La storia e gli effetti di un progetto a cui hanno preso parte otto organizzazioni di sette paesi d’Europa. Un continente dove il veleno del pregiudizio sta tornando a minacciare la civiltà

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Il fiume di parole l’hanno immaginato pieno di messaggi che assumono la forma più diversa. E l’hanno dipinto insieme, a 82 mani. Che poi ognuno, in questa opera pittorica collettiva frutto del lavoro di due classi di liceali – 41 alunne e alunni in tutto -, lunga diversi metri e posizionata nel centro di una città, può vederci quello che gli pare. Quello che importa è che ciò che galleggia su quel fiume, al di là della forma che assume, ha un minimo comune denominatore: è stato pensato contro le espressioni di odio, contro le stigmatizzazioni delle minoranze, contro la reclusione delle diversità. Contro, ma in senso positivo. Perché punta a disinfettare il fiume avvelenato della violenza verbale per far sfociare nel mare acqua pulita. E contribuisce così a pulirlo, il mare, l’oceano di parole cattive che vengono utilizzate quotidianamente contro le minoranze. Parole che sono il primo passo con cui si va verso atteggiamenti, opinioni e azioni. E se le parole da cui si è circondati sono avvelenate, sarà avvelenato tutto il resto: gli atteggiamenti, le opinioni, le azioni.

La catena anti-odio

L’opera dei 41 ragazzi e ragazze del liceo Sesto Properzio di Assisi è l’ultimo anello di una catena che si snoda in sette paesi per mezza Europa. Perché il veleno, in questo che chiamiamo vecchio continente, scorre in abbondanza. Se ne sono accorti alla commissione europea, e hanno deciso di finanziare un progetto per contrastare l’incitamento all’odio, in particolare quello on line, ma non solo. Perché l’odio, o comunque il pregiudizio che lo annuncia, si nasconde non solo dietro lo schermo di un computer, ma si insidia in titoli di giornale, espressioni apparentemente inoffensive, modi di dire il cui uso consuetudinario ripulisce solo apparentemente lo strato di ignoranza e cattiveria sociale che li avvolge; basta pensare a “rabbino”, diventato falso sinonimo di tirchio (col retrogusto di “usuraio”), o alla parola “zingaro”, usata senza pudore come insulto anche da persone timoratissime. Loro, i 41 ragazzi del liceo assisiate, sensibilizzati dalle docenti Paola Pagliacci e Silvia Roscini, il loro anti-odio l’hanno espresso con quell’opera pittorica collettiva cui ha fatto da levatore Josè Araoz, artista argentino ormai perugino d’adozione. Il fiume “ripulito” che hanno dipinto farà bella mostra di sé fino alla fine del mese di maggio all’inizio di via Enrico dal Pozzo, a Perugia.

I ragazzi e il pregiudizio

Sono soddisfatti del lavoro svolto, i ragazzi. Lo rifarebbero. «Perché di queste cose c’è bisogno», dicono vincendo la ritrosia dei quindici anni. L’opera è stata l’atto conclusivo di un percorso che i liceali hanno compiuto insieme alle due insegnanti. Un approfondimento sulla banalità del male, si potrebbe dire. «Una delle attività che gli abbiamo fatto fare – spiega una di loro – è stata quella di appendergli dietro le spalle dei cartelli che loro non vedevano: dovevano capire cosa c’era scritto in base alla descrizione che della parola facevano i loro compagni». Così i ragazzi apprendevano di essere «ebreo», «marocchino», «gay» mediante le parole gonfie di pregiudizio che i compagni utilizzavano per descrivere quelli che sono diventati epiteti, pur essendo solo definizioni. «E ci rimanevano male», dice la prof. Una sorta di “metodo Stanislavskij” al contrario. Efficace.

Opinion leader sui banchi

Già, ma come ci sono arrivate Pagliacci e Roscini a una proposta del genere per i loro studenti? Bisogna risalire la catena. E dire che le due insegnanti sono state tra le 62 persone cui è stato somministrato un corso di formazione nell’ambito del progetto europeo “Una coalizione di messaggeri positivi per contrastare l’odio on line”. «Riconoscere le espressioni di odio, contrastarle efficacemente, mettere in guardia le persone sull’uso di determinate parole, smontare luoghi comuni», sono questi alcuni degli obiettivi del progetto snocciolati da Sylvia Liuti, che per FORMA.Azione ha coordinato la declinazione che il progetto ha preso in Umbria. I partner di FORMA.Azione, organizzazione che è anche coordinatrice locale del No hate speech movement, stanno uno in Italia – è l’Istituto universitario di lingue moderne (Iulm) – e gli altri sparsi tra Regno Unito e Croazia, Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca. Sono tutte realtà che hanno al centro del loro agire i diritti e l’assistenza a chi è in difficoltà, oppure, come nel caso dello Iulm, studiano la lingua. Tra loro c’è anche il comune greco di Agioi Anargyroi-Kamatero, i cui vertici istituzionali si presentano così: «L’amministrazione municipale mira a proporre ai suoi abitanti ottimi servizi in molti settori come l’assistenza sociale, diritti umani, sanità, prevenzione, formazione, cultura».

Messaggeri positivi

Lo scopo finale del progetto è di mettere in rete le buone pratiche che le diverse organizzazioni riescono a esperire nel tentativo di raggiungere la mission, che è quella di dare vita a una coalizione di messaggeri positivi che sappiano, ognuno nel proprio campo d’azione, invertire il senso velenoso dei discorsi; rimettere le parole al proprio posto; combattere il razzismo più pericoloso, cioè quello inconsapevole, che si nutre d’ignoranza e parole e discorsi usati in maniera sbagliata e offensiva; formare. Ecco perché, tra le 62 persone selezionate da FORMA.Azione, al corso hanno partecipato insegnanti, giornalisti, esponenti di associazioni. Tutte persone in grado di “amplificare” le pratiche apprese.

Messaggeri positivi. Come Irmela Mensah-Schramm, 73enne tedesca che da più di trent’anni se ne va in giro a cancellare scritte offensive e a staccare dai muri adesivi di organizzazioni naziste sfidando le minacce degli energumeni che lei tenta di anestetizzare. La storia di Irmela è diventata un film, lo scorso anno. E i ragazzi del liceo assisiate hanno avuto l’opportunità di vedere la storia di questa “normale eroina” ospitati dal Postmodernissimo, cinema-gioiello incastonato nel centro di Perugia. Poi sono andati a “scoprire” la loro opera. Il loro tentativo di inoculare antidoto contro il veleno. Con un esempio in più da seguire, con un motivo in più per combattere l’odio. Con una possibilità in più di diventare, a loro volta, messaggeri positivi.

In copertina, l'opera pittorica collettiva dei ragazzi del liceo Sesto Properzio di Assisi
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Fabrizio Marcucci
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