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L’inchiesta del giornale online Fanpage, che ha utilizzato «agenti provocatori» per verificare se alcuni soggetti impegnati in Campania nello smaltimento dei rifiuti fossero “sensibili” alle sirene della corruzione, solleva diversi interrogativi: sul tipo di giornalismo cui si è ricorsi (non una semplice inchiesta, ma la creazione di una “trappola” per vedere se il sospettato ci sarebbe caduto) e più in generale sulla tendenza intrapresa da larghi strati di opinione pubblica. Ho provato a ragiornarci su. Scrivo l’articolo in prima persona, cosa che nelle scuole di giornalismo segnano come errore grave, perché, come vedrete nei commenti, a ribalta su questo non c’è unanimità, quindi questa cosa impegna solo chi la scrive.

Partiamo dalla concezione del giornalismo. io credo che sia riassumibile, molto schematicamente, nella seguente definizione: “racconto della realtà e tentativo di interpretarla”, e può prendere varie forme: reportage, inchiesta, intervista, commento, campagna, e ci metto anche la satira. Non certo, almeno nella mia interpretazione, “creazione della notizia”. Lì non siamo più al “racconto della realtà”, ma alla sua forzatura, alla sua “artata” caricatura, che, si badi, non è l’equivalente di una vignetta o di un pezzo di satira, poiché in questi ultimi casi c’è una dichiarazione preventiva da parte dell’autore. Il quale non dice: “non prendetemi sul serio” – questa è una interpretazione riduttiva, minimalista, anestetizzante della satira –, bensì dichiara apertamente ai suoi lettori quale tipo di linguaggio sta utilizzando.

Nel caso di De Luca,
da una base verosimile si è
arrivati a un racconto vero

Perché parlo di versione “artatamente” caricaturale della realtà? E perché la cosa non mi convince? Perché, scendendo nel caso Fanpage-De Luca, sulla opacità del “sistema De Luca”, ognuno ha la sua idea. E non è questione giudiziaria. Anzi, questa tendenza a trasformare in giudiziario ciò che è politico è una delle criticità che permea la nostra vita pubblica fino ad averla deformata e contribuito a rendere impotenti la politica e le persone comuni. Ci torno poi, perché in fondo, questo è il vero punto secondo me. Perché “artatamente” caricaturale, dicevo, e non semplicemente e solo caricaturale? Perché la caricatura prende uno spunto dal reale e lo evidenzia fino a costruirci un racconto sopra. Lo spunto c’è. Ma è coperto da una nebbia che lo rende indistinguibile. L’autore lo annusa, lo ode, lo vede, e lo tira fuori per mostrarlo a tutti. Se un vignettista disegna Berlusconi con gli occhi a mandorla, frutto di decine di sedute dal chirurgo plastico, vuole evidenziare la debolezza di un politico che ha fatto dell’immagine tutto (o quasi); la difficoltà di un uomo costretto a recitare il se stesso che fu per coprire lacune evidenti; la vacuità di un personaggio che si candida a governare milioni di persone ma non riesce a fare i conti col tempo che scorre e con se stesso davanti allo specchio. Questa è caricatura. Se invece un fotografo spruzza in viso a Berlusconi uno spray urticante, lo immortala con gli occhi semichiusi e non dichiara da dove origina quella foto ma la presenta al pubblico come “reale”, quella è una versione “artatamente” caricaturale. C’è un pizzico di realtà, certo. Ma poi c’è una costruzione sopra che il giornalista, a mio parere, non dovrebbe fare.

Nel caso di De Luca, è successo questo. Su una base “verosimile”, si è creato un racconto “vero”. Il giornalista non ha mostrato che De Luca è corrotto, ma che potrebbe farsi corrompere. È uno scenario orwelliano. E qui sta il punto più generale sollevato dalla vicenda Fanpage-De Luca.

Il malessere sociale, non adeguatamente canalizzato, non tradotto politicamente, sta prendendo forme sempre più pericolose per la vita pubblica. Siamo ormai al “dagli all’untore”, e se l’untore non riusciamo a individuarlo ce lo fabbrichiamo in casa. Non è una questione riconducibile alla vicenda Fanpage-De Luca. Di Battista, esponente di spicco del M5S, forza che veleggerà verso il 30 per cento alle prossime elezioni, ha proposto l’arruolamento di «agenti provocatori» per scovare e battere la corruzione. Gli agenti dovrebbero fare esattamente quello che hanno ordito a Fanpage: tendere un tranello per vedere se la vittima ci casca. Siamo al 1984 di Orwell riveduto e corretto. Lì si arruolavano i figli per spiare i genitori e denunciarne eventuali condotte in casa propria non ottemperanti al regime, qui si prefabbricano set per vedere se il malcapitato ci casca o se si può dargli la patente di onestà.

Il malessere sociale, non adeguatamente
canalizzato, sta dando luogo a scenari
apocalittici che fanno strame di secoli di progresso

Questo scenario, che ha dell’apocalittico, non fa solo strame di secoli di storia e progresso dell’umanità: il garantismo, la difesa della sfera privata; non solo avvelena in maniera pericolosissima le relazioni umane senza offrire alcun approdo che non sia una malintesa società di puri. Questo scenario, dicevo, non porta neanche a niente di efficace. Poiché impone la forza laddove sarebbe sufficiente il discernimento: che “il sistema” De Luca sia invotabile, una persona attenta e mediamente informata, lo desume da atteggiamenti, dichiarazioni, atti del De Luca. È una questione politica, appunto. Trasformarla in giudiziaria la minimizza, addirittura. Cioè, vogliamo dire che De Luca e la sua gestione del potere diventano indigesti solo se egli avesse commesso un reato? Allora, auguri, perché non è che siamo messi bene! Ma c’è di più.

Questa attesa salvifica dell’intervento di un giudice, che sia reale o metaforico, questa abdicazione al discernimento, sta creando mostri, ivi compresa un’opinione pubblica incapace, nel suo complesso a individuare le origini del suo malessere e sempre più incline a crearsi in casa il capro espiatorio, cosa che da un lato offusca le reali ragioni del malessere, e dall’altro inibisce il tentativo di cercare soluzioni efficaci. E inoltre, genera un’ondata di risentimento male indirizzata e pronta a sommergere la vittima di turno: che sia il politico ladro, l’immigrato, l’impiegato delle Poste quando si crea troppa coda.

Sottesa all’ondata di nuovi fascismi
c’è un’etica della irresponsabilità
che sta permeando larghi settori

Sottesa all’ondata di nuovi fascismi, razzismi, di giudiziarismi d’accatto, di risentimenti e cattiverie sociali a ogni livello, c’è una etica della irresponsabilità che sta permeando larghissimi strati della società. Che in parte sono stati privati della possibilità di un’analisi e di un’azione efficaci per rispondere al proprio malessere; dall’altro si crogiolano nell’alibi che il loro malessere sia dovuto solo ai cattivi da mettere in galera o da rispedire nel loro paese. Ciò che fa sì che ogni azione da parte propria sia inibita, considerata inutile, e che si resti in attesa del pulitore di turno (giudice, poliziotto, ministro, uomo “forte”) per ripristinare condizioni decenti. Non trovando nessun tipo di soddisfazione alla propria rabbia cieca, poiché il rancore mal riposto è del tutto inefficace a risolvere i problemi, ci si incattivisce via via di più, in un circolo vizioso che ci sta portando a fondo.

Le condizioni decenti di vita in comune le ritroveremmo se riuscissimo a individuare chi ci mangia in testa e come. Cosa difficile, da studiare, allergica ai semplicismi. Sentirci condannati all’inazione con l’alibi che ogni nostra azione sia vana perché siamo circondati dalla disonestà e dai cattivi e che si debba quindi aspettare il vendicatore di turno, non fa altro che moltiplicare il potere di chi ci mangia in testa. Noi continuiamo a non vederlo. Vediamo solo il suo indice che ogni tanto cala dall’alto e ci indica l’obiettivo contro il quale scagliarci con sempre maggiore (e mal riposta) veemenza. E noi ci scagliamo. Facendo strame di secoli di progresso dell’umanità. Condannandoci all’inefficacia. Rimanendo immobili, con l’alibi di doverci stare per forza.

Tornare al discernimento, ritrovare l’etica della responsabilità, tenersi minimamente informati e magari studiare ogni tanto qualcosa che non capiamo. Questo ci aiuterebbe a farci giustizia da noi. Che è l’esatto contrario dello sparare nel mucchio o del dargli all’untore. Significa ritrovare gli anticorpi contro gli invotabili a prescindere dai giudici, e rifiutare sistemi che Orwell definirebbe di psicopolizia.

In copertina, immagine tratta da www.pixabay.com
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Fabrizio Marcucci
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  1. Ugo Carlone
    Ugo Carlone 21 febbraio 2018 at 16:21

    Concordo pienamente con la questione della necessità sociale diffusa di trovare capri espiatori e giudici (veri e propri o non), che non porta a nulla se non a scagliarsi contro, appunto, il capro di turno. Questo in generale. Nel dettaglio della cosa, però, la notizia di Fanpage, secondo me, non è “costruita”, ma “svelata”. Non si costruisce nulla: si svela una cosa che già esiste, non creata dai giornalisti. È un po’ la differenza tra le “invenzioni” e le “scoperte”: la radio la inventi, perché non c’è; ma un resto romano lo scopri, perché c’è, anche se sotto un pezzo di terreno. Fanpage ha fatto questo: ha tolto il pezzo di terreno ed ha visto quello che c’era; non ha creato la radio. La corruzione c’è già: per vederla, smascherarla e darne notizia, devi (solo) togliere il pezzo di terreno. Non ci credo al detto “l’occasione fa l’uomo ladro”; e poi anche se fosse, non cambia la cosa. Il tipo è già corrotto, prima della messa in scena di Fanpage, altrimenti non avrebbe preso la valigetta. La corruzione non la crea Fanpage: semplicemente perché se non ci fosse, la corruzione, non sarebbe stato svelato nulla; scavi, e non trovi nessun resto romano. La valigetta non la prendi e fine della storia: la notizia è che non sei corrotto (forse è una non-notizia?). Non è forse giornalismo, togliere il pezzo di terreno e far emergere lo scavo romano, per “raccontare la realtà e cercare di interpretarla”? Se secondo me, giornalista, proprio lì sotto c’è un resto romano, perché non devo andare a scavare? Perché non mi devo organizzare per bene, visto che penso che questo resto sia anche di un certo valore? Certo, è un giornalismo d’assalto, estremista, al limite del poliziesco (ma non oltre), forse urticante; ma, secondo me, è giornalismo, e neanche dei peggiori: è tutto vero, documentato, ben fatto, anche. La presenza dell’ex camorrista non è proprio il massimo; ma non c’è nessun giudizio non fondato, nessuna fonte pagata per parlare (almeno credo), nessun insulto, nessuna diffamazione, nessuna approssimazione. Estremista, ma fatto bene.

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