Che ne è stato della lettera alla città di Terni per l’esclusione dei privati dalla gestione dei servizi pubblici? Che cosa è oggi la città? Come agire per portare avanti battaglie di buon senso? Abbiamo provato a parlarne in quello che i giornali “ufficiali” definirebbero un focus, ma noi eravamo al bar

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A un certo punto Fabio se ne esce così: “Se guardo indietro a questi anni mi viene di dire che siamo stati e siamo un movimento tattico. Nel senso che prima c’era la strategia, e le tattiche erano ovviamente conseguenti. La strategia era la presa del potere, le tattiche erano i singoli conflitti che si andavano a ingaggiare in vista di quell’obiettivo. Il novecento è stato così. Come comitato No inceneritori invece siamo sempre stati al punto per cui siamo nati: i rifiuti, il loro ciclo, chi e come li gestisce. Non abbiamo mai avuto velleità di presa del potere. Anche per questo abbiamo disorientato. E tutti a chiedersi: ma questi che vogliono? E non c’hanno capito niente”. Poi allarga gli occhi tondi e chiari e pure la bocca, e fa risuonare la sua risata piena. Che contagia anche noi al tavolo con lui. Ridiamo. Tutti. Intorno è il vociare, le risa e i tintinnii dei cristalli e delle posate sulle ceramiche tipici di un bar all’ora dell’aperitivo in una giornata anfibia. Semifestiva. In quella parentesi sospesa che è il tempo tra capodanno e l’epifania.

Niente. Quelli del comitato No inceneritori di Terni non vogliono niente, se non che le cose vengano gestite con un minimo di logica. Che in tempi in cui si ragiona per slogan e sorretti da ideologie nascoste ma imperanti e rigide al limite della cecità, è un obiettivo rivoluzionario.

A quel tavolo, con la città fuori che scintilla pallidamente dopo il clou delle festività ma con la fine che non è ancora arrivata, ci siamo arrivati come quando si converge e ci si ritrova in un unico punto dopo essere partiti da posizioni diverse. Ci siamo noi, Ugo Carlone e Fabrizio Marcucci, autori di ribalta. E ci sono Fabio Neri, che ha appena parlato di tattica e strategia; Lorenzo Di Schino, che poggia lieve concetti solidissimi; e Claudio Borgna, che nel corso della conversazione saprà trarre un bilancio nel quale finalmente il bicchiere lo vedremo nella sua metà piena, dopo averne contemplato il vuoto. Loro sono del comitato No inceneritori di Terni. Ci siamo arrivati, a quel tavolo, per riprendere il filo di un ragionamento avviato con la lettera aperta alla città che il comitato No inceneritori aveva inviato a metà dicembre. Nella lettera si chiedeva di scongiurare l’entrata del socio privato dentro Asm, l’azienda che gestisce a Terni, attraverso varie modalità, i servizi relativi a rifiuti, acqua, energia elettrica e gas. E non solo. Si chiedeva di fare dell’azienda un esempio di gestione dei servizi pubblici a totale controllo pubblico. Quella lettera qui a ribalta l’abbiamo pubblicata e fatta nostra. Perché?

Consentire l’entrata di soci privati nella gestione
dei servizi pubblici significa introdurvi la logica del profitto,
cioè accettare che prevalga l’interesse privato su quello pubblico

Se non fossimo in tempi di ideologie nascoste ma imperanti e rigide fino alla cecità, non ci sarebbe neanche da spiegarlo il motivo per cui si ritiene che i servizi pubblici debbano essere gestiti da società pubbliche. Lorenzo la mette così, andando al cuore della questione: “Consentire l’entrata di soci privati nella gestione dei servizi pubblici significa introdurvi la logica del profitto, cioè accettare che su aspetti fondamentali e irrinunciabili per la vita di qualsiasi cittadino prevalga l’interesse privato su quello pubblico, di tutti. Il profitto lo si può anche prevedere, ma sempre in una logica di miglioramento del servizio, quindi costringendo chi gestisce il servizio stesso a reinvestirlo totalmente nell’impresa. Quale soggetto privato accetterebbe una cosa del genere? È una contraddizione in termini: il privato punta a guadagnare per sé”. E la questione dei servizi pubblici va molto oltre i servizi stessi: attiene allo stesso sviluppo di un territorio, al suo assetto. Non è un caso che il comitato No inceneritori sia arrivato lì, a parlare di gestione dei servizi pubblici nel loro complesso, a partire dai rifiuti: se al privato conviene bruciare i rifiuti, lo farà anche a scapito della salute pubblica o di qualsiasi altra soluzione alternativa e sostenibile. A poco valgono le convenzioni, i controlli pubblici di società per azioni in cui come azionisti figurano colossi privati. Il colosso lo trova il modo di fare i suoi interessi. Sempre. Anche asservendo il territorio. L’introduzione dei privati nella gestione dei servizi pubblici è andata di pari passo con l’avanzamento della teoria secondo cui la concorrenza migliorerebbe la qualità dei servizi stessi. Più soggetti privati in concorrenza uguale servizi migliori, è stata la vulgata. Non è così. E di esempi ce ne sono a valanga. Così come ci sono esempi luccicanti come le stelle di natale che brillano fuori da questo bar di aziende completamente pubbliche che erogano servizi eccellenti. A ribalta ne abbiamo parlato con diversi esempi. Ci sono pure esempi virtuosissimi e innovativi di utenti che si mettono in cooperativa per gestire i servizi che verranno poi auto-erogati, anche di questo abbiamo parlato. Eccoli spiegati i motivi per cui ci siamo trovati allo stesso tavolo, ribalta e comitato No inceneritori di Terni. Perché l’obiettivo del controllo pubblico (e innovativo) delle aziende che gestiscono servizi pubblici è un tema che ci accomuna.

Questa è una città in cui decenni di potere univoco
hanno prodotto prima obbedienza e poi una ribellione di pancia.
Dovrebbero farsi una domanda le persone che per decenni
hanno tenuto saldamente il potere tra le mani

Già, ma come è andata con la lettera? La domanda, nell’alternarsi di risate e pensosità che caratterizza questo tavolo immerso nell’atmosfera di una città che fatica a smaltire le scorie, che non sono solo quelle degli eccessi festaioli, cade pesante. Più che altro è la risposta ad essere pesante. Da accettare. Perché porta a mettere a nudo le debolezze di una città intera. Pensa tu dove si può arrivare dalla critica agli inceneritori e passando per la pubblicizzazione dei servizi pubblici, che pare una tautologia invece è eresia, in questo mondo intriso di ideologia profittista. Nessuna organizzazione ha risposto alla lettera, né aderendo al contenuto né criticandolo. Nessun partito, nessun sindacato ha preso parola. E se risposte ci sono state, sono cadute come una goccia in un deserto. Sortendo il nulla. Perché? Fabio spizzica qualcosa dal piatto al centro del tavolo. Poi comincia a parlare ed è come se ci mettesse i piedi, nel piatto. “Questa è una città in cui decenni di potere univoco hanno prodotto prima obbedienza e poi una ribellione di pancia. Dovrebbero farsi una domanda le persone che per decenni hanno tenuto saldamente il potere tra le mani sui motivi per cui la città operaia per eccellenza ha votato Lega al 31 per cento. Ed era un potere diffuso, quello che avevano in mano: sindacati, associazioni, perfino le polisportive, tutto qui era intriso di sinistra. E oggi, di fronte a un soggetto come il nostro che pone un interrogativo sullo sviluppo stesso del territorio, si registra il silenzio”. Facciamo notare, noi di ribalta, che però quella che Fabio definisce sinistra sarebbe poco credibile oggi a fianco di un comitato che ha sempre osteggiato; una sinistra che quando è stata al governo gli inceneritori li ha accesi. E poi Terni, purtroppo, non è mai stata una città così frizzante nel produrre movimenti e innovazione, è stata sempre, tutto sommato, tradizionalista. “Sì – è la risposta – ma noi parliamo di soggettività. È possibile che nonostante quello che è successo non ci sia nessuno, singolo, non sotto forma di sigle, che sia in grado di prendere minimamente le distanze da una storia che è fracassata contro un muro?”.

Anche presso la stampa la lettera è caduta nel vuoto,
è come se non ci fosse vita al di là delle istituzioni.
Anche per chi dovrebbe raccontare la realtà è così,
e la realtà in questo modo la plasmi

È vero. Nessuno. È come se l’eccesso di scorie avesse anchilosato le articolazioni della città. Né sì né no. E questo di fronte a un tema cruciale come quello dell’erogazione di servizi essenziali. E la stampa, come si è comportata? “La lettera è stata pubblicata solo da un giornale on line. Per il resto, niente”. E dire che ci sono tre quotidiani cartacei con pagine locali a cui si sono aggiunti negli ultimi anni una miriade di siti che pubblicano notizie locali. E qui veniamo all’altra mancanza. Quella di una stampa che nonostante la tempesta che si è abbattuta anche sullo stesso settore giornalistico, continua a privilegiare la istituzionalità dell’interlocutore. Come se la vita fuori dalle istituzioni non contasse, come se non ci fosse quasi il cinquanta per cento delle persone che a votare non ci va neanche più. Come se consiglieri, partiti e assessori fossero davvero rappresentativi del mondo. Di tutto il mondo. E come se, essendo il comitato No inceneritori un soggetto fuori dalle istituzioni, esso conti automaticamente zero. Non è solo una visione parziale. È costitutiva, dà vita a un’opinione pubblica parziale, attanagliata dall’emergenza criminalità che non c’è e avulsa da questioni cruciali: come ci si scalda in casa? Come si smaltiscono i rifiuti? Da chi e come viene gestita l’acqua che esce dai rubinetti, a chi vanno i soldi delle bollette?. Sono domande e risposte pesantissime. Difficili persino da diteggiare su una tastiera. Ma sono domande da farsi, e risposte da tentare. Capito dove si può arrivare quando si comincia a parlare di inceneritori?

Una cosa è certa: in questa città siamo riusciti
a mettere al centro dell’agenda che gli inceneritori
sono un danno per le persone
e per l’ambiente, quello è innegabile”

Isolato. Il comitato appare solo. Eppure solo poco meno di un anno fa, nel marzo del 2017, con il comitato sono scese settemila persone in piazza. Cosa è successo dopo? “E chi lo sa?, forse abbiamo sbagliato pure noi”, risponde Fabio domandando. Al che Ugo prova ad articolare: “Aspetta però, in quella manifestazione c’era anche un forte sentimento anti-Di Girolamo (il sindaco Pd che all’epoca governava la città) e quanto fosse forte si è visto alle elezioni, con la Lega a percentuali incredibili. E poi, si sa, il ciclo delle mobilitazioni è altalenante”. Vero. E non c’è solo da rimanere sconsolati. Perché “una cosa è certa – rivendica centrando il punto Claudio – in questa città siamo riusciti a mettere al centro dell’agenda che gli inceneritori sono un danno per le persone e per l’ambiente, quello è innegabile”. Già, pare sempre di camminare nel deserto, e spesso, a furia di voler cambiare le cose che si hanno davanti, si dimenticano i risultati che stanno dietro le spalle. “Certo – continua Claudio – qui non siamo a Capannori o ad Albano, dove i comitati gli inceneritori non li hanno fatti proprio costruire, e dove, almeno a Capannori, si sono costruiti modelli di cura del ciclo dei rifiuti. Ma noi qui, purtroppo, l’inceneritore ce l’avevamo già quando abbiamo iniziato la lotta”.

La tattica, per dirla con Fabio, paga, dunque. Lorenzo pare rinfrancato dalla piega che ha preso la chiacchierata, che poi si sapeva che quelle chiacchiere al bar sarebbero finite in un articolo, qui, su ribalta. Si sapeva che erano il pretesto per fare il punto della situazione. Seriamente. Seppure intorno al tavolo di un bar. Seriamente. Seppure immersi in una giornata anfibia tra il feriale e il festivo. Seriamente. Seppure con tutte le scorie da smaltire. Seriamente. Senza rinunciare a farsi una risata. Lorenzo pare rinfrancato, si diceva. E mostra la volontà di non fermarsi. Riprende il filo del discorso di Claudio e lo chiude, come a chiudere il ciclo dei rifiuti. “Sì, che gli inceneritori fanno male siamo riusciti a metterlo al centro del discorso. Ora occorre far capire che il ciclo dei rifiuti può essere chiuso riciclando, riutilizzando, e mettendo a sistema un’economia circolare dalla quale si potrebbe trarre lavoro e risorse. Altro che privati nella gestione dei servizi pubblici!”.

La tattica paga, dunque. Può pagare. Non è una questione di presa del potere, convergiamo concludendo. È che bisogna tornare a parlare di cose che toccano davvero la vita delle persone, cosa che la politica istituzionale – che piace tanto alla stampa “ufficiale”, spesso amplificatrice di questioni marginali – non fa più. “Guarda Riace – indichiamo noi di ribalta – Mimmo Lucano ha vinto per tre volte le elezioni perché ha cambiato in meglio la vita dei suoi concittadini: non è solo una questione di accoglienza dei migranti, ma di acqua pubblica pagata a prezzo di costo, di ripopolamento di un territorio, di stop reale al consumo di suolo e di favori alle mafie. Lucano è l’esempio di come i principi possono diventare pratica di governo”. La tattica paga, poi occorre unire le tattiche, ma quello è un altro discorso, occorrono tutta una serie di convergenze. “Sì, e quando ci sarà da unirle verrà spontaneo, come noi qui al bar, che magari decideremo di prendere il potere”, dice Fabio, e ride di nuovo. E ci contagia ancora. E ridiamo. Tutti. Mentre intorno a noi c’è una città che prova a smaltire le sue scorie in una giornata anfibia. Sospesa.

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