I migranti di Perugia hanno avuto per anni la possibilità di eleggere un loro rappresentante in consiglio comunale che aveva potere consultivo. Poi è arrivata la giunta di destra che ha cancellato questa figura. In questa intervista Iyad Hafez, che è stato consigliere aggiunto, racconta la sua esperienza

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Sentiamo parlare quotidianamente di immigrazione, migranti, politiche migratorie, espulsioni, sbarchi, criminalità, sicurezza, e molto altro. In questo grande calderone di parole e significati, siamo spinti a considerare e pensare il fenomeno migratorio come qualcosa che si riferisce solo ed esclusivamente a questo. In realtà, chi è disposto a guardare oltre a ciò che viene narrato a livello pubblico e politico, scoprirà che c’è un mondo al di là di questi significati, fatto di persone che, per motivi e con storie diverse, hanno scelto di piantare le proprie radici accanto a noi, nelle nostre comunità locali. Scegliere di vivere in un posto significa anche contribuire alla crescita e allo sviluppo del capitale sociale delle comunità, e i cittadini venuti da altrove, anche questo fanno. Sembrerà strano perché raramente sentiamo parlare di quest’altro lato della medaglia, di storie ed esempi d’integrazione e partecipazione ai vari ambiti di vita delle nostre città. Raramente ci interroghiamo su come, quanto, se e in che modo gli stranieri possano concretamente partecipare alla vita pubblica, politica e sociale del nostro Paese.

Il consigliere aggiunto e quello della Lega

È per questo motivo che abbiamo ripercorso l’esperienza di Iyad Hafez, ex consigliere aggiunto per gli immigrati del Comune di Perugia, che ha garantito la presenza di tale figura per diversi anni, fino all’arrivo della giunta di centrodestra presieduta dal sindaco Andrea Romizi, durante la quale la presenza in consiglio comunale dei due consiglieri aggiunti previsti è stata messa in discussione e il rinnovo delle cariche annullato. A febbraio del 2016, infatti, è stata votata l’abrogazione dell’articolo 24 dello Statuto comunale che ne garantiva la presenza, su proposta del capogruppo della Lega Michelangelo Felicioni. Già allora, all’indomani della decisione, fu inviata al sindaco Romizi una lettera firmata da numerose associazioni in cui si affermava che «il Comune di Perugia, precedentemente capofila in progetti d’inclusione sociale, si muove in controtendenza rispetto al resto dei comuni italiani, dove la figura del consigliere aggiunto sta assumendo sempre più rilievo e importanza e questo a prescindere dagli schieramenti politici delle maggioranze».

Migranti

Iyad Hafez, ex consigliere aggiunto per gli immigrati a Perugia

I 15.000 migranti rimasti senza voce

Pur avendo il consigliere aggiunto soltanto un potere consultivo senza diritto di voto, la figura consentiva, e consente tuttora nei comuni dove è presente, un’importante opportunità di visibilità, rappresentazione, coinvolgimento e partecipazione di tutti i soggetti che desiderano sentirsi parte integrante della comunità in cui hanno scelto di vivere e lavorare. Eletto dai cittadini stranieri regolarmente residenti nel territorio di Perugia (circa 15 mila persone), Iyad Hafez, nato in Siria ma residente in Italia dal 2002, per molti anni ha cercato proprio di dare vita a una forma di raccordo tra i cittadini italiani e quelli immigrati, svolgendo il suo lavoro gratuitamente, spinto solo da grande motivazione e passione. Fin da subito, Hafez ha ritenuto che la proposta di abrogazione dell’articolo 24 fosse una scelta prettamente politica: «Un modo per ricevere feedback positivi», ci ha detto, «e non perdere consensi agli occhi del partito. Quando ho parlato con Felicioni, gli ho chiesto chi rappresenterà ora ora le istanze dei cittadini stranieri, chi farà da tramite e da interlocutore, quali programmi alternativi aveva da presentare per risolvere la questione della partecipazione e della rappresentanza degli immigrati. Non ha saputo rispondere. La Lega non ha saputo offrire un’alternativa valida all’abolizione del consigliere aggiunto e non ha presentato alcun programma a riguardo».

Un’esperienza tra luci e ombre

Nonostante il modo non troppo “pacifico” in cui la faccenda si è conclusa, Hafez ritiene che nell’esperienza del consigliere aggiunto ci siano state sia anche luci, oltre le ombre. Senza dubbio, non sono mancate le criticità, come racconta lui stesso: «Ho più volte chiesto di poter disporre di un piccolo ufficio, di un piccolo spazio, che mi consentisse di avere libero accesso alla documentazione e mi garantisse la possibilità di presentarmi alle sedute sempre aggiornato e preparato riguardo ai diversi ordini del giorno, ma questo non si è mai verificato. Se, per esempio, l’ordine del giorno era la questione di una nuova strada o una modifica della viabilità e io non ero a conoscenza degli estremi della vicenda, mi si diceva che non ero in grado di esprimere opinioni perché tanto restavo sempre zitto. In realtà io non ero a conoscenza dei fatti quanto e come (forse) lo erano loro». La difficoltà principale è stata però quella di rappresentare gruppi molto diversi e distanti tra loro, le cui posizioni non sempre erano allineate. Pur avendo coinvolto la maggior parte delle associazioni degli immigrati, si è rivelato assai difficile coinvolgerle in un unico gruppo perché molti stranieri si sono mostrati passivi e, «per invidia», sostiene Hafez, o per altri motivi, non si sono fidate. Non va quindi sottovalutata la responsabilità degli stessi stranieri per non esser riusciti a far convergere le loro idee e a potersi supportare in un’eventuale rappresentanza e partecipazione politica. È chiaro: le comunità immigrate sono tante e diverse tra loro, ognuna ha le proprie caratteristiche ed esigenze; perciò, le difficoltà di rappresentazione degli interessi sono molte e i punti di vista, come spesso accade, spesso troppo distanti tra loro. Una domanda però continua a porsi Iyad: al netto delle criticità che si sono riscontrate: «Chi farà ora da interlocutore alle loro domande? A livello istituzionale è venuta a mancare una figura di riferimento, che prima spiegava, mediava e faceva sì che gli stranieri si sentissero coinvolti».

Lavoro sì, diritti no

Secondo Hafez, per compiere passi in avanti verso una nuova forma di partecipazione è necessario lavorare sulla mentalità della società italiana, che lui reputa «chiusa», ancora troppo indietro; ci sono pregiudizi che precludono un’apertura, una predisposizione alla conoscenza, all’accettazione e alla tolleranza dell’altro, della diversità. I cittadini immigrati continuano, infatti, a percepirsi come stranieri e troppo marcata è ancora la distinzione noi/loro. Quali prospettive ci sono per provare a cambiare questa mentalità? Hafez, guardando al presente, non ritiene sia onesto ospitare persone «svuotandole della propria identità», non facendole sentire «a casa», e dicendo loro, sostanzialmente, se le cose così non ti stanno bene, torni a casa tua, quando poi, in molti ambiti di lavoro, queste persone sono indispensabili, anche per coloro che ritengono che la partecipazione degli immigrati non sia necessaria. Questo, per Hazed, è un controsenso: «Nel lavoro servono eccome, negli altri ambiti della vita sociale e politica, no. E su questo non si può chiudere un occhio. È precluso di partecipare e di essere rappresentati. Non hanno diritto di voto, ma perché privarli anche di quello di parola?». Così, i limiti e le difficoltà nella convivenza rimangono evidenti: «Ci perdiamo in una vita senza senso. Sarebbe importante lavorare su questo aspetto, per annullare questa enorme distanza noi-loro, ancora troppo sentita e pervasiva in tutti gli aspetti della quotidianità; aprirsi, cercando, perché no?, di guardare altrove, di là dai nostri confini; proviamo a guardare fuori cosa accade e prendiamo spunto da qualche esempio positivo».

Guardare agli esempi positivi

Ecco allora un secondo livello su cui lavorare: osservare cosa viene fatto in altri paesi come ad esempio Francia o Gran Bretagna, per raggiungere migliori livelli d’integrazione, perché «è vero siamo tanti e tutti diversi, ma perché non provare ad accogliere o quantomeno a prendere in considerazione le istanze di tutti?». Soltanto questo può spingerci verso una concezione più inclusiva della società, più moderna, e non solo a parole: «Mi auspico un’apertura che, partendo dalla mentalità, coinvolga anche la sfera politico-sociale, attraverso il dialogo. Non è che possiamo fare rivoluzioni, non lo reputo neanche necessario, abbiamo questi spazi e a partire da questi dobbiamo costruire qualcosa, anche se non è molto».

Senza dubbio il dialogo è il principale strumento che noi tutti abbiamo a disposizione e bisognerebbe farne tesoro, ripartendo dagli errori. Alcune realtà, in Italia, stanno sperimentando possibili forme di partecipazione, non soltanto con il consigliere aggiunto. Ed è giusto così: tutti i residenti di un territorio, compresi gli stranieri che, per ragioni di lavoro o per altri motivi, vi vivono stabilmente, dovrebbero essere pienamente legittimati nel far valere le proprie esigenze. Certo, anche gli immigrati devono e dovranno fare la loro, in maniera attiva. Su questo punto Iyad insiste in modo particolare: «Dovranno canalizzarsi, quando sarà possibile, intorno a prospettive comuni a tutti».

La testimonianza dell’ex consigliere aggiunto fa luce senza dubbio sulle enormi difficoltà inerenti un tema tanto complicato quanto quello della rappresentanza d’interessi e della partecipazione, in un momento come quello attuale in cui tutto o molto sembra essere in discussione, in cui parte della societàcivile, sembra essere sempre meno disposta ad aprirsi e a concedere spazi di riconoscimento di diritti, fondamentali per una serena convivenza tra persone anche diverse tra loro: «L’immigrato non è solo un delinquente o uno spacciatore. Può essere anche questo, ma la maggior parte delle volte è una persona che lavora in modo onesto, cresce dei figli che sono compagni di banco di bambini italiani e vorrebbe avere gli stessi diritti degli altri cittadini. Almeno avere voce in capitolo. Sarà difficile, ma perché non provarci?».

Ludovica Simonetti è laureata in Sociologia e politiche sociali all’Università degli studi di Perugia. Ha scritto una tesi dal titolo Immigrazione e partecipazione: «Non posso votare, posso almeno parlare?».

In copertina, Palazzo dei Priori, sede del consiglio comunale di Perugia. Foto di Edward Stephenson pubblicata su Flickr con licenza Creative commons
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Ludovica Simonetti
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