L'invasione dei profughi non esiste; gli stranieri non stanno aumentando, non sono tutti profughi, tutti maschi, tutti africani, tutti musulmani (anzi); gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri e non sono i più poveri. Lo dice uno studioso molto ferrato sul tema.

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Non è la prima volta che ci occupiamo del tema stranieri, e certamente non sarà l’ultima. Abbiamo già detto che gli immigrati non sono il nostro problema principale e che interpretano, loro malgrado, il ruolo di capri espiatori; che il senso comune sul tema rischia di travolgerci in una rovinosa slavina morale; che in realtà non esiste una “emergenza migranti”; che la visione che abbiamo di chi arriva nei nostri paesi è legata all’affermazione del populismo (di destra). Insistiamo ancora, cercando di smontare alcune narrazioni dominanti. E lo facciamo traendo spunto e contenuti da un sintetico ma puntualissimo pezzo apparso su Welforum. È di Maurizio Ambrosini, uno studioso che ha accumulato negli anni una vasta esperienza sul tema degli stranieri, che ha scritto molto a questo proposito (da ultimo, questo agile e denso libretto) e che guarda al fenomeno con il giusto paio d’occhiali, quello scientifico e neutrale sul metodo. Insomma, non interessato a dimostrare a priori e senza appigli una qualsiasi tesi.

Luoghi comuni da smontare

Ambrosini mette in luce alcune evidenze che andrebbero tenute in considerazione da chi si occupa di politiche pubbliche. Tre in particolare: l’invasione dei profughi non esiste; gli stranieri non stanno aumentando, non sono tutti profughi, tutti maschi, tutti africani, tutti musulmani (anzi); gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri e non sono i più poveri. Vediamo meglio.

Chi, scappando da guerre, carestie e dittature, arriva in Europa è solo una modesta minoranza delle persone in cerca d’asilo nel mondo intero: meno del 10%. E si tratta della quota di persone mediamente più attrezzata e selezionata. “In Europa e in Italia”, scrive Ambrosini, “predomina l’idea dell’invasione di una folla incalcolabile di richiedenti asilo”; ma non è così, visto che nel nostro paese i rifugiati accolti a fine 2016 (circa 250.000) sono stati 4 ogni 1.000 abitanti (cioè lo 0,4% degli “italiani”). Per dire, in Svezia sono stati 30, in Turchia 40, in Giordania 80 e in Libano 169. Gli sbarchi sulle coste sono “molto visibili, certo drammatici ma anche drammatizzati”: occupano il centro della scena, “offuscando le altre componenti, molto più rilevanti, di un universo complesso e sfaccettato come quello delle migrazioni“. Ad esempio, in Italia, a fronte dei citati 250.000 rifugiati, ci sono più di 600.000 stranieri titolari di partita Iva e quasi 1,6 milioni di lavoratori presso le famiglie. È vero che le domande di protezione internazionale stanno crescendo, ma “da qui all’invasione c’è ancora comunque molta strada“.

Per quanto riguarda il fenomeno migratorio più in generale (e quindi non solo i profughi), il discorso pubblico prevalente in Italia ci dice che “siamo di fronte a un fenomeno gigantesco, in tumultuoso aumento, che proverrebbe principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente e sarebbe composto soprattutto da maschi musulmani”. Di nuovo, non è così: innanzitutto, la richiesta d’asilo non è la prima causa di migrazione, preceduta, e di molto, dalla ricerca di un lavoro e dai ricongiungimenti familiari, e riguarda meno del 5% del totale. Poi, la provenienza è prevalentemente europea, ci sono più stranieri femmine che maschi, e, in maggioranza, più cristiani che seguaci di altre religioni. Infine, l’immigrazione è stazionaria da diverso tempo (sono presenti, nel nostro territorio, tra i 5,5 e i 5,9 milioni di stranieri), soprattutto a causa della crisi economica, che “sta condizionando le strategie dei migranti, e in modo particolare i nuovi arrivi”. Infatti, scrive Ambrosini, “mentre per circa trent’anni il mercato ha assorbito manodopera immigrata, obbligando governi di ogni colore a varare ben sette sanatorie in 25 anni, ora il sistema economico sta comunicando il messaggio che nella fase attuale non ha bisogno di nuovi lavoratori”. E “persino i ricongiungimenti familiari risentono dell’avversa congiuntura economica e le stesse nascite da genitori immigrati sono leggermente calate negli ultimi due anni”. Per cui, nella fase attuale, “l’immigrazione in Italia nel suo complesso sta cercando di resistere alla persistente crisi economica e di mantenere per quanto possibile l’insediamento costruito negli anni precedenti”.

Infine, non c’è un nesso diretto tra immigrazione e povertà, nel senso che “la povertà in senso assoluto ha un rapporto negativo con le migrazioni internazionali”. Certo, pesano le disuguaglianze tra le regioni del mondo, anche confinanti. Ma le migrazioni sono “processi selettivi”: non tutti possono partire dai propri paesi d’origine. Occorrono risorse economiche, culturali e sociali: soldi “che le famiglie investono nella speranza di ricavarne dei ritorni sotto forma di rimesse”; una “visione di un mondo diverso, in cui riuscire a inserirsi pur non conoscendolo”; risorse di tipo caratteriale, come “il coraggio di partire per cercare fortuna in paesi lontani, di cui spesso non si conosce neanche la lingua, di affrontare vessazioni, discriminazioni, solitudini, imprevisti di ogni tipo”; contatti e reti sociali, cioè poter contare su parenti e conoscenti già migrati. I “poverissimi dell’Africa di norma non riescono neanche ad arrivare al capoluogo del loro distretto”, e quindi chi migra non è la popolazione più povera. “E più vengono da lontano, più sono selezionati socialmente”. La graduatoria dei paesi di provenienza degli stranieri arrivati in Italia parla chiaro: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Non certo le ultime regioni del Terzo Mondo.

Enfasi e politiche pubbliche

Ecco allora che, secondo Ambrosini, con tutta evidenza l’enfasi sulla necessità di contenere i flussi e la recente svolta nelle politiche governative italiane “non deriva da un’analisi obiettiva dei dati, ma dall’impatto che ha sull’opinione pubblica la visione televisiva dei salvataggi, dei naufragi e degli sbarchi sulle coste delle regioni meridionali”. Piatto ricco per i nuovi imprenditori della paura, visto che “l’approdo dal mare di persone in cerca di asilo ha tutte le caratteristiche per scatenare le ansie e i fantasmi delle società riceventi: si tratta di stranieri che arrivano senza chiedere permesso e senza essere stati invitati, non hanno regolari documenti, e per di più una volta sbarcati chiedono assistenza e non possono essere respinti. Il vulnus nei confronti dell’idea di sovranità nazionale, di controllo dei confini e di sicurezza nei confronti di intrusioni dall’esterno non potrebbe essere più clamoroso”.

Considerazioni scontate, quelle di Ambrosini? Già sentite? A loro volta senso comune, almeno in una certa parte di società? A noi non sembra. Più che contro-senso comune, dati e ricerche dimostrano che è vero il contrario, e che domina nel discorso pubblico una lettura fuorviante del fenomeno migratorio. Non è certo una scoperta. Ma non è inutile ribadirlo, perché, come dice Ambrosini, “forse una maggiore conoscenza di questi fenomeni potrebbe aiutare a prendere decisioni migliori“. Troppo buono, lo studioso, a scrivere “forse”.

 

Foto di copertina: https://pixabay.com/it/graffiti-arte-ragazza-black-216212/
Ugo Carlone
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