre introdurre degli elementi che né i populisti né chi li indica come dei demoni prendono in considerazione. Gli uni predicando soluzioni semplicistiche quanto inefficaci, gli altri appiattendosi su un’Europa le cui politiche stanno ormai mostrando tutta la loro consunzione, viste le conseguenze che hanno sulla popolazione.

L’economia di carta

È successo, come ha autorevolmente spiegato nelle sue opere Luciano Gallino, che l’economia si è sempre più finanziarizzata in questi decenni, sganciandosi dalla produzione reale. I capitali non vengono più remunerati attraverso investimenti produttivi, ma sempre più da investimenti finanziari. Il denaro si moltiplica col denaro. Basti pensare al fatto che se un’azienda presenta un piano di razionalizzazione che prevede licenziamenti, i mercati la premiano facendo salire il prezzo delle sue azioni; l’azienda è quindi in un certo senso incentivata a licenziare, accrescendo così il suo valore col minimo sforzo, mediante il valore delle azioni cioè, anziché mediante la produzione. La conseguenza più pericolosa per le persone comuni è la creazione di denaro da parte delle banche attraverso le cartolarizzazioni. Succede cioè questo, cercando di semplificare al massimo per andare al nodo dei problemi: la banca eroga un prestito, poi rende quel prestito un titolo che viene a sua volta venduto sul mercato. La banca ha creato moneta, poiché la massa monetaria in circolazione, virtualmente, si raddoppia: il prestito e il suo doppio, il titolo da cui deriva, appunto. Ma questo è esattamente il meccanismo alla base della crisi dei mutui americani che ha provocato la tempesta della Grande recessione di cui stiamo pagando i conti. Ovvio che le banche siano incentivate alla creazione di moneta, infatti le cartolarizzazioni sono all’ordine del giorno. E questo è uno dei motivi per cui siamo inondati di proposte di prestiti personalizzati. Perché i crediti vantati verso di noi verranno cartolarizzati e creeranno moneta. Fino alla prossima bolla finanziaria.

Di questo passo i capitali e i loro detentori sono diventati sempre più forti. Detengono i debiti degli stati, e ne controllano in questo modo le politiche. Che infatti sono sempre più all’insegna di tagli. Tagli che hanno un doppio valore, visti dal punto di vista dei detentori dei capitali: tengono a bada i conti (e garantiscono il pagamento del debito da parte degli stati) e liberano settori in cui investire su cui prima invece interveniva lo stato. Di qui l’impoverimento del welfare, i ticket, la sanità privata (quindi a pagamento), i tagli all’istruzione. E di qui, a cascata, il precariato diffuso ed eretto a condizione esistenziale. Di qui, infine, l’impoverimento crescente di masse di popolazione e la fortuna del populismo. Che rappresenta una risposta semplice, e sbagliata, a problemi che come abbiamo visto sono complessi e vanno capiti per essere affrontati al meglio.

La risposta populista

La risposta populista invece è sostanzialmente basata sui seguenti elementi: 1) tutto si può risolvere all’interno dei singoli stati, come se fossimo in una bolla e non in un mondo interconnesso; 2) è sufficiente cambiare le persone alla guida dei governi e sostituirle con gente onesta; 3) basta liberarsi di un po’ di migranti per alleggerire i conti (altro merito di Boeri è che nel suo libro mette a nudo la menzogna secondo la quale i migranti sottrarrebbero risorse: è vero anzi il contrario).

Come se ne esce

Non è facile uscire da una morsa del genere. La crisi è profonda, le sue radici sono complesse, ma lungi dal tentare di affrontarle, tanto i populisti quanto i loro detrattori offrono ricette inadeguate. Che fare, allora? Intanto, ripartire dalle basi. Respingendo la democrazia come delega in bianco e puntando alla diffusione della consapevolezza e delle competenze per affrontare i problemi. Evitando la pesante riduzione di complessità che viene fatta al fine di attrarre consensi. Smontando le ricostruzioni sballate da cui derivano narrazioni sballate, opinioni sballate e politiche sballate (quella sui migranti ne è uno degli esempi più lampanti). Decostruendo le basi di questa chiamata al popolo indistinto, il popolo è tante cose: ricchi e poveri, tartassati ed evasori, pensionati al minimo e pensionati d’oro, precari e figli di papà, uomini e donne. Fare politiche per gli uni può danneggiare gli altri, e non dirlo appellandosi al popolo indistinto è fuorviante. Per arrivare a questo è necessario un innalzamento della qualità della democrazia, che è l’esaltazione dei corpi intermedi, non la loro polverizzazione. E quando si parla di corpi intermedi qui si fa riferimento non solo e non tanto a partiti e sindacati (ovviamente decenti), ma alle singole piccole associazioni, ai comitati di quartiere, a quelli che vanno a fare le pulci alle grandi opere per vedere se davvero servono alla maggioranza delle persone o ad arricchire i soliti noti, e se sentono puzza di interessi marci vi si oppongono. Occorre insomma fare l’esatto contrario di quello che fanno i populisti e di quello che hanno fatto coloro che li hanno preceduti spianandogli la strada: riprendersi il presente senza delegare, con consapevolezza, per guardare al futuro con qualche speranza.

In copertina, Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
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Fabrizio Marcucci
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