Percorsi

Nella rete

Senza farsi pescare
Internet è una risorsa e le nostre vite saranno sempre più connesse. Ma proprio per questo occorre conoscere quello che si usa. E sapere che dietro social, programmi e navigazione si nascondono diverse insidie. L'open source è una strada da percorrere, anche per allargare gli spazi di democrazia. Sonia Montegiove, presidentessa di LibreItalia, spiega perché

Fabrizio Marcucci

Immaginate di camminare per strada, entrare in un negozio, provare un paio di pantaloni, scartarli perché addosso fanno tutt’altro effetto rispetto a quello che pensavate; uscire, guardare una vetrina, trovare il capo che fa per voi e acquistarlo. Poi, immaginate ancora di varcare la soglia di una farmacia, procurarvi il rimedio alla stitichezza o alle emorroidi; al diabete, all’inappetenza sessuale, alla menopausa o a qualsiasi altro disturbo voi tenete gelosamente custodito per pudore, per vergogna o perché pensate che possa essere usato contro di voi dalla vostra collega o dal vicino di casa. Tornando a casa, immaginate di fare il consueto salto dal macellaio per acquistare il guanciale con cui cucinerete la carbonara che vi fa venire l’acquolina in bocca solo a pensarci e a cui non rinunciate almeno una volta a settimana, anche se il medico ve l’ha sconsigliata. Poi immaginate di passare al bar dove siete sicuri di trovare Mauro e Fernando (o Paolo e Giuditta, o Giulia e Sofia), coi quali davanti a un Campari siete soliti scambiare due chiacchiere su Renzi che chissà che fine farà o ci farà fare; sui tagliateste dell’Isis e sul Milan che è ora che si riprenda. Ecco. Ora immaginate che un tizio vi abbia seguito nel vostro andare; abbia preso scrupolosamente appunti sui vostri movimenti. Anzi. Immaginate che lo faccia già da tempo. E immaginate che conosca i vostri orari, in quali giorni della settimana siete più propensi a fare acquisti (voi non ci avete mai fatto caso, ma lui sì) e cosa comprate. E immaginate che quando vi fermate a parlare coi vostri amici ascolti ciò che dite e lo immagazzini. Bene. Quel tizio sa di voi cose che voi stessi non ricordate. Ha un faldone grosso così su di voi. Ed è pronto a vendervi. A vendere le vostre abitudini a gente che è disposta a pagare per conoscerle perché vuol fare di voi un cliente migliore di quello che già siete. Perché venendo a conoscenza delle vostre vulnerabilità, fobie, abitudini, vizi, inclinazioni, può modellare i vostri consumi e spingervi a comprare cose che oggi non conoscete ma la cui esistenza vi sarà comunicata domani. Inquietante? Eppure è ciò che succede ogni giorno che entrate in rete, ogni volta che con lo smartphone scrollate la timeline di facebook, ogni volta che mandate un messaggio whatsup.

Nella rete veniamo continuamente profilati: le nostre abitudini,
le persone che seguiamo, le nostre inclinazioni e gli acquisti che facciamo,
vengono immagazzinati per fare di noi clienti migliori

Con la rete e coi pc ci diciamo che Zuckerberg e Gates ci sono diventati ricchi. Jobs prima di morire ci ha detto che a forza di stare foolish e hungry potremmo diventare come lui, che con la mela morsicata ha costruito una fortuna. Ci diciamo che tablet e smartphone ci migliorano la vita (e in parte è vero). Che ci rendono dipendenti (vero anche questo) e mille altre cose ancora. Raramente però accostiamo la parola internet a democrazia. Se lo si fa, è solo quando si parla di regimi che la rete la controllano. Come se il controllo sul web e su chi ci sta dentro fosse prerogativa di Cina, Turchia, Russia, Corea del Nord e pochi altri. No. In rete siamo sempre controllati. Dalle aziende. Solo che ci fa meno effetto di avere qualcuno alle calcagna fisicamente. Questo chi ci controlla lo sa. E ne approfitta. I nostri profili vengono accatastati in database in cui non sfugge ogni bit che abbiamo mosso, ogni like che abbiamo messo, ogni libro acquistato, ogni sito visitato. Profilazione, si chiama. È per questo che se ci capita di cercare su un motore di ricerca sistemazioni possibili per una vacanza in Sicilia, al prossimo sito visitato o alla prima volta che riapriamo facebook, ci compaiono pubblicità che, guarda un po’?, ci parlano della Sicilia. È per questo che su facebook ci è comparsa almeno una volta, nella colonna di destra, la pubblicità della t-shirt nera con la scritta bianca “Made in” seguita dall’anno della nostra nascita, proprio quello! Perché sanno chi siamo, cosa leggiamo, quali personaggi seguiamo sui social e quindi quali tendenze abbiamo, financo quelle sessuali. Possono facilmente risalire al nostro stato civile, possono sapere se siamo fidanzati e con chi, se abbiamo figli e come sono fatti, se abbiamo l’abitudine (che sarebbe bene eliminare) di pubblicare le loro foto. Sanno se ultimamente abbiamo avuto problemi di salute.

Ok, ma così non se ne esce. Perché la rete è anche una serie di opportunità di conoscenza, informazione, svago. Non solo. Dalla rete dipenderà sempre più in futuro il nostro stare in comunità, da lì passeranno sempre più informazioni, prenotazioni, ritiro di referti delle nostre analisi, iscrizioni; forse, in un futuro più o meno prossimo, da lì passerà il nostro voto alle elezioni. La rete è anche partecipazione, insomma. Ecco perché dovremmo cominciare a mettere accanto le parole “internet” e “democrazia” e vedere come stanno insieme. Ed ecco perché, pur senza diventare ingegneri informatici, sarà bene tenere presente che in rete siamo sotto controllo. “Saperlo – dice Sonia Montegiove – è già un modo per orientarsi”. E non è solo una questione di controllo personale. Ma di controllo dei mezzi. Montegiove di queste cose va parlando da anni nelle scuole, nei corsi di formazione aziendale in cui è chiamata a fare docenza. È presidente di LibreItalia, un’associazione impegnata nella diffusione di LibreOffice, l’alternativa “libera” a Microsoft office. Libera. Ma da cosa? Dal controllo, appunto. Perché? Perché LibreOffice è open source. Tradotto in italiano: a fonte aperta. Significa, dice Montegiove, “che puoi usarlo gratuitamente”, e questa è la caratteristica che per prima viene in mente quando si parla di software libero. Ma il software open source va molto al di là. Perché l’essenza vera è che si può conoscerne l’architettura, condividerne insieme a molti il cuore del funzionamento, a differenza di quanto accade per i software “proprietari”, quelli per cui si paga una licenza di utilizzo, che fanno della segretezza un tratto imprescindibile. Da ciò discende che tutti possono contribuire a migliorarlo, il software libero, entrando a far parte della community che lo “gestisce”.

I software open source capovolgono il modo di operare
Qui prevale la collaborazione invece della competizione
e c’è una comunità che vigila affinché la conoscenza venga condivisa

È una rivoluzione. Perché capovolge in senso letterale il modo di operare. Intanto, la conoscenza della “sorgente” implica già una democraticità rispetto alla segretezza dei software proprietari. Poi c’è l’entrata in gioco della comunità. Un’entità in cui la collaborazione prevale sulla competizione, che pare essere la religione del nostro tempo e dove la meritocrazia acquista un senso. “I nostri forum possono essere coordinati da ventenni dice Montegiove – Perché? Semplicemente perché hanno dimostrato di essere i migliori in un certo campo, i più affidabili, i più puntuali”. Nella comunità ognuno dà quello che può: il sistemista lavora ai software, il giornalista prepara le guide di utilizzo, chi conosce le lingue traduce i manuali e via dicendo. Non si tratta di nerd disperati, insomma, ci sono tante figure che condividendo conoscenze sperimentano un modo diverso e più democratico di intendere la rete, i programmi per l’utilizzo delle macchine, e quindi di migliorare la democrazia, attuale e futura. Ma non basta. Sicurezza e stabilità dei software ne guadagnano. “In genere – spiega Montegiove – si tende a stare più sicuri con una licenza Microsoft in tasca, si pensa che al momento giusto, basterà estrarla per chiedere aiuto in caso di guasti. Non è così. In quel caso passano spesso giorni prima di risolvere il problema. Se invece vai in un forum di una community che gestisce programmi open source e fai una domanda, entro pochi minuti ti arriva la prima risposta”. E troverai diverse persone pronte a darti una mano. Le stesse ai cui occhi vigili non sfuggono il virus, il bug, e i tanti imprevisti che “impallano” le nostre macchine. Un controllo orizzontale, democratico, pacifico, volto al buon funzionamento del sistema complessivo, non a carpire informazioni per farne la fortuna di pochi. E poi c’è la questione dello standard. Salvando i documenti nel formato ODF (lo standard di LibreOffice) c’è la sicurezza di stare utilizzando una formula riconoscibile da numerosissimi software e che, soprattutto, potrà essere riconosciuta liberamente anche in futuro. L’esatto contrario dei software proprietari, che per incatenarci a loro utilizzano formati riconoscibili solo attraverso loro, cosa che rende i documenti salvati in quel modo meno leggibili.

Il 78 per cento delle aziende utilizza programmi open source
In Italia l’esempio lo ha dato il ministero della difesa,
che è passato a LibreOffice grazie all’aiuto della comunità di LibreItalia

Ecco il senso della consapevolezza cui puntano Montegiove e la sua ciurma di visionari con i piedi per terra di LibreItalia. Sì, ma la storia dell’open source funziona? Altroché se funziona. Per rimanere a LibreOffice, Montegiove rivela che “la stima in base ai download effettuati è che venga utilizzato da 100 milioni di persone nel mondo”. Mille sono le persone che si occupano del suo funzionamento. Ma c’è di più. “Il 78 per cento delle aziende utilizza software open source e meno del 3 per cento non lo usa per niente”, snocciola Montegiove, che se non bastasse aggiunge che “sono migrati a LibreOffice il governo francese (330mila macchine), la Comunitat Valenciana (una regione della Spagna: 120mila pc in tutto), la Regione Umbria, il ministero della difesa olandese, il sistema degli ospedali di Copenaghen, la città di Monaco di Baviera e il ministero della difesa italiano”. In quest’ultimo caso, la migrazione a LibreOffice è stata gestita proprio da LibreItalia. E qui si apre un altro punto, quello del business. Perché “niente è gratis”, specifica Montegiove. E allora, al di là dei romanticismi, come si mantiene la community di LibreItalia?, come vanno avanti LibreOffice, e più in generale i software open? “Semplicemente, puntiamo su un modello differente di business”, risponde Montegiove. “Laddove le aziende che producono software proprietario (segreto, ndr) si fanno pagare la licenza, noi puntiamo sul fornire consulenza per la formazione, ad esempio”. Al ministero della difesa il passaggio a LibreOffice consentirà un risparmio sulle licenze di circa 29 milioni da oggi al 2020. Parte di quelle risorse è stata e verrà utilizzata per fare formazione al personale. Con una valorizzazione dei lavoratori che rende il posto in cui operano migliore: più collaborativo, quindi più performante, secondo un aggettivo amato da quelli che fanno della competizione una religione e non si rendono conto invece che si possono fare affari anche collaborando e incentivando la collaborazione. “La cosa migliore di LibreDifesa è stata il coinvolgimento del personale interessato al progetto. Ho visto gente convinta e partecipativa oltre che di elevata professionalità in tutti i settori coinvolti (formazione e assistenza all’utenza). L’entusiasmo in progetti come questo penso sia determinante per raggiungere lo scopo nei tempi prestabiliti. Abbiamo fatto squadra, abbiamo condiviso ogni fase del progetto e questo ci ha aiutato ad essere compatti e a sostenere le diverse attività messe in campo”. Sono parole del generale Sileo, che ha coordinato il progetto di migrazione della Difesa a LibreOffice. E ci sarebbe anche una legge, che

Facebook e i social in generale non garantiscono la neutralità
rispetto ai contenuti: nella nostra timeline non vengono visualizzati
tutti i messaggi, ma solo quelli che il social ritiene interessanti per noi

Insomma, c’è futuro per il software libero. Se ne stanno accorgendo anche le aziende. Perché conviene, sia dal punto di vista economico che della sicurezza di ognuno di noi. E perché il suo utilizzo getta le basi di un modo nuovo e più democratico di stare in rete, elemento cruciale, dal momento che la nostra democrazia sarà sempre più fatta di rete. Solo che ci sono delle criticità che vanno conosciute se si vuol navigare senza abboccare all’amo. Montegiove cita l’esempio di facebook. “Grazie al protocollo http, la rete è neutrale rispetto ai contenuti, nel senso che viene veicolato tutto. I social però, amputano molto questa neutralità, questa universalità. Grazie a un algoritmo infatti, nella nostra timeline di facebook ad esempio, non compare tutto ciò che viene prodotto dai nostri contatti, ma solo ciò che il social network ritiene sia per noi più interessante (e si torna alla questione del nostro essere sotto controllo, ndr). Non si tratta di demonizzare, ma di sapere che facebook è un bel giardino, ma che oltre la siepe c’è molto altro, e che se lo voglio conoscere lo devo andare a cercare. Uscire da facebook”. La conoscenza, insomma, è fondamentale. “Altrimenti – conclude la presidente di LibreItalia – ci illudiamo di aver superato il digital divide solo perché utilizziamo il tablet”.

Ok, ma detto questo, come difendersi? Evitando di divulgare sui social dati sensibili, intanto. E poi andando alla ricerca di software liberi, che siano sotto controllo democratico di una molteplicità di persone, una comunità, e in cui nessuno possa prendere il sopravvento. LibreOffice per scrivere, far di conto e molte altre cose. Firefox o Tor come browser per navigare (settandoli per evitare di farci profilare), DuckDuckGo come motore di ricerca per garantirci la privacy. Telegram, libero, pulito e rispettoso della privacy, invece di Whatsup (come?, rinunciare a Whatsup? Si può: scaricate la app e guardate quanti dei vostri contatti l’hanno già fatto, solo che non se ne parla). Fino ad arrivare a Linux e Ubuntu come sistemi operativi alternativi a Windows e Mac. Le alternative ci sono. Valide. Basta cercarle.

PS: Quando postate foto su faceboook, ricordate che da quel momento diventano di proprietà di Zuckerberg. Sì, è così. E i vostri figli, domani, potrebbero non esserne così contenti.

Nella foto di copertina, "The Internet Messenger", opera dello scultore Buky Schwartz. Foto di Dr. Avishai Teicher Pikiwiki Israel, concessa in licenza Creative Commons CC BY 2.5

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