Un dialogo come tanti durante una fermata in autogrill. I luoghi comuni basati su fake news, il tentativo di combatterli, il proposito di combatterli per bene, a fondo, studiando di più, parlando meglio e con le persone a cui vanno dette certe cose

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Autogrill in Alto Tevere. In tv dicono che i migranti della Diciotti han chiesto i danni al governo italiano come indennizzo per essere stati sequestrati. Il tizio vicino a me sbotta. “C’hanno anche il coraggio de chiedete i soldi”. A quel punto sbotto anch’io. Non smetto di azzannare la piadina che tengo in mano, né di buttar giù qualche sorso di Coca Cola. Argomento, ma parlo con enfasi, sono incazzato. Lui è un energumeno, ma non è cattivo. E pure lui argomenta con enfasi, spiazzato: pensava di aver detto una cosa incontestabile, forse, o forse voleva solo far colpo sulla barista, una quarantenne carina troppo magra e grigia in volto. E invece no, ci sono io. Se sequestrare delle persone è un reato, dice, allora lo è anche entrare illegalmente in un Paese. Provo a dettagliare le differenze, ma non attacca. Lui dice che ogni giorno fa 67 km per andare a lavorare, io gli dico appunto: se avessi trovato un lavoro dietro casa saresti stato più contento. Loro dietro casa non hanno nulla, ecco perché se ne vanno. Lui dice che non ci crede. Dice che potrebbero prendere l’aereo, io gli dico magari.

Anche la barista gli dà man forte, tirano fuori la storia dei crocifissi e delle lamentele per la pasta scotta. Dei soldi che i richiedenti asilo prendono dallo Stato italiano. “Secondo te quanti sono?”, chiedo alla barista. “30 euro”, risponde lei. Io le dico che sono 1,5, 2, massimo 2,5. “Allora alla televisione dicono le cazzate?”. La discussione va avanti per 20 minuti, io mangio tutta la piadina, bevo tutta la Coca. Arrivo a parlare di colonialismo, di diseguaglianze sociali, di speculazione finanziaria, il tizio ascolta, scuote la testa, ogni tanto obietta. Ma sulla Diciotti non arretra. “Abbiamo idee diverse”, fa.

Prendo il caffè, saluto, gli stringo la mano. “Io ripenserò a quel che m’hai detto tu, spero che tu ripenserai a quel che t’ho detto io”. Ma so che appena sarò uscito cominceranno a commentare, a dir male di me. So di non essere stato bravo, di non aver toccato le corde giuste. Di aver detto un paio di volte una cosa indiscutibile ma forse dannosa: per farsi un’opinione su certe cose complicate bisogna studiare. Quei due non si fideranno mai di me, si fideranno sempre di quello che gli pare buon senso, e del sentito dire che lo avvalora. E questa è casa mia, e qui comando io.

Ieri, alla presentazione di “Baboucar” a Ravenna, c’erano più di quaranta persone. È stato molto bello, e per l’ennesima volta ho pensato e detto che di certe cose vorrei tanto discutere con chi nei confronti dei migranti è ostile, e alle presentazioni dei libri non ci va. Il giorno dopo, eccomi servito. E non ha funzionato, manco per niente.

Me ne torno a casa pieno di dubbi. La strada è lunga e difficile, bisogna studiare di più, bisogna essere più bravi.

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*Giovanni Dozzini è uno scrittore e giornalista, è tra gli organizzatori di Encuentro, festival delle letterature in lingua spagnola che si tiene tutti gli anni a Perugia. Il suo ultimo libro, di cui si fa cenno in questo scritto, è “E Baboucar guidava la fila”, edito da Minimum Fax.

In copertina, foto tratta dal profilo Flickr di Sagar e rilasciata con licenza Creative Commons
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Giovanni Dozzini
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