Marc Lazar presenta il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Ilvo Diamanti, “Popolocrazia”, e dice che siamo a una svolta storica: il populismo è riuscito a imporre la sua agenda, ma la partita non è chiusa. E l’autoritarismo non è l’esito scontato

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Sostiene Marco Damiani che “populismo” è un termine polisemico, che è cioè portatore di più significati. Damiani – ricercatore all’Università di Perugia e autore di un importante saggio, “La sinistra radicale in Europa”, di cui qui a ribalta abbiamo parlato – ha ragione. Nel termine populismo vengono fatte rientrare formazioni politiche molto diverse, a volte antitetiche tra loro. Per contribuire a definire il fenomeno, Damiani individua cinque tratti del populismo: la divisione di valore e la contrapposizione che introduce tra popolo puro ed élites corrotte, l’individuazione di un nemico, l’affidarsi a un leader carismatico, l’adozione di un linguaggio aggressivo e la semplificazione della complessità. Populismi di destra e di sinistra divergono sicuramente almeno su un punto, che è quello della individuazione del popolo: per i populismi di destra il popolo è etnos, una comunità fondata sull’appartenenza di “sangue”. Per questo combattono tanto verso l’alto, le élites, quanto verso il basso: i migranti e comunque tutti quelli che non rientrano in quel concetto di popolo. I populismi di sinistra non mettono barriere verso il basso: il popolo per loro è un insieme di categorie schiacciate da una minoranza che sta in alto e determina politiche e scenari a suo vantaggio e a scapito di tutto il resto della società.

Dove siamo, dove andiamo

Damiani queste cose le ha dette davanti all’attenta platea che gremiva un’elegante sala di palazzo Sorbello, a Perugia, introducendo l’intervento di Marc Lazar. Il combinato disposto della relazione dello studioso italiano e della successiva del politologo francese, ha rappresentato, oltre che un importante momento di approfondimento, una fotografia dello scatto in avanti che in campo politologico si sta tentando di fare quando si affronta la questione. L’ondata populista sta infatti portando i più a schierarsi di qua o di là. Schierarsi non è un male. Anzi. Farlo tentando di capire con cosa si ha a che fare, però, è meglio. Nella furia di prendere posto nella curva dello stadio dove si trovano i “tifosi” che ci stanno più simpatici, si perde spesso il senso. E la conseguenza è che perdono di efficacia anche le idee e le azioni che si mettono in campo. Il tandem Damiani-Lazar è stato invece una salutare iniezione di lucidità. Perché se Damiani ha chiarito dove ci troviamo, e se non ha mancato di evidenziare i pericoli potenziali di un populismo che rompe gli argini del “sistema di regole” attraverso cui il popolo esercita il suo potere in democrazia, Lazar è partito da quel punto per dire dove stiamo andando o dove potremmo finire.

Popolocrazia, perché?

L’incontro è stato organizzato dall’associazione “Scenario” per presentare l’ultimo libro di Lazar, scritto a quattro mani con Ilvo Diamanti. A quel libro, edito da Laterza, è stato dato il titolo Popolocrazia. Un neologismo non gratuito, ma che che anzi serve proprio a descrivere il momento nuovo «e serio», dice Lazar, nel quale ci troviamo. Da queste premesse è scaturita una pubblicazione non diretta agli addetti ai lavori, «perché occorre capire», dice Lazar. E a «capire» devono essere quante più persone possibile.

Già. Ma perché il momento è «serio»? Perché «il populismo ha già vinto», scandisce Lazar. Che esso vada al governo o che resti all’opposizione, poco cambia. I populisti sono riusciti a imporre la loro agenda politica, i loro modi, perfino i loro tempi. E non è affatto una questione solo italiana. «Prendete Macron – dice Lazar -: è un borghese, è stato ministro ed è quanto di più interno al sistema. Eppure si è presentato all’elettorato come un outsider». La conclusione del politologo francese è che per avere chance di vittoria elettorale oggi ti devi presentare come «fuori dal sistema». Poco conta se ci stai anche da decenni, dentro al sistema, l’importante è l’immagine che riesci a veicolare di te. Non solo. I partiti tradizionali vengono incalzati anche sui tempi. E pure laddove ci sono problemi che necessitano studio e pratiche che non possono portare a soluzioni immediate, tutto il sistema politico, anche quello tradizionale, tende a presentare soluzioni qui e ora. Come si è verificato tutto questo? C’è stata una convergenza di diverse crisi, dice Lazar: economica, della politica e dell’Europa. Su questo si sono innestate le questioni relative all’immigrazione. Ma il nocciolo della questione sta nella «rivoluzione digitale», che ha offerto un potentissimo strumento di disintermediazione innestandosi nel panorama indebolito dalle crisi. Tra popolo e leader è stata divelta ogni elaborazione, ogni corpo intermedio. In effetti oggi, per tornare in Italia, Salvini e Di Maio dicono la loro, pressoché quotidianamente, tramite diretta facebook. In qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Anzi, se si prende il caso di Salvini, più il luogo è non istituzionale, meglio è. Il leader della Lega si auto-riprende e fa le sue dichiarazioni politiche per strada, in riva al mare, raramente dall’interno di un ufficio. Proprio a marcare anche simbolicamente che lui vive come la folla che lo segue. E la folla mette “like” e commenta e si sente di partecipare laddove le vecchie élites rimangono chiuse nel palazzo.

Uno scenario non scontato

Qual è allora lo scenario? Più o meno questo: il populismo, sostiene Lazar, ha contaminato di sé la democrazia, che sta scivolando, appunto, verso la “popolocrazia”. Cioè verso un sistema in cui saltano gli stessi meccanismi di rappresentanza e rischiano di saltare anche i rapporti fra diversi poteri dello stato, con un conflitto latente tra potere delle istituzioni, che ha la sua legittimità nelle carte costituzionali e nelle procedure, e potere degli eletti, legittimato dal popolo, appunto. Si tratta ora di vedere se e come la democrazia risponderà allo stimolo. Cioè: il populismo ha in sé germi potenziali di autoritarismo (leader carismatico; disintermediazione tra popolo indistinto e capo, con nessuno autorizzato a potersi mettere in mezzo; sfogo delle frustrazioni sociali, nel caso dei populismi di destra, nei confronti di minoranze). Però Lazar non si nasconde. Se in seno alla democrazia, dice il politologo francese, sono cresciute forze di questo tipo e se queste tendenze sono riuscite a consolidarsi in modo da aver in qualche modo già piegato lo stesso assetto democratico, qualche problema la democrazia deve averlo. Allora lo “stimolo” populista potrebbe anche essere la premessa per una modificazione “storica” della democrazia cosidetta liberale. «Le esigenze di trasparenza, onestà e partecipazione portate dai populisti potrebbero essere linfa per una democrazia che si rinnova prendendo atto di dover cambiare rispetto al passato», è la sostanza del ragionamento di Lazar. E gli interventi dal pubblico evidenziano come questa contaminazione non è detto che debba prendere “naturalmente” la strada degli autoritarismi. Della possibilità di dare conto, da parte dei parlamentari, in maniera puntuale del proprio lavoro, parla la deputata del Pd, Anna Ascani, che tenta di individuare almeno un modo per riavvicinare “politica” e “gente”. Dell’ascesa dei populismi come risposta al vuoto e alla mancanza di grandi narrazioni parla Antonio Allegra, docente all’Università per stranieri di Perugia. Il populismo insomma, ha tirato i fili delle crisi economica, dell’Europa e della rappresentanza, si è inserito nel vuoto lasciato dalle “ideologie”, un vuoto salutato con entusiasmo da molti, spesso gli stessi che ora si allarmano per l’ondata populista. Sta vincendo, il populismo, ma la qualità, il come della vittoria dipende dalle stesse forze democratiche. Sarà popolocrazia se del populismo prevarranno gli aspetti deteriori: semplificazioni pericolose, discriminazioni, autoritarismi; sarà democrazia rinnovata se le forze politiche capiranno che la politica deve ritrovare la sua autonomia e tornare a parlare alle vite delle persone in carne e ossa.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com
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Fabrizio Marcucci
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