In una sala gremita di ragazzi, italiani e non, Sandro Portelli ha, come al solito, affascinato la platea con pensieri, storie, aneddoti e riflessioni. Tutto nell'ambito del Festival UmbriaMiCo, organizzato dall'Associazione Tamat e in corso in questi giorni in diverse località dell'Umbria

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«Vi siete mai chiesti come comincia la storia di Roma? Mi rendo conto che molte cose della nostra cultura ce le impartiscono come fossero pillole, senza darci modo di gustarle appieno. Ma avete mai fatto caso che ci fu una guerra in Medio Oriente, in cui fu dato fuoco a una città e un profugo si salvò trascinando per mano un figlio e sulle spalle il padre? Montò su una nave, attraversò tutto il Mediterraneo, arrivò in Tunisia e da lì ripartì fino a sbarcare a quella che allora si chiamava Lavinia, e che un giorno diventò Roma. Questo profugo medio orientale si chiamava Enea, ce lo ricordiamo?».

Basterebbero queste parole per riassumere tutto il senso di un bellissimo incontro con il professor Sandro Portelli, che si è tenuto mercoledì 6 Giugno a Marsciano. Un incontro inserito nell’ambito di UmbriaMiCo, il Festival del MondoAmico, che alla sua prima edizione si pone l’obiettivo di diffondere conoscenza su tematiche all’ordine del giorno, come lo sviluppo sostenibile e i processi di interdipendenza globale. Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) e ha coinvolto 23 diversi soggetti coordinati dall’associazione Tamat. Nel programma figurano diverse proposte: arti visive e narrative, cibo, musica, giochi, laboratori creativi e convegni. Tutte pensate e organizzate per coinvolgere la cittadinanza delle diverse località umbre in cui il festival si articola. L’intento è, nelle parole della presidente di Tamat, Patrizia Spada, quello di «far nascere nuove idee, formulare domande, stimolare la discussione e immaginare il nostro domani con il pensiero al dopo-domani». L’incontro al quale abbiamo partecipato è “Racconti per voci e immagini dell’Umbria in movimento: migranti, cooperanti, cittadini globali”, a cui ha partecipato, appunto, Alessandro Portelli. In una sala intitolata ad Aldo Capitini, citato da un attivista culturale che ha ricordato come già nel lontano 1962 questi fosse stato protagonista di progetti e iniziative a favore della pace e della convivenza civile e pacifica tra popoli e culture diverse. La sala è piena di ragazzi, studenti di licei locali e migranti che risiedono nel territorio, che con la loro presenza testimoniano la volontà di esserci e di farsi conoscere.

Il curatore dell’incontro è Andrea Ciribuco, ricercatore sulle nuove comunità e interculturalità presso la National University of Ireland di Galway e collaboratore dell’associazione Tamat nello studio dell’importanza della lingua nel processo di migrazione. La conoscenza di quest’ultima, a suo parere, consente di passare dall’essere soltanto un numero all’essere una persona, in grado di raccontare la propria storia e le proprie emozioni, di farsi capire e di capire a sua volta la realtà che ci circonda. Fondamentale quindi è prestare attenzione alle potenzialità del linguaggio, strumento essenziale per superare barriere comunicative che troppo spesso restano intatte per pigrizia e difficoltà immaginarie di comprensione. Un concetto toccato più volte anche da Portelli, attento alle innate potenzialità della comunicazione in tutte le sue forme, che si esprime sì con la lingua, ma anche con l’arte, la musica e le emozioni.

«Muoversi è l’esperienza più diffusa nella storia dell’umanità»

Romano di nascita, cresciuto a Terni, professore ordinario all’Università La Sapienza di Roma, Portelli esordisce presentandosi egli stesso come un migrante: si è infatti trovato costretto a spostarsi dal suo paese d’origine, ad emigrare per motivi di lavoro e familiari, e ha bene in mente le sensazioni che scaturiscono dall’esperienza dello spostamento in un altro luogo. Che non sempre ci appartiene, anche quando le circostanze non sono drammatiche. L’esperienza della migrazione è certamente qualcosa d’innato nei popoli, in tutti i cittadini del mondo, tanto che anche Portelli chiede agli studenti presenti: «Voi che vi pensate di stare tutta la vita qua? Non credo sarà così. Quanti di voi desiderano restare qua? Quanti ne avranno la possibilità? Muoversi, emigrare, navigare per andare da un’altra parte è l’esperienza più diffusa nella storia dell’umanità. Il fatto che oggi si emigri in altri paesi è del tutto naturale, normale. Niente di nuovo e niente di strano come alcuni vorrebbero far pensare».

Portelli parla con tono affettuoso e paterno ai ragazzi presenti in sala, quasi a voler trasmettere le sensazioni che lui stesso ha provato sulla propria pelle, entrando in contatto con molti giovani migranti che ha avuto la fortuna di incontrare, conoscere, ascoltare. E cita aneddoti personali e storie curiose, che in maniera più diretta conquistano l’interesse dei giovani presenti. «Sono stato invitato anni fa a prender parte a un convegno organizzato in una cittadina che oggi si trova in Ucraina, ma in passato si trovava in Polonia – continua sorridendo – anche se, badate bene, la città in realtà non è stata spostata, ed erano lì presenti molte ricercatrici storiche dell’Ossezia, paese di cui non avevo mai saputo granché, se non per aver letto qualcosa nei libri di storia. Ebbene, queste persone mi hanno dato in mano un libretto il cui primo capitolo s’intitolava: “Le grandi migrazioni dei popoli”; leggendolo, ho compreso che si trattava di quelle che noi studiamo a scuola come “invasioni barbariche”, ovvero di quando Vandali, Goti e Visigoti, 1500 anni fa, vennero qua, dopo esser partiti dal Caucaso. E sapete questo a cosa mi ha fatto pensare? Che tanti dei migranti di oggi sono i barbari di ieri».

Con quale faccia diciamo che non li vogliamo?

Noi nasciamo anche da storie di profughi scappati dalle guerre, da incendi, dalla violenza, ricorda Portelli, facendo l’esempio di Enea e di Roma e domandandosi, con la consapevolezza di chi sa di non trovare risposta, con quale faccia riusciamo a dire che non vogliamo nel nostro Paese chi scappa da guerre, fame, violenza. «Con quale faccia? – insiste – Noi, proprio noi che siamo andati, emigrati, scappati in tutto il mondo, portando il meglio e il peggio di noi. Come non ricordare quegli interminabili viaggi nelle navi a vapore che duravano 30 giorni, per raggiungere l’America. Siamo arrivati quasi ovunque e con il nostro lavoro abbiamo costruito città, esportato lavoratori, imprenditori, poeti, navigatori, santi, mafiosi e criminali».

Ebbene sì, perché la migrazione non è né una cosa bella né una cosa brutta. È, semplicemente è. Con tutto ciò che comporta: problemi, tanti, per chi va e per chi viene, per chi arriva e per chi resta. Difficile, audace partire, sempre, in tempo di pace, e ancor più in tempo di guerra. Significa scegliere di lasciare qualcosa di certo per l’incerto. A volte si è fortunati, altre no. Perché, come dice anche Portelli, ogni storia umana è unica e irripetibile, ognuno di noi ha bagagli diversi da trasportare, aspettative, speranze, delusioni e rischi. La migrazione impone di accettare gente con facce diverse, ma anche che gente con facce diverse debba accettare noi. Impone di comprendere altre lingue e sì, sarebbe il caso che lo facessimo: «Continueremo sempre, mi auguro, a parlare dialetti, a parlare italiano, ma saremo sempre di più, saremo tante altre lingue. Anche quando non le comprenderemo, ci saranno».

Portelli cita poi una frase che fu rivolta agli immigrati italiani in Svizzera: «Volevamo braccia, sono arrivati uomini». Già, perché poi quando ce li hai davanti, questi uomini, non puoi più considerarli solo numeri, solo braccia, solo lavoro. Erano, sono e saranno uomini. Parliamo molto d’immigrazione, ma troppo poco di emigrazione: l’Italia continua a essere un paese di emigrazione, infatti, e non tutti sanno che in quest’ultimo anno ci sono stati più emigrati italiani all’estero che immigrati stranieri in Italia; quindi «andiamoci piano nel dire: basta immigrazione». 600.000 clandestini, un numero che leggiamo spesso, «diciamo sempre così – sentenzia il Professore – ma dimentichiamo che ognuna di queste persone ha un nome: 600.000 diversità, 600.000 storie».

Non affonda il barcone, affonda ci chi sta sopra

«Quando sento dire – continuaPortelli – affondiamo i barconi in mare, vorrei rispondere che non è il barcone ad affondare, ma i 300 eritrei con nome e cognome che ci stanno sopra. Non affonda il barcone». Anche nei libri di scuola, effettivamente, ancora oggi si parla molto dei grandi fatti ma c’è troppa poca attenzione alle piccole persone. «Grazie alla storia orale ho capito che ogni essere umano è unico e diverso, come pezzi di un mosaico. Ognuno è indispensabile al disegno finale. Tutti i percorsi sono importanti perché ognuno di noi nasce con un progetto di vita prezioso quanto gli altri» Come dargli torto? Portelli dedica un pensiero anche alle recenti parole della senatrice Liliana Segre, pronunciate in Senato, ricordando come quest’ultima abbia vissuto le condizioni di clandestina, deportata e torturata. Lo fa per affermare il concetto che ognuno di noi racconta e testimonia la sua storia, consapevole che ci sarà qualcuno nel 2060 che racconterà com’era il mondo nel 2018, e saremo noi e le nostre tante storie che contribuiranno a dare un senso alla sopravvivenza.

Portelli continua con passione il proprio lavoro di ascoltare i nuovi migranti, ma ritiene altrettanto importanti anche i tentativi dei migranti di ascoltare se stessi e di sapersi raccontare tra loro, per non porre fine a questa narrazione perpetua. «Mio zio – ricorda – ha avuto successo come musicista con una canzone del 1949 intitolata Roma forestiera che diceva: “Nanì Nanì ma perché te sei innamorata di un americano?!”», alludendo al fatto che in giro per Roma non si sentivano più le melodie popolari, ma nuove melodie, venute da altrove, testimoni di un tempo che scorre, del nuovo che avanza e che si mescola al vecchio. Ebbene anche oggi, passeggiando in giro per Roma, Portelli dice di rivivere quelle strofe, e di accorgersi che la città è ancora piena di musica e melodie diverse e lontane: il musicista senegalese, la banda rumena, il gruppo napoletano. Sarebbe interessante, soprattutto per chi come lui che ama far questo, documentare questa nuova musica “forestiera” romana, per arricchirsi, per continuare a guardare sempre più in là, per saziare la curiosità di menti che vogliono conoscere molto di più di ciò che già sanno. Lui non smette senz’altro di farlo: racconta di aver conosciuto una migrante dell’Equador che aveva un talento straordinario e con il marito, nei ritagli di tempo in cui non lavorava, trovava il tempo di cantare alle fermate della metro. Hanno inciso un disco insieme, poi lei ha perso il lavoro e, sebbene fosse un’immigrata regolare, ha dovuto a malincuore far ritorno nel suo paese d’origine.

Le ferite

Portelli ha ripetuto l’importanza di tener presente che la maggior parte dei cittadini immigrati in Italia sono regolari, e quelli che invece non lo sono, è perché siamo noi ad averlo impedito, così com’è loro impedito di uscire dal paese, per raggiungerne altri. Qui ci sarebbe molto da dire sulle politiche migratorie, che non sempre hanno avuto una linea coerente. I migranti e i precari, infatti, non stanno mai fermi nello stesso posto. «Vi racconto quest’ultima storia – ha detto Portelli -, mi era capitato di leggere la storia di un ragazzo somalo che scriveva canzoni raccontando la sua esperienza, io ci ho messo un po’ di tempo per trovarlo ma sentivo che fosse importante farlo, perché volevo occuparmi di musica. Dopo esserci riuscito, mi ha cantato le sue canzoni raccontandomi che è scappato dalla guerra, da un Paese in cui gli uomini facevano la guerra con gli animali. Poi, una volta arrivato qua, hanno iniziato a chiamarlo straniero e così ha ritrovato ancora guerra, perché mentre canta è guardato con disprezzo. Ha imparato poche parole: straniero, immigrato, ospite, permesso, soggiorno». Mentre noi ci sentiamo e ci percepiamo buoni, perché definiamo ospiti queste persone, ignoriamo forse che la parola ospite significa che loro non si sentiranno mai a casa, perché sono e resteranno sempre ospiti. Come a dire: no, forse, non vi accetteremo mai, non ci accetteremo mai. «In Somalia – racconta Portelli riportando l’esperienza di un ragazzo somalo – l’ospite è sacro, e quando gli italiani sono andati lì, sono stati trattati da veri ospiti, poi ben presto loro li hanno trattato da sudditi. La moglie gli ha detto: “che stai facendo in Italia? Perché non torni?”, ma lui non poteva, perché se veniva non poteva più tornare, perché gli avevano preso le impronte dei polpastrelli e si sarebbe dovuto amputare le braccia». «Le vedete le ferite di queste storie – conclude il professore – nel lavoro, nella sopravvivenza, nella solitudine, nelle difficoltà, nelle pene e nei rischi?». Difficile dipendere da un pezzo di carta, pur se allietati dalle speranze e dall’immaginazione, dalla forza e dalle potenzialità della cultura e dalla diversità.

I piccoli passi

«Qui concludo davvero – sorride Portelli – ma queste persone sanno una quantità sterminata di cose e parlano almeno 3 o 4 lingue, quando noi a malapena siamo in grado di dire 3 parole in inglese. Noi nativi non abbiamo idea delle possibilità che scaturiscono dall’incontro. Sì, è un problema l’integrazione, è un grosso problema trovare lavoro o terreni culturali condivisi; così com’è stato un problema per la Svizzera trovare lavoro e accettare i 600.000 clandestini italiani. Io sono un pensionato, chi credete mi pagherà la pensione? Anche i migranti regolari che lavorano, versano contributi e raccolgono frutta nei campi sfruttati come bestie pagheranno la mia pensione, ma dubito che poi loro, un giorno, ne avranno una».

Un’ultima testimonianza preziosa è stata riportata da un ragazzo migrante, che vive a Marsciano e che ha avuto la bella iniziativa di creare un’associazione che raggruppa diversi giovani. Storie di migrazioni accomunate dal desiderio di farsi conoscere e di conoscersi attraverso l’arte, la musica, il ballo. Fanno spettacoli in giro per l’Umbria e dimostrano come talvolta fare e inventarsi sia molto più facile che pensarlo e dirlo. Sì, è difficile pensare il processo d’integrazione, lo è sempre stato e lo sarà per molto tempo ancora, ma forse partire da piccoli passi e da piccole cose può essere l’inizio di un lungo, straordinario viaggio.

In copertina foto tratta da www.pixabay.com
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Ludovica Simonetti
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