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In questi ultimi mesi abbiamo sentito tanto parlare, purtroppo, di porti chiusi, di cittadini immigrati respinti, di navi respinte, di Ong che si sono scontrate (e lo stanno tuttora facendo) con i capi politici di Paesi, che sembrano giocare a scaricabarile sulla pelle di persone innocenti e che non riescono proprio più, pare, ad essere e a restare umani. In nome della difesa di non si capisce bene cosa, incalzati da slogan politici e propagandistici, di manie di onnipotenza, riuscendo a dirigere e condizionare la vita di tante persone che di tutto questo non solo non capiscono nulla, ma neanche ci pensano. Perché la loro priorità oggi, come allora e come domani è e sarà sempre un’altra: quella di salvarsi.

Eppure no, non sempre questo è possibile; un po’ per colpa di un destino, chiamiamolo cosi, avverso, un po’ per colpa di qualcuno che pensa di avere poteri che in realtà non ha. E questo accade non perché manchi qualcuno che invece lì, in mezzo a quel mare chiuso e tanto ostile, ci sia, ma perché molte volte, pur essendoci, pur cercando di essere lì per salvare persone, l’impresa è loro negata.

Porti chiusi oggi, mari chiusi ieri. L’Italia non è nuova a queste dinamiche. Qualcuno dice che sbagliando s’impara, ma non sempre va così. Alcuni (non troppi) anni fa l’allora ministro degli esteri Roberto Maroni, lo aveva chiuso per davvero, mica per scherzo, il mare. Esiste un documentario, intenso ed emozionante, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 15 marzo del 2012, che racconta proprio quello che è accaduto una decina di anni fa circa, in una brutta pagina di storia, che molti non conoscono, ma che qualcuno, ovvero i registi Stefano Liberti e Andrea Segre, hanno scelto di ricordare e narrare; sembra passato tanto tempo, in realtà è tutto ancora molto attuale. Guardandolo, Mare chiuso, è impossibile pensare che ciò che accadde potesse ripetersi ancora. E invece no, accade, eccome se accade. Ieri a Semere e ai suoi compagni. Oggi a Josephine. La stessa paura, lo stesso orrore, la stessa sorte. E domani chissà?

“Del doman non v’è certezza” diceva Lorenzo de’ Medici, vero è che sembra molto difficile vivere quotidianamente con la certezza che salvare vite umane oggi, in questo e in altri paesi, cosi come accogliere persone che fuggono da guerre, povertà (e tanto altro), sia quasi soggetto a divieto. Ed è così che il nostro mar Mediterraneo continua a essere tanto, troppo chiuso: migliaia sono le persone che sono state uccise negli ultimi due anni soltanto lungo la rotta considerata più pericolosa, ovvero quella centrale in direzione Italia.

La vicenda al centro di Mare chiuso si colloca tra il maggio 2009 e il 2010, quando centinaia di migranti africani, dopo esser stati intercettati nel canale di Sicilia, sono stati respinti in Libia dalla marina militare e dalla guardia di finanza italiana; le conseguenze degli accordi tra Gheddafi e Berlusconi sono state infatti devastanti e prevedevano che tutte le barche dei migranti che venivano intercettate, fossero ricondotte in territorio libico, dove non esisteva (e non esiste nemmeno oggi) osservanza di alcun diritto di protezione. Cosicché la polizia allora come oggi, perpetrò indisturbata abusi e di violenze (esistono innumerevoli testimonianze). I particolari e i dettagli di quelle tremende ore e giornate trascorse all’interno della nave sono state ignorate dall’opinione pubblica per molto tempo, conseguenza anche del fatto che a bordo non era consentita la presenza di giornalisti e reporters che potessero in qualche modo raccontare la vicenda e registrarne le tappe. Fortunatamente le voci dei diretti interessati hanno poi trovato modo di alzarsi per divenire testimonianze dirette, in seguito alla detenzione nelle carceri libiche.

Nel marzo del 2011 infatti, successivamente allo scoppio della guerra in Libia, la situazione è precipitosamente cambiata. Migliaia di migranti africani sono infatti riusciti a scappare e tra questi vi erano anche profughi etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che hanno trovato rifugio nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia, dove i due registi li hanno potuti incontrare ed ascoltare. Nel documentario sono gli stessi migranti protagonisti della vicenda a raccontar loro cosa ha significato esattamente essere stati in quel preciso momento respinti; le loro parole gettano luce su quanto realmente accadesse all’interno di quelle navi, in cui varie violenze e violazioni venivano commesse dall’Italia nei confronti di persone senza dubbio indifese e soprattutto, in cerca di protezione. Immagini che non ci sembrano nuove, che ci vengono riproposte troppo spesso, in cui tutto sembra lontano ma che, in realtà non lo è poi così tanto.

La scelta politica adottata alcuni anni fa, e ora riproposta, ha riscosso un grande consenso nell’opinione pubblica italiana; l’Italia è stata condannata per questo dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel 2012, in seguito ad uno storico processo, di cui sono riportati alcuni stralci anche nel documentario (che, tra l’altro, ha ricevuto la candidatura al Nastro d’argento come miglior documentario).

Perché parlare di Mare chiuso ora (ZaLab lo ha recentemente riproposto in streaming gratuito)? La risposta è semplice: perché è quello che sta accadendo ora, adesso, mentre scriviamo, mentre parliamo, mentre viviamo la nostra vita a qualche manciata di km di distanza. “Era Aprile del 2009, mia moglie era incinta, nessuno ci aiutava e non avevamo soldi, farla partorire in Libia era pericoloso, bisognava tentare la via del mare. Avremmo dovuto attraversarlo insieme, ma i soldi che avevamo bastavano solo per una. Che potevo fare? Non avevo scelta. Piangeva, piangeva, ma l’ho fatta salire, mentre speravo che il proprietario della barca provasse pietà vedendola piangere e mi dicesse di salire. Ma, non funziona così. A parole sembra facile, ma far salire una donna incinta su una barca con degli sconosciuti. non lo è. Ma non avevo scelta, pur non sapendo se prima o poi sarebbe arrivata; passa del tempo e mi chiama, dall’Italia, dicendomi che era arrivata ed era salva, non era morta. Dopo una settimana mi ha richiamato e mi ha detto che aspettavamo una femmina. Ero felicissimo. Ora toccava a me, dovevo partire. Lavorare, lavorare, lavorare per riuscire a partire”. Queste sono le parole di Semere, uno dei protagonisti del documentario, la cui storia è per tanti aspetti simile a quella di altri suoi compaesani, una storia che si ripete, purtroppo, lo ripetiamo, oggi come allora.

Perché partire, lo sappiamo, non è mai bello né facile, lo si fa con tanti sacrifici e soltanto perché non rimane altra scelta. A volte, come nella storia di Semere, si sacrifica la propria vita e la propria sopravvivenza per tentare di salvare quella di qualcun altro. Lui ha corso un rischio, come lo corrono tutti quelli che tentano la via del mare, ed è stato fortunato, perché sua moglie e sua figlia sono sopravvissute. Poi ne ha corso un altro, provando egli stesso a salvarsi, e in quel caso non c’è stato un lieto fine. Semere era, infatti, insieme con altri migranti, sulla barca che è stata respinta in Libia dalla guardia costiera italiana, tra il maggio del 2009 e il settembre del 2010, quando le barche venivano bloccate senza considerare le posizioni personali dei richiedenti asilo presenti.

Tra le voci raccolte dai due registi se ne inseguono tante, tutte simili e allo stesso tempo diverse, ma accomunate dal desiderio unico e primario di trovare salvezza in Italia, dopo tanti sacrifici e sofferenze estenuanti. Tante le donne presenti, i bambini e gli anziani, per un totale di circa 80 persone. Qualcuno di loro ha ancora le tracce di quelle interminabili ore in mare, dei video girati con vecchi telefoni, sigilli significativi di un’esperienza traumatica, di giorni trascorsi a pregare; senza cibo e acqua, senza forza e risorse, ma colmi di speranza e forse anche di qualche sogno.

“Non è facile spiegare l’inferno che abbiamo vissuto”, ricordano. Le immagini girate personalmente dai migranti testimoniano però anche la gioia: quella provata quando, dopo aver chiamato i soccorsi, sono stati localizzati. L’euforia dei loro occhi alla vista e al rumore dell’elicottero italiano che sorvolava sopra alla loro imbarcazione è indicativa del fatto che si sentivano vivi, e in quel momento avrebbero potuto compiere anche l’impossibile, tanto erano felici di essere vivi e consapevoli che di lì a poco, qualcuno, non importa chi, li avrebbe soccorsi e portati in salvo. Non tutto però va sempre come ci aspettiamo che vada. E fu così che la gioia e la speranza lasciarono ben presto spazio alla paura, al terrore, allo sconforto.

Troppo presto si è cantato “Dio esiste, Dio esiste!”. Esiste per qualcuno, non per molti di loro. In seguito all’intercettazione, tutti i migranti presenti furono fatti salire su di una nave della guarda costiera italiana, furono interrogati, perquisiti e schedati. Non fu concesso loro di bere né tantomeno di mangiare: “Dateci dell’acqua per favore” “Che cosa volete? Parlate italiano?” Il personale a bordo della nave fece finta di non capire, di non sapere, di non sentire, di non vedere. Pronunciò parole confuse e incerte: “State tranquilli, no, non torniamo in Libia, andiamo in Italia”. E loro non si preoccuparono più di tanto in un primo momento: “Non ci preoccupavamo, pensavamo di andare in Italia. Quell’Italia che amavamo come se fosse il nostro Paese”.

Viaggiarono ininterrottamente tutta la notte, quando si svegliarono, increduli, non credettero ai propri occhi, perché era impossibile che ancora non fossero arrivati in Italia. Guardarono meglio, iniziarono a riconoscere le stesse cose che avevano visto quando erano partiti. E no, non era un incubo: erano tutti svegli. Li raggiunse una nave, a bordo c’erano italiani e libici, li costrinsero a salire, nel caos generale, nella paura e nel terrore dilagante, tutte le speranze e i sogni crollarono, di botto, di nuovo.

A maggio del 2009 l’Italia avviò, come detto, le operazioni di respingimento in Libia dei migranti intercettati nel Canale di Sicilia, conseguenza del “trattato di amicizia” firmato tra Berlusconi e Gheddafi, ratificato dal Parlamento italiano con una maggioranza dell’87%. “Ci state gettando nelle mani degli assassini. Vi preghiamo, vi supplichiamo”. Ripetevano agli ufficiali italiani. Eppure di nuovo, oggi come ieri, perché la storia lo sappiamo si ripete sempre, qualcuno ritiene e riteneva che anzi erano all’avanguardia i centri di accoglienza libici. ”Invece di tornare in Libia era meglio morire in mare”: molti di loro si suicidarono, pur di non tornare indietro. Tutto vano, Semere e gli altri furono riportati in Libia, arrestati, picchiati, torturati, violentati. “Grazie italiani. Amiamo l’Italia e tutti gli italiani ma… Grazie”.

La vicenda finì così ma non finì del tutto. 22 Giugno 2011, Corte di Strasburgo: “A questa corte spetta oggi il compito di rendere giustizia, anche se postuma, a quanti hanno perso la vita per essere stati restituiti ai loro carnefici, ai rifugiati che sono stati brutalmente torturati in Libia e quanti sono morti nel tentativo disperato di tornare in Italia. L’esperienza tragica che hanno vissuto non è che una parte della tragedia umana causata dalla pratica insensata dei respingimenti in mare”. Una sentenza forte e dura. Ma è servita davvero?

Squilla il telefono, Semere all’interno della sua tenda nel Campo profughi, nel quale ha trovato rifugio in seguito allo scoppio della guerra civile in Libia, durante la quale, i più “fortunati” sono riusciti a fuggire dalle prigioni, risponde già commosso: “Cosa mi vuole dire? Tsige mia, dille che papà non capisce: cos’è un chupa chups? Ok, va bene, dille che le porterò un lecca-lecca. Ciao tesoro mio”. Semere interrotto da una lacrima che gli solca il viso, promette a se stesso che presto riabbraccerà la sua famiglia. Lui, come gli altri ospiti del centro, sono stati in attesa per lunghi interminabili mesi, del permesso di soggiorno per rifugiati politici e richiedenti asilo. Superate tutte le difficoltà possibili, Semere ottiene il permesso e prende il primo aereo per l’Italia. Il grande giorno è arrivato anche per lui. I registi lo accompagnano e forse supportano anche, verso questo incontro: finalmente potrà riabbracciare sua moglie e sua figlia per la prima volta.

E così, dopo tanto dolore, la storia di Semere, questo ragazzo eritreo, testimonia come tuttavia è sempre possibile sperare in un lieto fine. In testa nessun pensiero, il cuore colmo d’amore, gli occhi pieni di gioia e uno zaino pieno di chupa chups. A volte trionfa la morte, ma a volte trionfa la vita.

A chi, con soddisfazione in questi giorni vorrebbe chiudere (e lo sta facendo) tutto, dal cuore agli occhi, dalle orecchie alla testa, dai porti alle finestre (e si vede che non sta entrando luce), si oppone una schiera consistente di persone, alcune note e altre no, che invece vuol restare “aperta”, umana. E no, questa schiera di persone non si chiude e non chiude, quindi filtra bene la luce, e l’auspicio è che tutta questa luce possa, con il tempo illuminare anche chi ha scelto di rimanere al buio.

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Ludovica Simonetti
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