Il Perugia social film fest è arrivato alla terza edizione. E sta diventando adulto. Propone non solo temi, ma anche pratiche per uno sguardo differente (e necessario) sul mondo

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Si può costruire distruggendo al tempo stesso. Anzi: si può costruire per distruggere, come recita il titolo di una canzone. Non si sa se gli organizzatori del Perugia social film festival (Perso) c’hanno mai pensato. Ma la loro è un’operazione socialmente utile, oltre che artisticamente di rilievo, proprio perché costruendo, distrugge. Distrugge quelli che sono diventati i simboli di un’epoca che ha scelto – almeno a sentire e a vedere la corrente maggioritaria – di chiudersi erigendo intorno a sé muri, reali o simbolici che siano; che ha deliberato di solcare con la prepotenza e i mezzi di chi sta un po’ meglio, la differenza con ciò che viene percepito come potenzialmente contaminante, in grado di macchiarne la purezza. Per quei muri, il Perso è un piccone. Che pesta per aprire. Che siano le porte di un carcere o i mattoni e fili spinati messi ai confini o le barriere del pregiudizio nei confronti di una qualsiasi parte discriminata: le persone con disabilità, i migranti, le donne, i gay, le lesbiche. È un piccone, il Perso, che pesta con la grazia dell’arte. E che attraverso l’arte si pone lo scopo dichiarato di contribuire alla creazione di un altro immaginario. Come? In molti modi diversi, e coerenti. A partire dalle pratiche.

La forma è sostanza

Si è mai visto un concorso cinematografico in cui a fare da giuria ci sono anche detenuti e detenute, e rifugiati e richiedenti asilo? Al Perso, sì. Si è mai vista una rassegna che viene inaugurata con la proiezione dei germogli di quello che diventerà un lungometraggio scaturito da un laboratorio cinematografico in un carcere? Al Perso è successo. Questo festival cinematografico insomma, non si limita a presentare pellicole con uno sguardo diverso sul mondo. Guarda al mondo esso stesso in modo diverso. Pratica i percorsi, non li indica soltanto. È una condotta questa, che amplifica la portata del Perso, al di là dell’indubbia potenza dei titoli in concorso. Tanto che la gara passa quasi in secondo piano. Sì, quest’anno ha vinto Treblinka. Ma la palma poteva andare a El futuro perfecto o a The challenge o a uno qualsiasi dei 34 titoli in concorso. La portata costruttiva/distruttiva del Perso non sarebbe stata messa in discussione. Perché qui la possibilità di vedere e fare le cose in modo diverso da come le vede e le fa chi si abbandona alla corrente maggioritaria, è in atto. Qui non si passa solo la pellicola in cui sono state impresse le fragilità, le aspirazioni, le difficoltà, gli amori di tre ragazze immigrate in Francia mentre sotto si odono i proclami xenofobi della campagna elettorale di Le Pen e Macron. Qui i migranti li si mette in giuria. Qui il senso che contribuisce alla creazione dell’immaginario collettivo è sovvertito alla fonte.

Nuotare controcorrente

Già, ma perché uno dovrebbe andare controcorrente? Da dove deriva questa scelta degli organizzatori, che mostrano deliberatamente il punto di vista di chi normalmente sta sotto? Per capirlo occorre fare un passo indietro. Il Perso nasce da un’idea maturata all’interno della Fondazione Città del Sole, un’organizzazione che da anni sperimenta un modo differente e non segregante di trattare la disabilità psichica. La Fondazione anzi, è nata proprio per mettere in campo progetti innovativi con lo scopo aiutare le persone con disabilità a mescolarsi nella vita di tutti i giorni. L’apertura, l’abbattimento dei muri, insomma, è tra le fondamenta del Festival. Che nasce proprio per l’esigenza, avvertita all’interno della Fondazione, di contribuire alla costruzione di uno sguardo diverso sulle cose del mondo. Perché per fare in modo che ci sia mescolanza, hanno pensato alla Fondazione, occorre che cambi il clima fuori. Il Perso è una delle leve agite dalla Fondazione per cambiare il clima fuori, appunto. Perché là fuori cioè, ci si prepari ad accogliere le diversità in maniera meno isterica e insensatamente prevenuta di quanto non siamo abituati a fare normalmente. Il tutto è scaturito dalla sensibilità di Stefano Rulli, presidente della Fondazione nonché regista e sceneggiatore di alcune delle pellicole più significative del cinema italiano.

A macchia d’olio

È dalla questione della disabilità psichica che nasce dunque il Perso. Festival che però oggi, giunto alla terza edizione (la quarta, se si considera il numero 0 del 2014), ha acquisito una rotondità che lo fa guardare il mondo a 360 gradi. E che ha portato la rassegna a diventare una delle più importanti a livello nazionale per ciò che concerne il cinema del reale. Un allargamento a macchia d’olio che ha portato il Perso a maturare non solo dal punto di vista delle pellicole proposte, ma anche delle pratiche. Per capire come il Perso declini il concetto di abbattimento dei muri, si può fare riferimento anche ad altre questioni che non siano solo i temi trattati dalle pellicole proposte. Nell’edizione appena andata in archivio, ci sono stati 48 ospiti in sala. Vuol dire che praticamente ogni film proiettato è stato accompagnato dall’incontro con i suoi registi e sceneggiatori, cosa che oltre a rappresentare uno sforzo organizzativo notevole, significa anche abbattere il diaframma che si frappone in genere tra pubblico e autori. Ancora: la scelta dei cinema in cui proiettare i film è caduta, come sempre, sulle piccole sale del centro di Perugia. Un’indicazione di merito che riporta i film al centro della scena (non solo della città), sottraendoli al contorno confusionario di hot dog, gadget e pop corn tipici delle multisale a dimensione industriale. Infine, la direzione artistica. Che è stata offerta agli animatori del PostModernissimo, cinema di comunità (ri)nato a Perugia anche grazie all’apporto di un crowdfunding di successo che lo ha trasformato in una sorta di caso di studio si cui si vanno occupando le riviste specializzate europee.

Si può

È un insieme di sguardi obliqui, insomma, il Perso. Una scelta della parte del torto per dimostrarne le ragioni. I grandi eventi scelgono le grandi location e i nomi che garantiscono successo. Al Perso si sceglie il racconto artistico e reale delle storie di chi sta sotto, si sceglie una direzione artistica competente e appassionata, si scelgono le piccole sale non per vezzo, ma perché tutto questo messo insieme contribuisce a un racconto diverso delle cose. Affinché si pongano le basi per cambiare il mondo là fuori, prepararlo all’abbattimento dei muri di segregazione delle diversità. Ed è la dimostrazione che ce la si può fare anche a nuotare controcorrente, il Perso. Sono state cinquemila le persone coinvolte nei nove giorni di programmazione. Certo, i muri stanno ancora in piedi, ma il Perso sta dando il suo contributo per avviare la costruzione che porti ad abbatterli.

In copertina, foto tratta dal profilo Flickr di Kyle Taylor
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Fabrizio Marcucci
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