In due ore di intervista davanti a una folta platea di studenti, Juan Carlos Monedero, tra i fondatori del movimento spagnolo che sta rivoluzionando modi e liturgia della politica, spiega nei dettagli la natura della creatura che ha contribuito a creare. «Vogliamo rendere possibile l’impossibile»

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C’è un momento in cui in aula qualcuno accenna a battere le mani, altri lo seguono. Lui s’inserisce in quell’attimo sospeso in cui l’applauso è partito ma non ancora decollato: «Non applaudite ora, applaudite quando ci sarà la rivoluzione». Scandita l’ultima sillaba, sarà tutta la sala a battere le mani. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima in cui i tanti stipati anche sui gradini di quest’aula della facoltà di Scienze politiche di Perugia, interromperanno le sue parole per manifestare apprezzamento nei confronti di questo professore-teorico-politico spagnolo decisamente, e lucidamente, fuori dagli schemi. Anche perché se fosse rimasto impaludato negli schemi, Juan Carlos Monedero non sarebbe stato, insieme ad altri docenti universitari e sulla scia del movimento degli Indignados spagnoli, tra i fondatori di Podemos, una delle novità più rilevanti del panorama politico europeo degli ultimi anni. E non sarebbe venuto a spiegare le caratteristiche di questa creatura politica inedita in Italia.

Fuori

È così fuori dagli schemi, Monedero, che ricorrerà a quella parola, rivoluzione, più di una volta in queste due ore pregne di senso, tattica e strategia e molto altro in cui, sollecitato dalle domande di Marco Damiani, docente dell’ateneo perugino e studioso della sinistra radicale europea (del suo libro ribalta ha parlato e ha curato una delle presentazioni) descriverà l’idea di mondo e di politica sua e di Podemos. Monedero parlerà di globalizzazione e organizzazione dei movimenti politici; di alleanze interne e a livello europeo, di populismi e di storia, di beni comuni e diritti, di pensiero e azione. E citerà una serie di personaggi che vanno da Renzi a Che Guevara, passando per Orwell e Lenin, Breznev e Hirschmann, Laclau e Piketty, Spinoza e Ortega y Gasset. Roba che in pochissimi sono in grado anche solo di pensare, figuriamoci di metterla nello stesso piatto senza tirare fuori un minestrone senza senso. Invece nel discorso di questo docente che da una vita si divide tra accademia e politica («Ho fatto tanti errori e non sarei qui senza di essi»), si tiene tutto. Due ore all’insegna di concetti così netti che sembrano disegnati col compasso. Eppure due ore in cui Monedero lascia spazio all’imperscrutabile, al movimento delle cose, al non del tutto programmabile. Riferimenti solidi e liquidità; orizzonte e qui e ora; Spagna, Europa e mondo; grande finanza e vita delle persone comuni. Solo con un apparato teorico-concettuale solidissimo, solo con una precisa idea di quello che è il mondo e di come lo vorresti puoi permetterti di sfidare un senso comune che rifugge da parole come rivoluzione e da locuzioni come rendere possibile l’impossibile, e raccogliere, usandole, gli applausi a scena aperta di un’aula universitaria stracolma, oggi. Leninismo gentile, lo definisce lui.

Esempio

Monedero è l’esempio vivente di un approccio che tiene il meglio del passato e si libera della incrostazioni inutili e dannose. Parla nel cuore dell’accademia, davanti a un sacco di studenti a cui sono però mescolati anche alcuni docenti, e non ha alcun timore di dire che «i professori scrivono articoli che nessuno legge», o, riferendosi al nucleo di fondatori di Podemos, per farne capire la carica di cambiamento: «Noi facevamo pubblicazioni che per l’accademia erano prive di base scientifica, ma se fosse stato per quell’accademia, Machiavelli non avrebbe mai pubblicato nulla». È un docente, ma ricorda che ha sempre salido a la calle, è sempre uscito in strada, ha sempre agito. Ma al tempo stesso ha studiato, e continua a farlo. «Tutti noi di Podemos studiamo, non sarebbe possibile fare politica altrimenti». È un accademico che punta a usare il sapere per trasformare il presente, non per ricavarsi nicchie di rendita; è un docente che si tuffa nella società, non la studia un po’ schifato da lontano col vezzo di chi la sa lunga. È la mescolanza di quello che altrove rimane diviso: lo studio e il fare; la politica e la cultura. Il tutto in una prospettiva: il cambiamento. E il bello è che questo teorico-attivista mostra di sapere come ottenerlo, il cambiamento. Vuole la rivoluzione, ma non gli va proprio di rinchiudersi in un cantuccio a specchiarsi nella sua purezza, atteggiamento spesso in voga tra i rivoluzionari solo di nome. Sale a la calle, Monedero con i suoi di Podemos. E sa che per cambiare ci vuole il consenso. L’egemonia.

Oggi

Perché il cambiamento? «Perché se negli anni trenta del novecento il pericolo era il fascismo, oggi il nostro nemico è l’erosione dei diritti, e non usa violenza fisica. Hanno annichilito la Grecia senza sparare un colpo», ricorda Monedero. L’hanno annichilita perché «in Europa e nel mondo comanda un’economia finanziarizzata (cioè sempre più slegata dalla produzione di cose reali e dedita alla moltiplicazione dei soldi con i soldi, ndr) che impone austerità e riduce i diritti. L’Europa ha aiutato la Spagna in passato, ma oggi ci chiede di modificare la Costituzione per costringerci a pagare il debito». Tutto questo si ripercuote nella vita delle persone in carne e ossa che per questo mettono in discussione la democrazia rappresentativa, spiega Monedero. Perché questo tipo di democrazia non risponde più agli interessi della maggior parte delle persone. Anche Trump e Macron sono visti come sintomi della necessità/volontà di cambiamento. E qui Monedero tocca uno degli architravi del suo ragionamento: «Dobbiamo chiederci come mai gente come Trump e Macron che è del tutto organica al sistema, riesca a vincere le elezioni perché viene percepita come outsider».

Utopia

Succede, spiega Monedero, perché il neoliberismo di cui Trump e Macron sono esponenti, «è riuscito a imporre la sua utopia, che è quella di un mondo che consuma». Ha colonizzato l’immaginario, si direbbe altrimenti. E rende “liberisti” anche cittadini e strati sociali, la maggioranza, che hanno tutto da rimettere con il liberismo. E che infatti ci stanno rimettendo, tanto che il vento sta cambiando. C’è un’aspirazione al cambiamento, che però è catturata da finti outsider come Trump e Macron. Che fare, allora? «Costruire noi la nostra utopia: spiegare che cooperare è meglio che competere; che risolvere le cose insieme è meglio che affidarsi alla via individuale», dice il docente-attivista, che ricorre anche a dei dati: «Il 70 per cento delle nostre società in Europa è composto da persone che possono essere conquistabili al discorso del cambiamento. Dobbiamo puntare a loro». Loro sono quel blocco che tiene insieme classe media e ceti popolari. «In tutte le crisi, da quella degli anni trenta del novecento, a quella del 1973, questi due pezzi di società hanno marciato uniti e ne hanno giovato. Occorre puntare a quell’unione per cambiare le cose». Ed è questo l’ingrediente misterioso che fa di Podemos un soggetto inedito e innovativo: puntare al consenso, ma farlo con una radicalità e una convinzione che portano risultati. Il consenso. Che si ottiene facendo capire alle persone che le scelte politiche possono davvero contribuire a cambiare le vite. Emozionando. Non si vergogna, il docente, di utilizzare una suggestione così lontana dalla freddezza dell’accademia. E spesso dileggiata.

Consenso

«C’era una domanda, in Spagna. Era quella del movimento degli Indignados. Era una domanda, non una risposta. Noi abbiamo cominciato a ragionare su quale potesse essere la risposta a quella domanda. Così è nato Podemos». La domanda era quella di protezione sociale nei confroni di ricette che destra e sinistra tradizionali applicano più o meno invariabilmente sotto la dettatura di Bruxelles, cioè dei potentati economico–finanziari; la domanda riguardava il superamento, per allargarla, di una democrazia rappresentativa abbarbicata ai formalismi e alle formule di palazzo. È così che il nucleo originario di professori che darà vita a Podemos, tenterà di rendere possibile l’impossibile. «In parte questo è già avvenuto: Ada Colau (la sindaca di Barcellona alleata di Podemos, ndr) era un’attivista del movimento per la casa, scendeva in piazza e fronteggiava la polizia. Oggi la comanda, la polizia. I nostri avversari andavano dicendo che con noi al governo non sarebbe più arrivata l’acqua calda dai rubinetti; oggi governiamo le principali città della Spagna e l’acqua calda continua a uscire ovunque».

L’obiettivo

La cosa sorprendente è che ad ascoltare Monedero sembra tutto facile. Perché è successo davvero. Sta succedendo. Nelle due ore di intervista, questo docente ti trasporta in un altro mondo che però esiste davvero. Questa è la novità. Perché di analisi dell’esistente come quella che fa Podemos se ne sentono diverse, in Europa. Solo che quando è il momento di fare, la maggior parte dei movimenti e dei partiti ricasca in quelle liturgie formali e s’incaglia in quelle incrostazioni di palazzo che rendono ogni proposta priva di appeal. E perde consenso, condannandosi alla riserva indiana. Podemos no. Sanno, quelli di Podemos, che il 70 per cento della popolazione europea si riconosce, può riconoscersi, in ricette che «oggi vengono definite come roba da bolscevichi, ma in verità sono appena democratiche». Per conquistarlo questo 70 per cento, occorre rompere con certe modalità, aprire le finestre dei palazzi e delle accademie. Farsi portatori di riforme in grado di avvicinare le persone. Come quella dell’introduzione del mandato imperativo, o della possibilità di revoca del mandato all’eletto che non risultasse più in linea col suo elettorato. Rifiutare i privilegi. Rendere l’erogazione di acqua ed elettricità pubbliche. Far sentire che lavori te per la gente perché sei la gente. Laddove gente non è la semplificazione anonima cui siamo abituati, ma un coacervo di soggetti e interessi ora esclusi. Siamo qui al crinale forse più stretto di Podemos. Per spiegarlo Monedero ricorre a un paragone con la rete. «Noi siamo un po’ come i gestori di Wikipedia: dobbiamo garantire che i milioni di persone che contribuiscono al successo della enciclopedia più importante del mondo non smettano di dare il loro contributo, e al tempo stesso dobbiamo garantire che Wikipedia mantenga la sua autorevolezza, evitando che chiunque ci vada a scrivere sopra quello che gli pare». Liquidità e organizzazione. Non è facile, ma ci si riesce, se si mantiene la barra dritta: qualità e consenso; consenso e obiettivi alti. E questo è quello che differenzia Podemos dagli altri partiti variamente definiti populisti.

Podemos

Monedero non si scandalizza davanti alla definizione di populista. Solo, la scarta con eleganza. «Il populismo è un momento, è la pars destruens. Noi siamo invece molto interessati alla parte della ricostruzione». Podemos vuole abbattere per ricostruire. E per ricostruire secondo una visione del mondo e dei rapporti tra classi sociali ben definita. «È questo che differenzia Podemos da Trump e Le Pen e i Cinque stelle – dice Monedero -. Noi ci battiamo contro le élite politiche ed economiche per restituire il potere alle persone che stanno subendo i danni del neoliberismo: noi puntiamo a restituire dignità al lavoro e ai suoi diritti, a garantire le pensioni, a istituire il salario minimo per chi non lavora; noi rispettiamo i migranti e non pensiamo affatto che siano loro la fonte dei problemi della gente comune. Noi vogliamo l’istituzione di una banca pubblica per sanare le storture di un’economia basata sulla finanza astratta dalla quale derivano gran parte dei guai attuali. Noi non c’entriamo con quelli che comunemente vengono definiti populisti. Noi c’entriamo con Corbyn, Mélenchon, Syriza». Podemos insomma sceglie la sua parte, sapendola potenzialmente maggioritaria e cercando di costruire quella maggioranza. Anche alleandosi, altra differenza non da poco contro i Cinque stelle. «Nessuno può rappresentare tutti, per questo per cambiare le cose noi abbiamo bisogno di un fronte ampio; noi sappiamo che gli elettori dei partiti socialdemocratici in Europa vogliono una trasformazione, per questo siamo attenti, in casa nostra, a quello che fa il Psoe, mentre ci battiamo contro il Partito popolare». Alleanze Podemos le cerca anche a livello europeo. «L’Europa è nostra, non dei banchieri che l’hanno trasformata in un deserto di austerità: noi puntiamo a un fronte dell’Europa del sud con Portogallo, Francia, Italia e Grecia, che costruisca una difesa comune europea non dipendente dagli Stati uniti, accolga i migranti e salvaguardi i diritti».

Consapevolezza

C’è consapevolezza, insomma, che il processo, seppure in Spagna si è innestato, è appena agli inizi. E in Europa è ancora più indietro. Monedero rifugge dalle tentazioni autarchiche e di autosufficienza. Perché il compito è arduo: ritrovare il filo dell’utopia, srotolarlo provocando emozioni attraverso le quali ottenere il consenso della maggioranza che subisce. Ribaltare l’immaginario collettivo colonizzato dal neoliberismo che esalta l’individuo e l’individualismo per isolare le energie e rendere gli individui funzionali al consumo. La rivoluzione è un processo, non sai mai quando si compie. Monedero questo lo sa. E sa che quell’applauso non potrebbe mai arrivare se si aspettasse davvero la fine della rivoluzione. Per questo, anche se la rivoluzione non è arrivata, possiamo comunque battere le mani davanti a questo tentativo di riannodare i fili e le corde, a questo esempio inedito che ci offre Podemos per portarci fuori dalla palude.

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In copertina, la Marcha del cambio di Podemos a Madrid il 31 gennaio 2015 (foto tratta da Wikipedia)
Fabrizio Marcucci
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