Fontivegge è la porta di Perugia per chi arriva in treno. Eppure, nonostante dovrebbe essere un biglietto da visita, è un quartiere massacrato dal cemento, senza luoghi di socializzazione, con più case che residenti. I quali ora si riuniscono in assemblea

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Fontivegge è una cicatrice obliqua frutto di un taglio venuto male, una cerniera difettosa. Fontivegge è un mondo sottosopra, che ti costringe a percorrere metri sottoterra per conquistare la parte di città che sta sul versante opposto rispetto a quello in cui ti trovi. Fontivegge è un quartiere che separa il nord e il sud di una città: di giorno è una giostra di macchine che lo fendono in qua e in là. Quando cala la sera, su vi si smerciano sostanze, mentre giù si possono comprare piaceri a buon mercato. A Fontivegge in alcuni punti ti può capitare di alzare lo sguardo e non riuscire a vedere il cielo, coperto da piani su piani di cemento. Fontivegge è bipolare: vi convivono un traffico inquinante e rumoroso e zone desertificate dove ti succede di essere l’unico umano in mezzo a complessi di edifici vuoti da sempre. Fontivegge è un taglio venuto male, e ci si può pure morire per un taglio provocato da un coltello. L’ultimo a cui è capitata una sorte del genere è stato Mohamed Wertani, la notte tra il 22 e il 23 settembre scorsi. E dire che Fontivegge è una porta d’ingresso, quella che varca chi arriva a Perugia in treno, a Fontivegge c’è la stazione.

Ma Fontivegge è soprattutto una metafora. Perché non è meglio e neanche peggio – purtroppo – della media del resto d’Italia. Questo scarabocchio urbanistico è uno scrigno in cui sono racchiusi i difetti che caratterizzano l’assetto delle nostre città. Tutte, più o meno, dal Piemonte alla Sicilia. Pensate per essere attraversate a bordo di mezzi privati più che vissute dalle persone. Vettori, non luoghi. Grumi di strade circondate da palazzi tirati su senza grazia più per soddisfare gli appetiti di chi produce cemento e lo usa per costruire, che per rendere un servizio a chi ci vive. Appetiti voraci. Che si sono mangiati, come testimonia l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale del ministero dell’Ambiente, oltre il 7 per cento del territorio nazionale e quasi il 6 per cento di questa provincia capoluogo del “cuore verde d’Italia”, come venne definita l’Umbria una vita fa. Anche l’anno scorso qui sono stati divorati 55 ettari di suolo, nonostante la crisi. E nonostante, secondo quanto rileva uno studio del Comune, nella zona intorno a Fontivegge quasi il 12 per cento degli edifici è vuoto.

Fontivegge è un quartiere figlio di scelte sbagliate, ispirate da previsioni sballate o interessate, che oggi paga le conseguenze e vive male. Negli anni ottanta vi sono state rovesciate quantità inutili di metri cubi di cemento. Mica solo qui: erano gli anni in cui in Italia si consumava una media di 40 milioni di tonnellate di cemento l’anno. L’esito di quelle scelte furono qui, a Fontivegge, palazzoni senza anima composti per lo più di miniappartamenti per massimizzare i profitti al momento della collocazione sul mercato. E centri direzionali. Mai popolati. Rimasti vuoti. Come l’Ottagono, due piani di ringhiere pressoché intatte consumate solo dal tempo, non certo dall’uso, e vetrine senza niente al di là, che hanno mangiato suolo e soddisfatto appetiti. A Fontivegge ci sono due piazze in cui però non succede quello che normalmente accade nelle piazze, dove le persone si incontrano, chiacchierano, consumano anche. Qui si transita e basta. Rigorosamente in macchina, lambendo piazza Vittorio Veneto – la prima cosa che si vede di Perugia uscendo dalla stazione – o a piedi, in piazza del Bacio: un rettangolone di cemento e col cemento intorno privo di un qualsiasi pretesto per cui una persona possa essere spinta a farci sosta. Piazza del Bacio, che di poetico ha solo il nome, è stata edificata dove una volta stava la fabbrica della Perugina, quella del Bacio appunto, che ritorna nella definizione.

Non ci s’incontra a Fontivegge, ci si sfiora di passaggio, si va all’Inps, o negli uffici della Regione o in quelli dell’Agenzia delle entrate, che sono concentrati qui e che alle 17 hanno già smesso di vivere. Non si esce neanche per fare la spesa. La si va a fare nei centri commerciali. Ancora in macchina, da soli, e via. Anche questo è il frutto di scelte precise. E sbagliate, alla luce di quello che si vede oggi. Nel 2010 l’Umbria era già al terzo posto in Italia nella classifica dell’estensione di superfici della grande distribuzione a cui erano dedicati 344 metri quadrati ogni mille abitanti. Nei successivi sette anni quella estensione è aumentata del 7,5 per cento. Altro cemento. Un andamento tutto italiano, anzi: meno peggio di quello italiano, visto che nel resto del Paese l’incidenza della superficie dedicata alla grande distribuzione, nello stesso intervallo di tempo, è cresciuta del 17,4 per cento. Ma questo creare zone in cui si transita solo e si dorme da un lato, e dall’altro realizzare giganti commerciali lontani dove si entra solo per consumare, non fa che aumentare il senso di alienazione che suscitano le città.

L’assurdità dell’alluvione di cemento di qualche decennio fa è testimoniata dai poco più di tremila residenti censiti dal Comune nel 2017 tra Fontivegge e Bellocchio, le zone tagliate in due dalla stazione, il su e il giù. Non servivano palazzi, semmai luoghi per favorire incontri. Ma gli interessi che sostenevano la realizzazione dei primi erano ben più potenti di quelli sottesi alla creazione dei secondi. Nonostante oggi siano in tantissimi a pagare scelte di cui pochissimi hanno beneficiato. Ma lo dicevamo: Fontivegge è una sorta di sottosopra. E oggi, nonostante la popolazione residente sia composta quasi al 50 per cento da stranieri, non c’è un luogo, un’iniziativa che possa favorire un incontro. L’incontro è bandito in questo luogo dove si passa e basta. Fino a una certa ora. E poi, spazio alle tenebre e ai mercati loschi.

Come può un luogo del genere produrre qualcosa di buono? Difficile. La morsa i residenti la sentono. Anche per questo l’assemblea organizzata da “Anima civica”, soggetto che sta muovendo i primi passi in città, sul futuro del quartiere-cicatrice è stata assai partecipata. Non è da tutti i giorni trovare un centinaio di persone disposte a discutere del proprio quartiere. E soprattutto, non è da tutti i giorni discutere di un luogo in cui quasi il cinquanta per cento di persone che ci vivono sono stranieri, senza essere costretti a sentire neanche un refolo di xenofobia da parte degli italiani. Così come non è usuale che si discuta di un posto in cui la sicurezza è un problema senza ascoltare nessuno che invochi gratuitamente più polizia. «Perché la sicurezza la fai con la bellezza – dice qualcuno – e a Fontivegge la bellezza manca». Che fare? Già. «Bisognerebbe radere al suolo tutto e rifarlo da capo», dice uno che a Fontivegge ci vive con moglie e figli da una vita, non il radical chic di passaggio. Ma non si può.

Fontivegge

La locandina dell’iniziativa organizzata da “Anima civica”

Il Comune aveva messo in piedi un progetto per sanare la cicatrice, ma il piano si è perso nei meandri del bando periferie bocciato dal Parlamento. Nel frattempo non è successo niente. Ma proprio niente. In quattro anni di nuova amministrazione, Fontivegge e il Bellocchio hanno proseguito nel loro cammino inerziale fatto di piccoli appartamenti abitati da persone che non hanno la possibilità di affezionarsi a questo luogo né di viverlo, popolati in strada da microdelinquenti sui quali un tempo la destra si fiondava per lanciarli come corpo contundente verso un’amministrazione che si trascinava dietro il fardello di tutti gli errori del passato. È cambiato il colore politico dell’amministrazione, non quello di Fontivegge: il solito grigio diventato pure un po’ più stanco a causa del tempo. La destra, ora che governa, di criminalità non ne parla più. E questo nonostante un mese fa, nell’arco di dieci giorni in questa città sono morti ammazzati l’accoltellato di Fontivegge e un bandito in fuga dopo un furto. E la criminalità non la sconfiggi con la polizia, ma con la bellezza, diceva il residente con ragioni da vendere. E questo rende tutto tremendamente difficile e connesso: tra invasione di cemento e sicurezza ci sono molti più nessi di quanti si pensi.

Che fare, allora? Intanto, prendere atto che un quartiere così non è per viverci. Annotare come le cose non vanno fatte, quali interessi vanno tenuti a bada e quali vanno invece coltivati. Questo per il futuro. Poi, per l’ora, parlarne, di queste cose, come hanno fatto quelli di “Anima civica” l’altro giorno. Ma quello che forse va fatto di più è cambiarli con la propria vita, questi posti. Mettercela dentro, la propria vita. Ognuno come può. Occupare un parco e rimetterlo in sesto, invadere le strade sottraendole alla criminalità, inventarsi cose, evitare di rintanarsi in casa. Senza troppi politicismi, senza tatticismi, senza aspettare che arrivi qualcuno da sopra a dare una mano; chi sta sopra, al massimo, te lo puoi portare al traino una volta che le cose ti sono venute bene e lui (o lei) ha fiutato che ci può guadagnare. Fabrizio Ricci, di “Anima civica”, ha detto all’assemblea che si sta creando un gruppo di lavoro su Fontivegge, perché i problemi non li risolvi con un’assemblea, seppure necessaria, ma col lavoro almeno nel medio periodo. È un modo per invertire la tendenza. E magari, chissà?, riuscire a ritinteggiare Fontivegge con un colore che non sia il grigio, e cambiarne la forma impervia che ha preso in anni di scelte sbagliate, che l’hanno reso una cicatrice obliqua, una cerniera difettosa. Un sottosopra.

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Fabrizio Marcucci
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  1. Piero Lo Leggio 18 ottobre 2018 at 16:05

    Bellissimo articolo. Un po’ lungo e qualche volta ripetitivo ma senza dubbio scritto bene e stimolante

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