I numeri dei migranti in Italia smentiscono gli allarmi lanciati dai razzisti. Eppure si assiste a un dibattito impazzito guidato da chi vuole lucrare sulle paure ingiustificate di una parte di popolazione fiaccata dalla crisi. Torniamo ai fatti

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Ha ragione Federico Santi quando dice che occorre parlare con la maggioranza arrabbiata del paese. Non facendolo, rischiamo che le nostre ragioni vengano seppellite dallo tsunami del rancore, e a quel punto, come dice Santi, non sarà servito a niente avere ragione. Con «le nostre ragioni», si intendono quelle di chi si è formato ritenendo che le persone nascano uguali a prescindere dalle differenze che indica la nostra Costituzione, oltre che il buon senso. Quelle di chi ha una qualche conoscenza diretta delle questioni relative ai migranti. Quelle di chi ritiene che il reato è responsabilità del singolo che lo commette, non di tutte le persone appartenenti alla nazionalità o alla categoria del singolo che ha commesso il reato.

Il problema è che tentare di comunicare in un clima surriscaldato come quello che si viene a creare quando si parla di questioni relative allo straniero è assai difficile. Abbiamo già utilizzato la metafora della slavina, che si genera a monte in maniera impercettibile, poi aumenta di velocità e massa per arrivare a valle e distruggere quello che incontra. Qui, dalla valle, si sente ormai chiaro il rombo della slavina, ne si scorge la sagoma; proviamo a salvare quello che si può. E per farlo, occorre tentare di essere il più oggettivi possibile, sgomberare il campo dalle animosità e dai pregiudizi irrazionali che il parlare di stranieri genera; bypassare la propaganda dei razzisti in tv, nelle istituzioni, e sui giornali, che infatti non parlano mai di dati. Stare ai fatti. E parlare alla maggioranza arrabbiata che canalizza il suo rancore verso l’obiettivo sbagliato.

L’ostacolo più arduo da superare, quando si parla di migranti, è costituito dalle percezioni sballate che derivano dal racconto ansiogeno fatto dai media principali, dallo sciacallaggio di chi punta a raccattare consensi sulle paure ingiustificate e ingigantite delle persone, dal fascismo che approfitta da sempre dei tempi cupi per affermarsi. E alla base c’è la paura atavica suscitata dal diverso, a cui in molti si abbandonano e su cui molti giocano. Ma se i nostri progenitori si fossero fatti prendere dalla paura, sarebbero morti d’inedia dentro le loro caverne. Invece si sono fatti coraggio e sono usciti a cercare cibo per sé e i loro cuccioli, a vedere com’era il mondo. Proviamo a uscire, allora.

La sindrome da invasione

La percezione sballata degli italiani sul fenomeno dei migranti è stata certificata dall’ultimo rapporto dell’Eurispes. «Solo il 28,9% indica correttamente l’incidenza di stranieri sulla popolazione. Più della metà del campione, al contrario, sovrastima la presenza di immigrati nel nostro Paese: per il 35% si tratterebbe del 16%, per ben il 25,4% addirittura del 24% (un residente su quattro in Italia sarebbe non italiano)».

Allora: quanti sono gli stranieri in Italia? Lo dice l’Istat: al 1° gennaio 2017 erano 5.047.028 su un totale di 60.589.445 residenti. Significa che di media, si incontra per la strada una persona non nata in Italia ogni dodici. Ai regolari si aggiungono gli irregolari, stimati intorno ai 500 mila. Così, a stare larghi, si arriva a una quota di popolazione che non supera i sei milioni di persone. Che, si badi, non sono un’unica schiera pronta a venire a mangiare nei nostri piatti o animata da sentimenti di «sostizione etnica», come si sente dire da qualcuno. Persone nate in Albania e Perù, Marocco e Moldavia, Pakistan e Cina, Ecuador e Senegal, non condividono né lingua d’origine, né usanze, né credo religioso, né gusti alimentari. Difficile vederle unite in una coalizione anti-italiana. E perché, poi? Se sono arrivate in Italia è, nella stragrande maggioranza dei casi, solo perché cercano quel futuro per sé e i propri figli che “a casa loro” gli è negato. Non solo: tra il 2016 e oggi, gli sbarchi di migranti in Italia sono costantemente diminuiti: 181.436 nel 2016, 119.369 nel 2017, lo dice il ministero dell’Interno. Sono numeri che si sposano male col concetto di invasione.

Nota a margine: se i fautori dell’italianità hanno così paura di una popolazione variegatissima, che messa insieme rappresenta meno del 10 per cento del totale, forse sono loro, i fautori dell’italianità, ad avere qualche problema con la loro identità, a sentirla troppo debole.

«Non si vive più. Toppi criminali»

La presenza degli stranieri è spesso collegata al presunto aumento dei fenomeni criminali. Però, anche in questo caso, la marea montante del risentimento xenofobo propagandato dalle forze razziste e alimentato quasi a reti e giornali unificati, è un fenomeno scisso dalla realtà, e legato a un racconto della realtà stessa che è del tutto privo di fondamento. Secondo il report del Viminale divulgato nell’estate del 2016, negli ultimi cinque anni, omicidi, rapine e furti erano sensibilmente diminuiti, con percentuali tra il 10 e il 20 per cento. E per quanto riguarda i reati commessi da stranieri, c’è sì una criticità, ma non sufficiente a giustificare un allarme da guerra atomica. Il rapporto di denunce/arresti degli stranieri sulla totalità dei 5-6 milioni di residenti è di poco più del 5 per cento (questo significa che il 95 per cento degli stranieri rispetta le leggi); quello degli italiani è all’1 per cento. Ciò vuol dire che ogni anno vengono arrestati e/o denunciati all’incirca 200 mila stranieri e 600 mila italiani. Eppure, a dare retta ai racconti e alle percezioni, sembrerebbe che tutto il male del mondo derivi dai primi.

Peraltro, a questo discorso va aggiunta una considerazione. Per entrare in Italia regolarmente, occorre rientrare nel decreto flussi del governo e avere un contratto già firmato da un datore di lavoro che difficilmente si prende la briga di assumere una persona che non conosce e che non ha mai visto, dato che vive a migliaia di chilometri. Tanto che i permessi di soggiorno per motivi di lavoro nel 2017 sono ammontati a 500. Una cifra irrisoria, frutto di una legge assurda, che condanna la stragrande maggioranza dei migranti a entrare per vie irregolari, cosa che è quasi un incentivo a finire nelle maglie della criminalità o a vivere di espedienti. Una integrazione (casa, servizi e il minimo per vivere) per questa parte di popolazione in difficoltà al fine di sottrarla a un destino cupo, sarebbe una forma di sicurezza anche per le schiere di italiani preoccupati dalla “invasione”, e ce la potremmo tranquillamente permettere, ma a una cosa del genere non si mette mano. A chi giova?

A proposito di numeri e percezioni

I numeri quindi non giustificano i continui allarmismi, e questi derivano da paure, racconti e percezioni scollegati dalla realtà. Ciò lo si può vedere anche da un’altra angolazione. Tra il 2008 e il 2017 in Italia sono stati persi oltre un milione e centomila post di lavoro. Ciò è stato dovuto, oltre che alla crisi (che, sia detto per inciso, non è stata provocata dai migranti, ma da scelte fatte molto al di sopra delle nostre e delle loro teste), anche a imprenditori privi di scrupoli che sono fuggiti all’estero o hanno giocato sulla pelle dei loro lavoratori, fregandosene. Eppure questo dato non suscita l’allarme provocato anche dal più insignificante scippo commesso da un giovane straniero. Reato di fronte al quale si invocano espulsioni di massa, mentre nei confronti di una classe di persone al cui interno ci sono soggetti che speculano sui destini degli individui, spremendoli fino all’ultimo salvo poi scappare col malloppo, si rimane sempre in timorosa reverenza. E dire che invece, la crisi, la perdita del lavoro, la mancanza di punti fermi e di speranza nel futuro, sono spesso il fattore scatenante del risentimento verso fasce di popolazione che sono nelle nostre stesse condizioni, solo un po’ più giù.

Macerata, infine

Quindi: il 95 per cento degli stranieri residenti in Italia rispetta la legge, lavora, paga le tasse ma – per dire – non ha diritto di voto per scegliere chi le tasse le istituisce; la maggior parte tira avanti con più difficoltà, a parità di condizioni, dei suoi omologhi nati in Italia. Ancora: abbiamo perso oltre un milione di posti di lavoro in nove anni, cosa che ha fatto regredire le condizioni di molti di noi non certo per colpa dei migranti. Eppure nel nostro paese, oggi – all’indomani di un atto di terrorismo contro gli stranieri messo in atto da uno che va in giro con un simbolo nazista tatuato sulla fronte – si disquisisce ineffabilmente di emergenza stranieri e si solidarizza addirittura, da parte di persone non certo nate cattive, con l’attentatore nazista. È un po’ come se all’indomani di una nevicata storica si andassero a comprare condizionatori per refrigerare l’aria. Strano, no?

E anche nel caso del nazista criminale di Macerata, c’è una distorsione della realtà. Poiché si tende a giustificare il suo gesto terroristico considerandolo una reazione alla morte di Pamela Mastropietro. Ora: 1) l’autore dello scempio sul cadavere della ragazza è stato subito assicurato alla magistratura: se la giustizia fai-da-te è da scongiurare poiché è l’esatto contrario dello stato di diritto, ciò è ancor più valido in questo caso, visto che chi ha commesso il reato è già in carcere, non può più nuocere, e pagherà. 2) Tuttora, molti di coloro che solidarizzano con Traini sono convinti che l’uomo che ha vilipeso il cadavere di Pamela, l’abbia prima uccisa, e per questo urlano allo straniero. Invece per lui l’accusa di omicidio è caduta. Il vilipendio e l’occultamento del cadavere sono probabilmente la conseguenza della morte della ragazza per overdose in casa dell’uomo, il quale ha poi tentato in maniera efferata di sbarazzarsi del cadavere. Cosa orrenda, ma diversa dall’omicidio. 3) A pochissimi giorni dai fatti di Macerata, è stato rinvenuto a casa di un tranviere milanese il cadavere di una diciottenne, Jessica Valentina Faoro. L’uomo ha confessato il femminicidio. Ma a nessuno, ovviamente, viene in mente di andare a sparare a tutti i tranvieri di Milano. Perché? Perché nel caso di un delitto commesso da uno che ci assomiglia stiamo ai fatti, mentre nel caso di un reato commesso da uno che consideriamo diverso da noi ci facciamo sopraffare dalle distorsioni di slogan e parole scollegati dalla realtà. Che va invece guardata in faccia, perché sennò se ne perde il senso, e ritornano mostri che vanno schiacciati.

PS: quanto scritto qui, non significa che tutti gli stranieri siano buoni, come la vulgata razzista vorrebbe far credere, tentando di offendere con la parola “buonista”. Significa invece che non va perso il senso dell’universalità, cioè: le leggi valgono verso tutti in maniera eguale, non si possono trattare le persone diversamente in base al colore della pelle, al credo religioso o alla squadra che tifano. I reati vanno perseguiti e addebitati al singolo, non alla categoria di cui egli fa parte. Se si perde l’universalità, tutti siamo a rischio: potranno venirsela a prendere con noi perché siamo biondi, alti, magri, grassi, vegani, animalisti, ciociari, milanesi. Occhio, il razzismo è una brutta bestia.

In copertina: un manifesto della campagna contro l'estensione del diritto di voto ai neri negli Stati uniti. Foto tratta da Wikimedia commons
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Fabrizio Marcucci
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