Una cooperativa che diventa produttrice di una pellicola per denunciare come le gare per gli appalti al massimo ribasso nuocciono a tutti. Tante piccole realtà che finanziano il progetto. Un regista che invece di fare un documentario o un film di denuncia mette in scena un noir coinvolgente e implacabile. E un cast all’altezza di un’operazione riuscitissima

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Conviene essere chiari dall’inizio. “Al massimo ribasso” è un’operazione esemplare. Un’operazione, sì. Perché è vero che “al massimo ribasso” è il titolo di un film, e uno si potrebbe fermare a quello. Ma al di là del fatto che i film, quelli fatti bene – e questo lo è – sono già di per sé un insieme di tante cose, in questo caso c’è molto di più. C’è un mondo. Anzi, c’è la vita. Ci sono le nostre vite “al massimo ribasso” messe in scena in maniera splendidamente brutale e sublime. E quindi efficace. E poi c’è il processo di fabbricazione del film, ci sono i produttori “atipici” di questo film. C’è un cast eccezionale che dà respiro e profondità all’opera. E c’è la sorpresa, lo spaesamento, il prenderti per mano del regista che tu pensi ti voglia portare in un posto che già sai. Ci arriverai in quel posto, ma attraverso un percorso totalmente straniante, che alla fine ti avrà messo in testa tante cose che tu non ti aspettavi.

Un groviglio di buone pratiche

È un groviglio di buone pratiche, “al massimo ribasso” (nei titolo è scritto così, senza la maiuscola all’inizio). Probabilmente perché l’obiettivo che l’ha mosso era così alto da portare a due esiti possibili: 1) il suo mancato raggiungimento, con il possibile sbadiglio dello spettatore in sala che una volta uscito non avrebbe portato niente con sé; 2) la messa in scena di un’opera formidabile, che va molto oltre il “semplice” obiettivo per coglierne uno assai più grande. È successa la seconda cosa.

“Al massimo ribasso” nasce come opera per denunciare una pratica sempre più in voga nelle istituzioni: quella di bandire gare di appalto che hanno come unico criterio di assegnazione quello dei costi. Vince chi costa meno. Occhio, però. Lo spostamento di campo è insito in quelle quattro parole, per di più ammantate di apparente buon senso e quindi letali: vince-chi-costa-meno. La frase solleva subito il livello dal campo istituzional-burocratico a quello dell’esistenza, delle vite, le nostre vite. Il regista, Riccardo Iacopino, coglie in maniera implacabile il nesso. E lo mette in scena in maniera implacabilmente lucida. Perché vince-chi-costa-meno ovunque: nella mensa dove mangi tu o dove consumano il pranzo i tuoi figli, nell’autobus che ti trasporta, nelle strade piene di buche che percorri, nel servizio di raccolta dei rifiuti che fa esplodere le discariche e ingrassa i proprietari di inceneritori, nell’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità e ai minori e a chi non ce la fa a tirare avanti, nelle scuole e nelle università. Vince chi costa meno in ogni aspetto della nostra vita. E se deve vincere chi costa meno, conviene non stare tanto a badare per il sottile. Ne paghiamo le conseguenze tutti. I lavoratori e i fruitori di beni e servizi, che a turno siamo tutti, con sempre meno diritti, meno coperture, meno qualità. Ad arricchirsi sempre più invece sono in pochi, pochissimi, non di rado malavitosi. Il tutto mentre la religione delle privatizzazioni estende il principio vince-chi-costa-meno giorno per giorno, divorando pressoché ogni attività umana, ogni bisogno, ogni servizio, anche gli scrupoli. Di appalto in appalto, sottoponendo tutto “al massimo ribasso”.

Un film sulla vita

Poteva stare tutto questo dentro un documentario o dentro un “film di denuncia sociale”? Ovvio che no. Cioè, ci poteva stare, ma avrebbe lasciato intatto il tempo che avrebbe trovato. Invece, siccome ci sono le vite in gioco, Iacopino ha fatto un film sulle nostre vite. E il tempo nostro ce l’ha srotolato davanti agli occhi. Il tempo del futuro tagliato, dell’immaginazione vilipesa, del tanto al chilo sempre e comunque, il tempo del “non ci sono alternative”, il tempo dell’accontentati, che poi è una contraddizione antropologica: se l’umanità si fosse accontentata staremmo ancora nelle caverne a mangiare carne cruda. Eppure, nonostante queste conseguenze, vince-chi-costa-meno da dubbia pratica mercantile è diventato precetto esistenziale, principio regolatore. È sulla follia anti-umana che governa le nostre vite travestita da virtù che Iacopino ha puntato riflettori e telecamere. Denudandola.

Le vite disegnate nel film sono tutte, inderogabilmente, “al massimo ribasso”. Quelle dei “perdenti”, ma anche quelle degli apparenti “vincenti”. Perché la follia anti-umana del vince-chi-costa-meno non fa distinzioni, ingoia tutto. Non sorridono mai, né quelli che comandano, né quelli che stanno sotto. Come a disegnare un’umanità sconfitta. Che però, siccome è umanità, conserva in sé i semi per far germogliare piante nuove anche quando l’ambiente pare ostile pure a un filo d’erba. Anche le luci e le ombre, il giorno e la notte, si succedono sapientemente in “al massimo ribasso”, a fare da cornice ai diversi momenti del film: quelli della cupezza e quelli del riscatto possibile, che il regista capovolge nell’ennesimo colpo a sorpresa.

Una sorpresa

Ma a ben vedere “al massimo ribasso” è tutta una sorpresa. Si sarebbero potute denunciare le condizioni dei lavoratori che, una volta privatizzati i servizi, sono costretti ad andare a prestare la propria opera per un salario più basso. Si sarebbero potuti smascherare gli artifici retorici di chi decanta privatizzazioni e razionalizzazioni che non sono altro che tagli mascherati. Si sarebbe potuto mettere in scena il disagio degli abbandonati, di chi i tagli li subisce sulla sua pelle. Si sarebbe potuto puntare l’indice su una malavita che affonda come il vomere di un aratro nel terreno marcio del vince-chi-costa-meno. E Iacopino lo fa, ma con un film vero, poetico e brutale. Con un noir, addirittura, che è quanto di più lontano da ciò che potresti aspettarti, entrando in sala. Perché? Il motivo l’ha spiegato egli stesso in un incontro che ha accompagnato la proiezione del film al cinema Postmodernissimo di Perugia, una struttura essa stessa che ha nel Dna la battaglia contro il massimo ribasso che vorrebbe governarci. «Oggi è difficilissimo parlare di temi sociali alla gente, là fuori – ha detto il regista – sono pronti in centomila a dire la loro contro di te, se ci provi». Ed è a questo punto che entra in scena l’artista, che sposta il campo e porta la sfida più su. E usa la potenza evocativa del cinema, la capacità di quella forma artistica di entrarti in vita, per spiegarti che la vita – la tua vita – è governata dal massimo ribasso e che se non ci vuoi morire sotto, dovresti prenderne almeno coscienza.

Ma non è un film sulla rivoluzione, né sulla purezza, “al massimo ribasso”. Si prende atto che siamo tutti attanagliati da una doppiezza che da un lato ci fa percepire netti gli scricchiolii della follia anti-umana che ci governa, e dall’altro ci porta per necessità a soddisfare la sua voracità. Perché qui stiamo, qui campiamo e qui dobbiamo sopravvivere. E qui a volte siamo costretti a prestare la nostra opera e il nostro intelletto a quella macchina che ingoia umanità, alimentandola nostro malgrado. Però, almeno, ci fa rendere conto di questo Iacopino, in maniera pienamente artistica e quindi non pedantemente pedagogica. E facendolo non punta a inchiodarci alle nostre responsabilità, che non sono tutte le nostre, ma non ci liscia neanche il pelo per farci crogiolare sui nostri alibi. Ci dice piuttosto: «Voi siete qui», come nelle mappe dei musei. Poi sta a ognuno decidere come muoversi di conseguenza.

È un’operazione, “al massimo ribasso”, un groviglio di buone pratiche, dicevamo. Perché il punto d’origine, il big bang che ha portato alla realizzazione del film lo si deve a una cooperativa sociale di Torino che si chiama “Arcobaleno” ed è la produttrice del lungometraggio. Loro ci sbattono quotidianamente contro il muro del “massimo ribasso”. Sono tra i primi a toccare con mano la follia anti-umana del principio che ha preso a governarci senza che quasi ce ne accorgessimo. Per questo hanno deciso di comunicare il disagio della partecipazione a gare al massimo ribasso che comprimono diritti, servizi, vite. E hanno scelto di farlo in un modo efficace e intelligente, che è di esempio per l’intero mondo della cooperazione. Commissionando un’opera d’arte che entrasse nelle vite per spiegare le vite, o almeno una parte di esse. Non è da tutti. Ma non è neanche da pochi. “Al massimo ribasso” è stato girato con 219.000 euro raccolti in un crowdfunding che ha visto protagoniste molte delle realtà della cooperazione (e non solo) che lavorano a Torino, città che è stata la culla del film. «Era necessario farlo», dice con tranquilla chiarezza Tito Ammirati, che della cooperativa Arcobaleno è presidente. È anche per questo che il film è molto più di un film. È un’operazione, l’abbiamo definita. Una delle operazioni che ci piace far rientrare nella logica del “si può”, che è l’antagonista del “non c’è alternativa”. Un’operazione giocata peraltro su un terreno complicato e cruciale. Ma resa efficace dalla solidità della creazione artistica e del percorso che l’hanno accompagnata.

Una scenda del film "al massimo ribasso"
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Fabrizio Marcucci
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