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Gli italiani hanno sempre più paura (della criminalità): quante volte abbiamo sentito questa frase sgorgare stentorea dalla bocca o dai social di giornalisti, politici, vicini di casa e conoscenti? Ma è proprio così? È vero che nel nostro paese dilaga la preoccupazione di subire reati e che, soprattutto, è in crescita? Non ne siamo così sicuri, per cui siamo andati a vedere cosa dicono le due ricerche più recenti e più affidabili sul tema.

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L’indagine dell’Istat: l’insicurezza è stabile

La paura di subire reati, scrive l’Istat nella sua ultima indagine sulla sicurezza, non è influenzata solo dai livelli di criminalità, ma anche dalla percezione del rischio di subirne e dal timore delle conseguenze che ne possono derivare, per sé e per le persone care. Perciò, l’indagine dell’istituto rileva sia la preoccupazione, in senso stretto, di subire reati, sia quella relativa alle loro conseguenze, sia il livello di degrado socio-ambientale percepito della zona in cui si vive. I dati sono stati raccolti nel 2015-2016 e i risultati possono essere sintetizzati nei punti che seguono.

1) L’insicurezza individuale è stabile.
La percezione personale di sicurezza è rimasta stabile negli ultimi dieci anni e l’influenza della criminalità sulla propria vita è addirittura diminuita. Il 27,6% degli italiani non si sente sicuro uscendo da solo di sera (con percentuali più alte tra chi abita nelle città più grandi) e coloro che non escono mai da soli o non escono mai per paura sono circa l’11%. Entrambe queste percentuali sono stabili rispetto all’ultima rilevazione del 2008. Invece, la percezione della criminalità influenza le abitudini di vita del 38,2% degli italiani, quota in netto calo rispetto a dieci anni fa, quando era pari al 48,5%. Aumenta, invece (ma lievemente), il senso di insicurezza percepito quando si è da soli nella propria abitazione (ha paura il 14,8%, era il 12,6%). C’è stato un miglioramento generalizzato nella preoccupazione di subire specifici reati: scippo, borseggio, aggressione, rapina, furto dell’auto, violenza sessuale. L’unico date stabile è la paura di subire furti in abitazione (la prova ben il 60,2%). Rispetto a vent’anni fa, sono diminuite anche le percentuali di coloro che vedono segni di degrado socio-ambientale nella zona in cui vivono (atti di vandalismo, persone che si drogano o spacciano, prostitute in cerca di clienti).

2) La valutazione negativa del livello di criminalità è aumentata.
Nonostante quanto abbiamo detto, coloro che ritengono di vivere in una zona a rischio di criminalità sono in aumento. Ovviamente, questo giudizio non equivale a quelli appena visti: un conto è avere una paura personale, un conto è pensare che la propria zona sia a rischio criminalità. Pensa questo il 33,9% degli intervistati: una decina di anni fa, la quota era del 22%. Si è passati cioè da due persone su dieci a tre, e non è poco (di più nei comuni delle aree metropolitane). Inoltre, gli intervistati che ritengono che la criminalità, nella zona in cui vivono, sia proprio aumentata rispetto all’anno precedente sono il 23,2%, con valori più alti al Nord e più bassi al Sud. Questi giudizi vanno di pari passo con l’opinione negativa sul controllo del territorio, che è in crescita: il 46,4% degli intervistati ritiene che le forze dell’ordine non lo garantiscano a sufficienza (era il 38,4% nel 2008).

3) L’utilizzo delle strategie di difesa è diminuito.
Evitare strade o persone, chiedere ai vicini di controllare, lasciare le luci accese quando si esce, avere cani da guardi, etc.: questo tipo di comportamenti è in diminuzione. Resta alta, però, la percentuale di famiglie che ha almeno un sistema di sicurezza per l’abitazione. Del resto, porte blindate, dispositivi di allarme e inferriate alle finestre, secondo l’Istat, “sono ormai considerati elementi standard per le nuove abitazioni, spesso vendute già dotate di tali sistemi, almeno nei centri metropolitani”.

4) La percezione individuale di sicurezza è diversificata.
La paura, in linea generale, è aumentata nel Nordovest (in particolare in Lombardia) ed è sensibilmente diminuita al Sud e nelle Isole. Le donne e gli anziani sono i più preoccupati: tra le prime, non esce di sera per paura il 36,6% (l’8,5% tra gli uomini). Ma dipende dall’età: le più spaventate sono le giovanissime (14-24 anni). All’aumentare del titolo di studio posseduto, diminuisce la percezione dell’insicurezza.

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L’indagine del Censis: più pistole per tutti

La seconda fonte da cui tiriamo fuori dati è il Primo Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia realizzato dal Censis in collaborazione con Federsicurezza proprio quest’anno. Anche in questo caso, ne riassumiamo per punti i risultati che ci interessano.

1) La criminalità è un problema per molti italiani (di più per i ceti bassi).
Il 21,5% degli italiani continua a segnalare la criminalità tra i problemi gravi dell’Italia, al quarto posto dopo la mancanza di lavoro, l’evasione fiscale e le tasse (troppo alte). Il Censis conferma che i più preoccupati sono i ceti bassi (cioè coloro che percepiscono redditi scarsi, vivono in contesti più disagiati e possono utilizzare meno risorse economiche per la difesa personale), tra i quali la criminalità è al secondo posto tra i problemi più gravi, dopo la mancanza del lavoro.

2) I reati sono in calo.
Lo sapevamo già, perché se ne è parlato in diverse salse negli ultimi periodi. Rielaborando i dati del Ministero dell’Interno, il Censis scrive che nel 2017 i reati denunciati sono stati complessivamente 2.232.552, in diminuzione del 10,2% rispetto al 2016 e addirittura del 17,6% rispetto al 2008, quando erano 2.709.888. Sono calati in particolare quelli che destano più allarme sociale: omicidi, rapine e furti. Tuttavia, i reati sono concentrati in specifiche zone: se ne consumano il 30% del totale in sole quattre province (Milano è al primo posto, seguita da Roma, Torino e Napoli), nelle quali vive circa il 20% della popolazione. Questo, indubbiamente, aumenta la percezione di insicurezza. In rapporto alla popolazione, più di 2 milioni di reati sono tanti o pochi? Il Censis sostiene che “il confronto con il resto d’Europa non ci penalizza”, perché, anche se una piena comparazione non è del tutto possibile, la quota di reati denunciati negli altri paesi del continente è abbastanza simile a quella italiana. Se l’incidenza dei furti è più alta rispetto alla media europea, è invece inferiore quella degli omicidi (lievemente), delle lesioni dolose, delle rapine e anche delle violenze sessuali (denunciate).

3) Cresce la voglia di sicurezza «fai da te».
Così scrive testualmente il Censis, visto che il 39% degli italiani è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale. E questo nonostante il calo dei reati. Nel 2015, la percentuale era pari al 26%, per cui è in vistosissimo aumento ed è più alta tra chi è meno istruito e tra gli anziani. Del resto, il numero di licenze per porto d’armi è arrivato a quasi un milione e 400mila, considerando tutti i diversi tipi (da quelle da caccia a quelle di difesa personale), con un aumento del 20,5% rispetto al 2014. Facendo due conti, nell’indagine si calcola che, nel complesso, nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani è presente almeno un’arma da fuoco.

4) La sicurezza è (anche) un business.
Scrive il Censis: vicino “al pilastro statuale, nel tempo è cresciuta una dimensione privata dell’offerta di sicurezza che concorre a garantire l’incolumità personale e l’ordine pubblico sul territorio”. È la “filiera” della sicurezza, un vero e proprio settore economico; naturalmente, visto quanto detto, in aumento. Innanzitutto, ci sono le agenzie di vigilanza privata (quelle delle “guardie giurate”): “accanto alle Forze dell’ordine, sulle strade italiane si muove già un esercito silenzioso di oltre 64.000 addetti (+16,7% nel periodo 2011-2017) di quasi 1.600 imprese di vigilanza (+11,3% nello stesso periodo), che svolgono un ruolo sussidiario e complementare rispetto alla forza pubblica contribuendo a garantire sicurezza negli aeroporti, nei porti, negli uffici pubblici, in ospedali e tribunali, nelle aziende e durante gli eventi collettivi”. Poi, le aziende che offrono servizi fiduciari non armati (ad esempio portineria, sorveglianza e controllo degli accessi), in forte crescita negli ultimi anni (ci sono oltre 21.000 addetti). Questi due settori sono quelli che impiegano il maggior numero di dipendenti. Vanno poi considerate altre figure: addetti ai controlli delle attività di intrattenimento e di spettacolo (i “buttafuori”), bodyguard, steward negli stadi, investigatori privati. Infine, occorre considerare il nero, in generale e visto che secondo il Censis anche in questo settore serve sgombrare “il campo dalle imprese che eludono le normative fiscali, della sicurezza e del lavoro”.

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Qualcosa non torna

Proviamo a legare insieme i risultati delle due indagini. L’insicurezza individuale è stabile: allora non è vero che gli italiani hanno sempre più paura, come si legge troppo spesso. Si tratta forse di un allarme più politico-mediatico che reale? È vero però che i numeri non sono così bassi, che la criminalità è un problema per molti italiani e che la paura è diversificata e colpisce, naturalmente, i più vulnerabili: donne, anziani e ceti bassi. Per costoro, i numeri non sono affatto trascurabili. Una donna su tre che non esce la sera è molto, così come un anziano con oltre 75 anni su due che non esce da solo la sera nella zona dove abita. Si tratta di persone fortemente condizionate dalla paura di subire un crimine, la cui qualità della vita è senz’altro compromessa. E i dati confermano la presenza di quartieri fortemente degradati.

Com’è possibile, però che la valutazione negativa del livello di criminalità sia aumentata nonostante i reati siano in calo? Sono sempre più (stavolta sì) le persone che pensano, sostanzialmente, che i reati siano aumentati, o che comunque la loro zona sia più pericolosa di prima, anche se in realtà succede esattamente l’opposto. In concreto, però, l’utilizzo delle strategie di difesa è diminuito, anche se, visto che la sicurezza è (anche) un business, è aumentato tutto il settore della sicurezza privata e cresce la voglia di sicurezza «fai da te», cioè la voglia di tenersi un’arma in casa.

Ci sono delle cose che non tornano. Proviamo ad azzardare (perché di questo si tratta) qualche ragionamento. Diciamo subito che, alla fine, chi ci rimette è sempre chi sta peggio, chi vive sul serio situazioni sia di rischio concreto, sia di paura. Lì bisognerebbe concentrare le politiche pubbliche per la sicurezza (che sono molto complesse e fatte di tante cose: dalla repressione dei crimini al miglioramento della coesione sociale). Poi: a pensarci bene, non stupisce che, contemporaneamente, l’insicurezza sia stabile, ma che si giudichi la criminalità in aumento. In questo secondo caso, la valutazione è generica e non più riferita al proprio vissuto quotidiano, quindi è forse più facile farsi condizionare da chi comunica la paura: i media e i social, innanzitutto, tanti politici ma anche il semplice “sentito dire” alle fermate degli autobus, dal barbiere, in sala d’attesa dal medico o alle poste.

Il problema più grande però (almeno nella nostra visione: in quella di tanti altri non è affatto un problema) è il “salto” che si fa con la voglia di armarsi. Il cortocircuito è tra la valutazione soggettiva (le paure sono stabili) e la risposta a questa paura. Sì, è in aumento la percezione della criminalità generale, ma l’insicurezza personale no; e allora non è solo una questione di percezione, perché quella rimane sostanzialmente stabile. Insomma, non è che ci si vuole armare perché ci si sente più insicuri, ma per altri motivi.

Forse stiamo diventando (o meglio, molti di noi stanno diventando) semplicemente più individualisti, più egoisti, meno pazienti, meno cristiani, più cattivi e più spicci: mi entra un ladro in casa? Voglio la pistola! Che è come dire: c’è un problema? Ruspa!

 

Fotto tratte da www.pixabay.com
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Ugo Carlone
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