Siamo sicuri che chi si trova in povertà, chi è precario, chi è sfruttato, chi è disoccupato, è personalmente colpevole della propria situazione? Non è abbastanza istruito, formato, flessibile, o scaltro o intelligente o chissà cos’altro? Non è che, magari, le "colpe" sono da trovare nel come vanno le cose, nel "sistema", cioè in un qualcosa che sta molto, ma molto al di sopra di tutti noi?

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C’è una guerra di classe, d’accordo, ma è la classe a cui appartengo – la classe dei ricchi – che la sta muovendo e la sta pure vincendo”. Chi l’ha detto? Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi di sempre. E Luciano Canfora, similmente, ha scritto: “per ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi è sfruttato“. Così come il compianto Luciano Gallino: “la caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori – termine molto apprezzato da chi ritiene che l’umanità debba inevitabilmente dividersi in vincitori e perdenti – sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti“. E allora, siamo proprio sicuri, come vuole tanta vulgata dominante, che chi si trova in povertà, chi è precario, chi è sfruttato, chi è disoccupato, è personalmente colpevole della propria situazione? Dipende veramente da lui? Non è abbastanza istruito, formato, flessibile, o scaltro o intelligente o chissà cos’altro? Non si merita di stare bene? Oppure, se proprio vogliamo parlare di colpe, non dobbiamo trovarle nel sistema, nel come vanno le cose, cioè in un qualcosa che sta molto, ma molto al di sopra di tutti noi e che non dipende affatto dalle nostre singole volontà?

Non è il frutto del destino

Secondo Linda Laura Sabbadini, apprezzata ex dirigente dell’Istat, la crisi che stiamo tuttora vivendo ha caratteristiche ben precise. Innanzitutto, l’intensità, confermata dai pesanti dati sui poveri (in Italia sono 4 milioni e mezzo). Poi, la trasversalità: sono stati colpiti il Sud e il Centro-Nord, chi era già vulnerabile e il ceto medio, gli italiani e gli stranieri, gli uomini e le donne, i giovani e gli adulti. Ma non tutti allo stesso modo: nella sua trasversalità, la crisi è stata anche selettiva, perché ha colpito alcuni di questi segmenti più di altri: gli uomini, il Sud, i giovani, i minori. Infine, la sua lunghezza, visto che abbiamo toccato il decennio di durata. Un periodo lunghissimo, quasi la metà di quello che facciamo coincidere con una generazione. Intensità, trasversalità, selettività e lunghezza significano, nel complesso, una grande profondità della crisi. Con effetti che Fitoussi, ne Il teorema del lampione, giudica del tutto “irragionevoli“: “il livello di disuguaglianza e quello di disoccupazione, la massa delle carriere interrotte, il numero incredibile di persone che non riescono nemmeno ad avviarne una o di quanti si arenano a qualche anno dalla pensione, l’enormità delle fortune accumulate, l’oscenità di alcune remunerazioni, l’insicurezza generalizzata che regna nei Paesi ricchi”. Ma come è potuto accadere tutto questo?

Beh, non si è trattato del frutto del destino, né tantomeno di un evento meteorologico o di una calamità naturale. È invece dovuto a precise scelte, politiche ed economiche. L’economista Mario Pianta ha scritto che “togliere ai poveri per dare ai ricchi, rendere il lavoro più debole e il capitale più forte è da trent’anni l’orizzonte del liberismo, e nell’Italia del berlusconismo (ma anche dei governi di centro-sinistra) questi sono stati i risultati”. Vista la fragilità dell’economia italiana, “lasciar fare ai mercati ha voluto dire innescare un circolo vizioso dopo l’altro”, con “capitali che non investono, settori avanzati che scompaiono insieme ai ‘buoni’ posti di lavoro, produttività che cade quando si diffonde il lavoro precario pagato poco, la crescita che scompare” e, “sul fronte estero, una competitività in discesa, i conti in rosso e un potere crescente di grandi imprese straniere e finanza globale”. Da un punto di vista di finanza pubblica, “l’ossessione di ridurre le imposte e la tolleranza per un’evasione fiscale record (con un condono dietro l’altro) hanno portato a nuovi deficit e a maggior debito pubblico”. E così è potuto accadere che “nove su dieci stanno peggio”: sono i perdenti della Grande Recessione, “divisi in mille modi […] ma uniti dall’impoverimento e dalla caduta delle prospettive”

Alla radice delle disuguaglianze

Vediamo più nel dettaglio perché, come dimostra un numero incredibile di analisi e ricerche, le disuguaglianze sociali sono aumentate nel corso degli ultimi decenni e in particolare dopo la crisi. Pianta e Franzini hanno provato a fare chiarezza e individuato quattro “forze” principali che sono alla radice delle attuali disparità, in particolare di quella economica.

(1) Primo, il potere del capitale sul lavoro: a partire dagli anni ottanta, con le vittorie di Tatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Stati Uniti, ha preso avvio l’età dell’egemonia del neoliberismo, che ha portato ad una svolta nella dinamica delle disuguaglianze. Si è rotto il consenso keynesiano che regolava il cosiddetto conflitto tra capitale e lavoro, si è affermato, un po’ ovunque, il dominio del mercato e si è assistito ad un massiccio processo di liberalizzazione e deregolamentazione. La finanza ha assunto un ruolo sempre più importante e il mercato “immateriale” delle risorse economiche ha offerto una grande possibilità di accumulazione di capitale, dovuta anche alla fine della regolamentazione del settore bancario e alla liberalizzazione dei movimenti di capitale. Si è affermata la globalizzazione e, grazie anche alla diffusione rapidissima delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si sono trasformati i sistemi di produzione. Questo processo ha avuto come conseguenza una minore produzione interna, la distruzione di posti di lavoro, la rottura del potere dei sindacati e l’abbassamento dei salari.

(2) Secondo, il capitalismo oligarchico: oggi, continuano i due studiosi, siamo in presenza di una “nuova aristocrazia del denaro”, che fonda la sua ricchezza sul potere e sul privilegio, più che sul merito, sulle competenze, sulla capacità di innovare, sui successi nel mercato. Rendite monopolistiche, protezioni dalla concorrenza, bolle immobiliari e finanziarie, protezioni politiche, acquisizioni di imprese pubbliche privatizzate, consentono ad una minoranza di super-ricchi di perpetuare nel tempo il proprio dominio economico, con un’enorme crescita dell’importanza della trasmissione della ricchezza all’interno delle famiglie. Una caratteristica che per Pianta e Franzini fa somigliare il sistema attuale a quello dell’ancien régime.

(3) Terzo, l’individualizzazione delle condizioni economiche: le disuguaglianze sono aumentate anche nella parte bassa della scala sociale, cioè tra chi sta peggio. Cruciale è il processo di individualizzazione dei lavoratori, che li ha messi “in concorrenza l’uno con l’altro per stipendi e carriera, ha portato ad una polarizzazione delle competenze e delle qualifiche, ha spinto i liberi professionisti e i lavoratori indipendenti in mercati sempre più concorrenziali”. I sindacati e la contrattazione collettiva si sono indeboliti, così come è diminuita la protezione legislativa del lavoro ed è aumentata la frammentazione delle figure contrattuali, con una conseguente crescita delle disuguaglianze tra gli occupati. I tradizionali meccanismi che creavano solidarietà e identità (sindacalizzazione, attivismo, mobilitazioni, etc.) si sono indeboliti, proprio a causa di questo processo di individualizzazione. E questo è l’effetto più profondo del nuovo potere del capitale sul lavoro.

(4) Quarto, l’arretramento della politica: lo Stato, il settore pubblico in generale, oggi, non svolge più il ruolo fondamentale di ridurre le disuguaglianze. Questa funzione aveva consentito, fino agli anni settanta, di regolare la distribuzione del reddito e di contenere le disparità attraverso un sistema di tassazione progressivo, la fornitura di servizi pubblici fuori mercato (in settori come l’istruzione, la sanità, la sicurezza sociale, le pensioni, la tutela dell’ambiente, etc.) e il sostegno ai più poveri. Un qualcosa di più ampio “della semplice fissazione delle regole e della ‘correzione’ degli esiti di mercato”. Dagli anni Ottanta, il ruolo redistributivo dello Stato si è fortemente indebolito e le politiche pubbliche si sono caratterizzate per minor progressività della tassazione, liberalizzazione dei mercati, deregolamentazione, privatizzazione di servizi pubblici, riduzione degli “sprechi pubblici”, incoraggiamento dell’impresa privata. “I più ricchi sono ‘corsi in avanti’ e i più poveri sono ‘scivolati all’indietro’, grazie anche alla rinuncia delle politiche pubbliche a contenere le disuguaglianze”.

Più potere al capitale, una nuova aristocrazia dei ricchi, la frammentazione dei lavoratori e il ripiegamento dello stato sociale, dunque: quattro forze, che, secondo Pianta e Franzini, sebbene operino a livelli diversi, interagiscono strettamente tra loro, con l’effetto di potenziarsi a vicenda.

La sofferenza sociale

Probabilmente, come abbiamo già scritto, il fenomeno che coagula le difficoltà degli individui coinvolti dalla crisi sta nella diffusione della sofferenza sociale. Un qualcosa che “accomuna una serie di problemi umani la cui origine e le cui conseguenze affondano le loro radici nelle devastanti fratture che le forze sociali possono esercitare sull’esperienza umana“. Molti soggetti contemporanei, che vivono nelle nostre società “sviluppate”, soffrono per i più svariati motivi; e la radice della loro sofferenza assai spesso va ricercata nei meccanismi economico-politici che governano il nostro mondo, e non nelle caratteristiche dei singoli.

Claude Halmos, psicanalista, sostiene che la crisi economica stia generando una specie di epidemia di depressione nei diversi strati della società: questa depressione va riconosciuta per quello che è; e, soprattutto, occorre spiegare ai singoli individui “che non ne hanno colpa”. Ecco: “non sono gli individui a essere deboli, fragili o viziati: il fatto è che la realtà talvolta è davvero insostenibile. La gente vive male perché teme la disoccupazione, l’abbassamento del tenore di vita o la mancanza di futuro per i figli. È una sofferenza che va riconosciuta”. Certo, continua la Halmos, “non si può dire che viviamo come in Iraq”; ma “a parte pochissimi e ricchissimi privilegiati, tutti sono coinvolti, anche la medio-alta borghesia. Oggi, in tutti i settori, a tutti i livelli, si può essere licenziati, l’impresa può chiudere, e le persone lo sanno”. Ovviamente, non tutti corrono gli stessi rischi; ma tutti corrono un qualche rischio, con buone probabilità che si avveri. Per fronteggiare questo problema occorre innanzitutto discuterne: siccome la rimozione genera sempre nevrosi, per “prima cosa dovremmo riconoscere la sofferenza sociale e trattarla per quel che è oggi: una specie di epidemia. Parlarne, in modo da non fare sentire soli quelli che ne sono colpiti”.

Solitudine e individualismo

Le misure tipicamente rivolte a garantire un sussidio economico ai poveri, in Europa, si sono sempre più riempite, negli ultimi decenni, di condizionalità, di attivazione, di restrittività. Il welfare, cioè, è diventato un po’ più cattivo. Ranci e Sabatinelli scrivono che questa dinamica sottende “un profondo cambiamento nell’idea stessa di solidarietà sociale, basata su una diversa interpretazione delle disuguaglianze sociali, attribuite meno che in passato ai fallimenti del sistema economico, sociale e politico, e sempre più ai fallimenti del singolo individuo: alle competenze inadeguate, alla motivazione insufficiente, ai percorsi discontinui che impediscono un buon collocamento nel mercato del lavoro”. È l’effetto delle teorie e dei discorsi collettivi secondo i quali la colpa è del singolo, del povero, di chi è in difficoltà, non del meccanismo socio-economico nel quale è inserito. Il tema è quello della ricaduta individuale delle dinamiche collettive, esito del modello di economia che sta spopolando negli ultimi decenni. Ormai, chi è in difficoltà è esortato a risolvere da solo i propri problemi. Come scrive Rutger Bregman, oggi la parola d’ordine è “responsabilità personale” e la “perfettibilità della società” ha lasciato il posto alla “perfettibilità dell’individuo”. Ma i problemi sono veramente “propri”, singolari, unici per ognuno di noi? Perdere il lavoro o non riuscire a trovarlo o cadere in povertà sono la conseguenza di inettitudine individuale o piuttosto di meccanismi socio-economici che producono ingiustizie e fallimenti presunti personali?

George Monbiot, saggista, attivista politico inglese ed esperto di tematiche ambientali, mette in relazione in modo efficace il nesso tra sofferenza e solitudine, in una sorta di j’accuse al sistema ideologico e culturale dominante. La solitudine è quella che prova chi deve affrontare i propri problemi con scarso o nullo aiuto delle politiche pubbliche e, assai spesso, con un forte senso di colpa. Monbiot sostiene che una “epidemia” (di nuovo) di malattie mentali (ansia, stress, depressione, fobia sociale, disturbi alimentari, autolesionismo, etc.) stia distruggendo milioni di persone: “è arrivato il momento di chiederci dove stiamo andando e perché”, visto che, per un sistema sociale, non esiste maggior atto d’accusa di una così larga diffusione di disagi psichici. La freccia, Monbiot, la scaglia contro l’individualismo, la competizione a tutti i costi, la comodità (per i più ricchi) di dire che occorre farcela con i propri strumenti. Tutto frutto di un’ideologia dominante ben precisa: il neoliberismo. Un sistema definito senza mezzi termini “da psicopatici”: “l’idea centrale del neoliberismo è che ci sia una forma di relazione naturale all’interno della società umana, la competizione, e che ciascuno di noi non faccia altro che cercare di massimizzare la propria ricchezza e il proprio potere alle spese degli altri. Per i neoliberisti l’uomo è, cioè, homo oeconomicus. È un’ottima descrizione, ma del modo di ragionare degli psicopatici, l’1% dell’umanità. È invece una pessima descrizione del rimanente 99%”. Ancora Monbiot: “a me sembra che la causa di fondo sia ovunque la stessa: gli esseri umani, mammiferi estremamente sociali, i cui cervelli sono cablati per rispondere agli altri, sono stati scorticati [peeled, nell’originale in inglese ndr]. I cambiamenti economici e tecnologici in questo svolgono un ruolo importante, ma lo stesso vale per l’ideologia. Benché il nostro benessere sia indissolubilmente legato alla vita degli altri, ci viene spiegato da ogni parte che il segreto della prosperità è nell’egoismo competitivo e nell’individualismo estremo. In Gran Bretagna, uomini che hanno passato tutta la loro vita in circoli privilegiati – a scuola, all’università, al bar, in Parlamento – ci insegnano che dobbiamo sempre camminare con le nostre gambe. Il sistema dell’istruzione diventa ogni anno più brutalmente competitivo. Trovare lavoro è una lotta all’ultimo sangue con una massa di altri disperati che inseguono i sempre meno posti disponibili. I moderni sorveglianti dei poveri attribuiscono a colpe individuali la loro situazione economica. Gli incessanti concorsi televisivi alimentano aspirazioni impossibili come le opportunità reali. Il vuoto sociale è riempito dal consumismo. Ma, lungi dal curare la malattia dell’isolamento, questo intensifica il confronto sociale, al punto che, dopo aver consumato tutto quello che c’era da consumare, iniziamo ad avventarci su noi stessi”. E ancora: “di tutte le fantasie degli esseri umani, l’idea che ce la si possa fare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa. O restiamo uniti o andiamo in pezzi”. Tirando in ballo (e citandolo espressamente) Antonio Gramsci, Monbiot (e non è il solo, del resto) ritiene che siamo di fronte ad un sistema di egemonia culturale molto efficiente, talmente pervasivo che ciò che credono i più ricchi viene fatto proprio e replicato da tutti gli altri: è per questo che, erroneamente, “ci concepiamo come perdenti, credendo sempre più di essere noi stessi i responsabili della situazione in cui ci troviamo“. Responsabili della situazione in cui ci troviamo: ecco la conseguenza dei decenni in cui ha imperversato lo slogan essere imprenditori di se stessi. Un maleficio, più che un augurio.

Buoni a nulla?

Ne sapeva qualcosa Mark Fisher, geniale produttore culturale britannico, colpito da depressione durante tutta la vita e suicidatosi nel gennaio del 2017. Ci ha lasciato, tra gli altri, uno splendido libro, Capitalist Realism: Is there no Alternative?, e molto altro ancora. Fumagalli e Morini hanno tradotto e pubblicato, per www.effimera.org, un suo meraviglioso (e tristissimo) testo del 2014, dal titolo più che emblematico: Good for Nothing, cioè Buono a nulla. Secondo Fisher, la depressione (anche la sua) è “in parte costituita da una beffarda voce ‘interiore’ che ti accusa di auto-indulgenza – non sei depresso, stai solo cercando scuse per te stesso”; ma è causata anche e soprattutto da “schemi che sono impersonali e politici, piuttosto che individuali e ‘psicologici‘”. Il richiamo “interiore” è anche “l’espressione interiorizzata delle forze sociali presenti, alcune delle quali hanno tutto l’interesse a negare qualsiasi collegamento tra la depressione e la politica”. In particolare, la responsabilizzazione del singolo è ed è stata “una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente”, per cui i poveri e i disoccupati sono incoraggiati a pensare che le proprie debolezze siano solo colpa loro e non dipendano dai più ampi (e penetranti) meccanismi socio-economici. Fisher riprende la definizione del terapeuta David Smail di volontarismo magico, quello per cui viene scaricata sul singolo la responsabilità del proprio (presunto) insuccesso; la convinzione, cioè, “che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere“, religione e ideologia dominante del capitalismo contemporaneo. Il volontarismo magico “è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabili della nostra miseria e perciò la meritiamo”. Ai disoccupati del Regno Unito viene insistentemente ricordato che sono dei buoni a nulla, ma, allo stesso tempo, che possono fare qualsiasi cosa vogliono. Non è un cortocircuito? L’esito non può che essere una “depressione collettiva”, che secondo Fisher è deliberatamente coltivata dal potere ed è il “risultato del progetto di re-subordinazione messo in opera dalla classe dirigente contemporanea”. La manifestazione di tutto questo è la “convinzione (indotta) che la situazione peggiorerà (per tutti, eccettuata una piccola élite), che siamo fortunati ad avere un qualsiasi posto di lavoro (quindi non dobbiamo aspettarci, per esempio, una dinamica salariale che stia al passo con l’inflazione) e che non possiamo pretendere uno stato sociale pubblico e universale”.

Fisher può sembrare apocalittico, ma coglie nel segno: ci dicono, da quando siamo bambini, che possiamo diventare quello che vogliamo, che dipende da noi, che abbiamo gli strumenti per realizzare noi stessi e per essere, sostanzialmente, felici. E se non siamo capaci di esserlo, se non siamo all’altezza, la colpa è nostra, perché potremmo fare quello che vogliamo, se solo non fossimo come siamo, cioè dei buoni a nulla. Circolo vizioso esiziale, tremendo, che provoca una schizofrenia nel singolo. Schizofrenia che si somma, anzi, più correttamente, si giustappone a quella degli altri singoli e diventa collettiva. Collettiva, sì: ma in un puzzle sconnesso, senza legami, senza relazioni, senza coscienza. Poveri, disoccupati, senza tetto, migranti, esclusi e marginali: colpa vostra; potreste, ma non ci riuscite. E non sperate nell’aiuto pubblico, perché non lo meritate.

Ma c’è speranza!

Alla fine dell’articolo, Fisher lancia comunque un segnale di speranza: “per qualche tempo, abbiamo accettato l’idea che non eravamo il tipo di persone che possono muoversi, agire. Non per una mancanza di volontà, ma perché la ricostruzione della coscienza di classe è un processo assai arduo, e la soluzione non può essere preconfezionata. Ma, a dispetto di ciò che la nostra depressione collettiva ci indica, si può fare. Inventare nuove forme di coinvolgimento politico, facendo rivivere istituzioni che sono diventate decadenti, convertendo la disaffezione individuale in rabbia politicizzata: tutto questo può accadere. E quando accade, chi lo sa che cosa può succedere?”.

Già: cosa può succedere? È vero che al peggio non c’è mai fine; ma un bel risveglio collettivo non può che farci molto, ma molto bene. E questo sì, che sarebbe merito nostro.

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com
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Ugo Carlone
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