C'è un centro, sulle sponde del lago Trasimeno, che cura il disagio psichico anche attraverso la pittura e il teatro. E i risultati si vedono. «Quando sto qui mi sento abbracciata e sto bene», dice una delle ospiti. Perché sì, la psichiatria può dare una «seconda occasione». Il racconto di chi ha osservato direttamente le attività

Se ci vuoi sostenere, contattaci, grazie!

The mad things done and said by the schizophrenic
will remain essentially a closed book if one does not
understand their existential context.
(Ronald David Laing)

La sofferenza che si cela dietro alla patologia psichiatrica, la difficoltà a comprenderla anche per il professionista più esperto e l’incomunicabilità delle emozioni ad essa correlate sono gli aspetti che hanno maggiormente suscitato la mia attenzione ogni volta che, per ragioni di studio o per esperienze private, mi sono trovata a contatto con l’ambito della salute mentale. In questo articolo intendo raccontare la mia esperienza di osservatrice partecipante dei laboratori artistici presso il Circolo ricreativo “Noi Insieme”, una realtà fatta di colori, creatività e accoglienza, dove il pregiudizio lascia spazio alla conoscenza dell’altro, dove le etichette non esistono e l’arte, in tutte le sue forme, è il filo rosso che unisce professionisti e utenti.

Il Circolo

Il Circolo “Noi Insieme” si trova in un edificio attiguo alla sede del Centro di Salute Mentale di Magione, esiste dal 2010 ed è un servizio afferente al Dipartimento di Salute Mentale della USL Umbria 1 che lo gestisce in appalto con la cooperativa sociale Polis di Perugia e il consorzio Auriga. Gli utenti sono adulti e giovani adulti (dai 25 ai 65 anni) in carico al C.S.M. e vivono sul territorio del Trasimeno, o a Castel del Piano (in provincia di Perugia) presso l’Unità di Convivenza “Il Lago”, che è sempre una struttura della Polis. Nel corso della settimana le attività terapeutico-riabilitative sono numerose: pittura, teatro, cucito, cucina, laboratori manuali di bigiotteria o che prevedono la realizzazione di prodotti in carta con la tecnica del quilling, una forma d’arte che consiste nel creare dei piccoli rotolini di carta colorata, modellarli e incollarli per realizzare delle decorazioni floreali o con i motivi più vari. Chi prende parte a questa attività del Circolo, si esercita nel realizzare biglietti di auguri, calamite, partecipazioni per matrimoni e bomboniere. Il fine settimana, circa una o due volte al mese, vengono organizzate delle uscite che possono essere gite di intere giornate, oppure pomeriggi al cinema. Inoltre, una volta a settimana, due infermiere del CSM, portano gli utenti in giro per il paese per l’attività di walking. Durante il laboratorio di cucito vengono utilizzati dei materiali di recupero che l’azienda Cucinelli fornisce al Circolo. Due volte all’anno i prodotti tessili, quelli in carta e i quadri della pittura, vengono esposti e messi in vendita. Il risultato finale del laboratorio di teatro è, di solito, un film che viene proiettato al cinema: in questa occasione vengono invitati familiari, amici e chiunque voglia partecipare.

LEGGI ANCHE: UNA RIVOLUZIONE, ROBA DA MATTI

Attraverso l’arte, le emozioni associate alla malattia possono emergere con maggiore facilità. Il racconto della malattia è parte del percorso terapeutico, in un’ottica di empowerment e recovery, dove la persona è al centro e protagonista del percorso di cura. L’approccio soggettivo è ciò che caratterizza la pratica clinica di Nicoletta Marinelli, medico psichiatra, responsabile del Circolo di Magione, che è stata la mia guida durante questa esperienza. È lei che con passione e disponibilità mi ha accolta e introdotta all’interno delle attività, mi ha fatto conoscere gli operatori e le persone che vi prendono parte.

Nicoletta Marinelli ha idee molto chiare su come comportarsi con i pazienti: «Il ruolo attivo di chi viene qua è molto importante – non solo in salute mentale, ma in tutte le patologie: più si è attivi più si riesce ad uscire dal problema». Ovviamente, è fondamentale l’ascolto: «Per l’importanza che attribuisco alle narrazioni di malattia, alle narrazioni delle storie di vita dei miei pazienti, dico che l’ascolto attivo ha un ruolo centrale nella relazione significativa e che non se ne può fare a meno». Anche quelli che possono sembrare dettagli contano e «affinché sia dato il giusto spazio al paziente, durante i colloqui vi sono delle accortezze alle quali prestare attenzione. Ad esempio evitare di essere interrotti mentre si parla: se squilla il mio cellulare durante un colloquio, io evito di rispondere per non interrompere il mio interlocutore. Oltre a questo, è importante avere uno spazio adeguato nel quale poter essere tranquilli per svolgere il colloquio senza fonti di disturbo. Poi, essere accoglienti, avere riguardo del paziente rispettando l’orario di visita, essere puntuali. Se vedo, ad esempio, che un paziente mi arriva in largo anticipo, anche quello è un segnale da considerare, mi devo chiedere il perché, forse ha particolarmente bisogno. Non lo farò di certo aspettare fino all’orario stabilito, se non ho altre visite, lo ricevo prima. Anche questo è rispetto. Dall’altro lato devo sapere leggere l’atteggiamento opposto, ovvero, se un paziente arriva molto in ritardo o salta del tutto degli appuntamenti».

Per far sì che la catastrofe, ovvero la patologia psichiatrica, come la chiama Giuseppe Tibaldi, psichiatra sostenitore del diritto alla “seconda occasione” che ho incontrato ad un convegno a Perugia, diventi una fase momentanea nella vita della persona che viene colpita, è d’obbligo un lavoro di revisione dell’approccio dei professionisti verso queste patologie e verso le persone. Per prima cosa, è opportuno aprirsi ad un ascolto reale e partecipe della storia dell’utente: i professionisti dovrebbero riuscire nel tentativo di liberarsi del linguaggio teorico e criptico quando comunicano con chi vive l’esperienza della malattia ed aprirsi ad una co-costruzione con l’utente del percorso di cura nel quale egli risulti effettivamente protagonista. Del resto, nell’area della salute mentale, la narrazione, sia attraverso la scrittura che per mezzo dell’arte, viene utilizzata per rendere il disagio maggiormente decifrabile, meno criptico e comprendere che tipo di significato la persona gli attribuisce e come influisce sul contesto di vita. È in questo scenario di attenzione all’utente che si inseriscono le attività laboratoriali oggetto della mia indagine ed è con questi presupposti che nasce il Circolo.

Il laboratorio di pittura

I laboratori di arte-terapia vengono pensati e implementati in ambienti protetti e contenitivi, affinché mediante i colori e il pennello si possa dare forma all’universo interiore, alle emozioni positive e negative che attraverso una raffigurazione concreta vengono allontanate dalla persona-artista. Adesso sono poco più distanti, sono sulla tela, e questo fa in modo che chi le ha raffigurate possa osservarle e rielaborarle con il distacco che si è soliti usare con qualcosa che non ci appartiene. «All’inizio il laboratorio di pittura veniva organizzato presso l’Unità di Convivenza di Castel del Piano, era aperto a tutti e vi partecipavano anche alcuni infermieri del Centro di Salute Mentale – mi ha detto Francesco Ticchioni, conduttore del laboratorio di pittura – con il tempo abbiamo osservato che organizzare i laboratori nello stesso luogo nel quale gli ospiti vivono non riusciva a dare alla pittura, al teatro o alle altre attività il giusto ruolo terapeutico-riabilitativo. Era necessario, dunque, trovare uno spazio dove poter distinguere l’attività terapeutico-riabilitativa, in questo caso la pittura, e il luogo nel quale si vive, si mangia, si guarda la tv. Questo perché ciò che abbiamo sempre voluto, è che l’Unità di Convivenza, fosse più possibile simile a casa propria, meno struttura e più casa. Per questa ragione, non ci sono affissi da nessuna parte fogli che riguardano, non so, il tipo di struttura, orari o regole da seguire, nulla di tutto questo. Chi viene in UDC trova un ambiente molto caldo, una vera casa, con molti quadri appesi. In questi anni siamo stati molto attenti a ricreare un ambiente familiare. Per queste ragioni è stato trovato il Circolo, uno spazio esterno alla casa di questi ospiti».

Il gruppo di lavoro del laboratorio è molto piccolo. Questo è già un elemento che aiuta i partecipanti, che sono frequentatori del Circolo da molti anni, quindi si conoscono bene e sono abituati a trascorrere del tempo insieme. Durante il laboratorio non manca mai un po’ di buona musica di sottofondo, che stimola l’ispirazione, la concentrazione per dedicarsi alla propria opera e, al tempo stesso, consente anche la conversazione per chi vuole comunicare con il gruppo. Francesco ha un buon rapporto con le persone che partecipano al suo laboratorio, parla con loro con un tono di voce pacato e le incoraggia a fare sempre meglio nei loro quadri, affinché si cimentino in disegni e tecniche ogni volta nuove.

La prima volta che ho preso parte a questa attività mi è stato raccontato dai presenti che ogni anno, poco prima di Natale, tutti i quadri realizzati durante il laboratorio vengono esposti in una mostra pittorica e possono anche essere acquistati. Il fatto di poter mostrare il frutto di mesi di lavoro ad un pubblico che non sia composto solo dal personale del CSM è una prova che gli utenti danno prima a se stessi, e poi all’esterno, di avere delle capacità preziose: essere pittori, artigiani, sarti, quindi essere liberi dal pregiudizio, dallo stigma di malato psichico che è ancora troppo presente nell’immaginario comune. «Per anni – dice ancora Francesco – quando facevamo le mostre, io ho dato al nostro laboratorio un nome che non aveva nulla a che fare con il CSM, si chiamava Gli itineranti. Niente che potesse fare riferimento alla psichiatria, non volevo che la gente apprezzasse i lavori solo perché frutto del laboratorio di utenti della salute mentale. Se i quadri piacevano, bene, ma se qualcuno doveva dire che erano brutti doveva poterlo fare senza problemi».

La tendenza all’isolamento è un comportamento non raro in psichiatria. Le attività di gruppo vengono istituite anche per cercare di far venire meno questo atteggiamento e incoraggiare al dialogo e alla relazione. La patologia psichiatrica comporta una frattura all’interno della persona che ne è affetta: è un momento della vita durante il quale si abbatte una dolorosa e distruttiva tempesta che lascia stremati dal caos sollevato all’interno della persona stessa. Giuseppe Tibaldi parla del momento immediatamente successivo al naufragio, quello della ricostruzione, ovvero la ricerca, prima di tutto, di quella parte di se stessi che la tempesta ha destabilizzato, se non del tutto distrutto. Ecco che l’arte entra in questo scenario.

La pittura, come le altre innumerevoli forme di espressione artistica, è un mezzo terapeutico che favorisce il recupero e la crescita della persona dal punto di vista emotivo, affettivo e relazionale. Con essa è possibile apprendere una modalità di osservazione ed espressione che spesso non emerge attraverso la parola. La pittura è una comunicazione ricca di significato intrinseco, che sollecita l’espressione e la consapevolezza delle proprie emozioni, sia di chi si cimenta per realizzare un’opera, sia per chi ne fruisce osservandola. Ancora Francesco: «Quando ogni lunedì metto sul tavolo le tele, i disegni da riprodurre e i colori si vede subito… a seconda del tipo di disegno che gli artisti scelgono, i colori che utilizzano e quanto desiderio hanno di dipingere o meno, si capisce che tipo di emozioni provano in quel momento o in quella giornata. Se qualcuno arriva e mi dice che non ha voglia di dipingere io non obbligo nessuno, magari quando accade una cosa del genere chiedo se la persona ha bisogno di qualcuno che la ascolti, se ha voglia di parlare, ed io ci sono. Cerco di non essere troppo presente quando gli artisti lavorano: cammino dietro di loro, butto l’occhio su quello che stanno facendo, ma non voglio essere opprimente». Da come si dipinge si capiscono molte cose: «Forse è banale da dire, però, quando vedi che l’artista utilizza colori brillanti e vivaci per dipingere con buona probabilità il suo stato d’animo quel giorno è positivo, oppure sono positive le emozioni che ha voglia di esprimere in quel momento. Viceversa, chi sta a testa bassa, è pensieroso e vede nel pennello quasi un nemico, lì capisci che quella persona non ha molto desiderio né di dipingere e né di parlare di sé. Anche il silenzio va rispettato».

Per chi inizia un laboratorio di pittura la “suggestione del foglio bianco” e la successiva ansia da prestazione sono particolarmente elevate. Per sperimentare questa condizione non è necessario fare riferimento agli utenti del Circolo. Io stessa posso testimoniare quanto il momento in cui si ha di fronte la tela bianchissima e vuota sia fonte di ansia e spaesamento. Il vuoto della tela porta a dire che non si è in grado, che il disegno è un’attività alla quale non ci si avvicina più dai tempi della scuola; si viene spinti ad osservare ciò che si ha dentro in quel momento e questo crea preoccupazione in chiunque.

Le rassicurazioni di Francesco e degli altri partecipanti mi hanno incoraggiata ad iniziare. Sono stata tranquillizzata e guidata passo passo affinché mi sentissi libera di riportare sulla tela le mie emozioni. Il comportamento tenuto nell’accogliere me è la prassi che viene utilizzata in questo laboratorio, con chiunque vi prenda parte: l’inclusione, la rassicurazione sul fatto che non sia il bel prodotto il fine ultimo, ma ciò che l’artista ritiene bello (quello è il vero risultato del laboratorio), la riflessione sulle giornate di scarsa ispirazione o desiderio di utilizzare colori, ad esempio scuri, piuttosto che altri. Ragionando sul perché di certi stati d’animo, possono emergere emozioni alle quali non si è soliti dare la giusta attenzione: «In questo spazio viene fuori la gioia, la felicità – dice Francesco – vengono fuori anche la tristezza, la preoccupazione, però almeno in queste tre ore di laboratorio si cerca di volgerle in qualcosa di positivo, di leggero. Riuscire a prendere le distanze dal negativo è uno degli aspetti positivi più che della pittura del gruppo che si crea durante la pittura».

Quando ho chiesto ai miei compagni e compagne di laboratorio se le emozioni fossero delle protagoniste in questa attività, una delle risposte è stata questa: «Senza emozionarsi, questo [cioè il dipinto che stava completando] non me sarebbe uscito. Non ci si può non emozionare nella vita, ma quando sei preso da mille pensieri brutti non pensi, sei arrabbiato e basta, invece quando sei qui vedi i colori, il disegno e ti concentri, ti rilassi, ecco io mi rilasso e le mie emozioni migliori le metto qui [indicando il disegno]».

Il laboratorio di teatro

L’altra attività che ho seguito e osservato è il laboratorio di teatro che si svolge tutti i giovedì pomeriggio per tre ore. Il conduttore e organizzatore è Pietro Zanchi, il regista, un educatore teatrale con un’esperienza ventennale nella realizzazione di questo tipo di laboratorio, sia con utenti psichiatrici sia con disabili. La sua esperienza di educatore di teatro inizia nei primi anni novanta con Gianpiero Frondini, celebre attore e regista perugino che vanta collaborazioni con nomi importanti del teatro e del cinema italiano, in uno degli ultimi padiglioni di quello che era l’ospedale psichiatrico di Perugia. Qui Zanchi apprende le tecniche teatrali in ambito psichiatrico e scopre la potenza di questa forma d’arte nell’inserimento di soggetti che hanno vissuto la realtà manicomiale (e che ancora venivano etichettati come gli “irrecuperabili”) all’interno di contesti semi-residenziali.

I laboratori di Pietro Zanchi partono sempre con un’attività motoria che invita i partecipanti a muoversi nello spazio seguendo il ritmo della musica in sottofondo. Si inizia con movimenti lenti, controllati, per poi aumentare la velocità e la difficoltà nel riuscire a gestire le distanze con altre persone. Terminata questa parte, c’è un momento in cui il conduttore introduce una tematica sulla quale discutere: un viaggio da organizzare, la preparazione di un banchetto, la rievocazione di un momento passato. Il tema consente l’avvio di un esercizio di improvvisazione che permette di comprendere quali argomenti interessano maggiormente gli attori e le attrici e, quindi, su quali di questi poter pensare alla rappresentazione di fine anno.

Il teatro, attraverso l’improvvisazione e la scrittura, lavora sulle emozioni. Come mi ha detto Zanchi, «io credo che le emozioni passino attraverso delle forme che sono, per esempio, l’improvvisazione. L’improvvisazione attinge molto a qualcosa di profondo, non ci sono limiti, per cui si va oltre le difficoltà espressive. In questo contesto è possibile creare delle manifestazioni che sono portatrici di quello che più intimamente noi teniamo dentro. Altri modi…per esempio c’è la scrittura. È un altro mezzo privo di censure per esprimere se stessi e che molte volte è proprio un tappeto dove poter costruire anche delle occasioni teatrali». Scrittura e improvvisazione, quindi, per Zanchi «sono dei luoghi che consentono di far emergere dal profondo degli aspetti dell’interiorità. Il fatto che non vi siano limiti imposti in questi due modi di esprimersi porta ad essere liberi. In più non c’è l’autocensura: chi ascolta non ha un atteggiamento giudicante, se così non fosse si potrebbe limitare la capacità di espressione. Dal momento che il rapporto tra i partecipanti e tra me e loro è di fiducia, con il tempo questo autocensurarsi viene piano piano superato. Il non giudicarsi fa sì che delle energie profonde possano venir fuori e svilupparsi, è il terreno e l’ostacolo che è in gioco in questi appuntamenti».

Le improvvisazioni alle quali ho assistito, in particolare quella che aveva come canovaccio l’organizzazione di un viaggio in un luogo che si vorrebbe visitare o sul quale si desidera tornare, ha messo in azione una serie di stati emotivi che consentivano sia di fare i conti con un passato di ricordi felici, sia di conoscere i membri del gruppo più a fondo e di comprendere i loro desideri, le paure e le speranze per il futuro.

Anche la scrittura in ambito clinico ha funzioni simili. Quando, durante il laboratorio di teatro, i partecipanti sono stati invitati a scrivere e a leggere una lettera indirizzata ad una persona cara, la liberazione delle emozioni è stata importante. Ecco come ho riportato nel mio diario di campo un momento di condivisione di alcune lettere:

Il titolo della lettera era “Lettera ad una persona cara”. Non è difficile immaginare quante emozioni siano emerse durante le letture di questi racconti: ogni persona con quanto scritto portava all’interno del gruppo un pezzo di sé. D. scriveva alla madre morta da non molto tempo, scusandosi con lei per non riuscire ad andare a trovarla al cimitero. Ci tiene a precisare che non lo fa non perché non le vuole bene o perché si è dimenticata della sua mamma, ma perché non riesce a pensare che non c’è più. Z. scrive ad un amico, chiedendogli come mai non la chiama più da un po’ di tempo a questa parte, mentre M., scrive al suo amato O., ringraziandolo per amarla così com’è. Lei si descrive come una donna non bella, ma di animo buono. Ultimissima è stata G., la più grande del gruppo che vive in UDC. Nella sua lettera scrive al figlio, chiedendogli quando sarebbe andato a prenderla per portarla a pranzo a casa. Spera in un bel pranzo domenicale, con primo, pollo con patate e tiramisù e, soprattutto, chiede in quasi tutto il racconto delle nipoti, alcune ormai grandi e altre ancora piccole. Vorrebbe stare più tempo con loro, perché sente gli anni che passano e le piacerebbe giocare distesa sul tappeto del soggiorno, «Perché lo sai, caro figlio mio» dice «da vecchi si torna un po’ bambini». Si commuove mentre legge e come lei tutti.

Il racconto, come forma di comunicazione della propria interiorità, assume un’importanza centrale nell’attività teatrale. Ciò che emerge però, è l’impegno del regista nell’utilizzare il teatro per riprodurre le paure, le difficoltà, i dolori che in generale affliggono gli attori e rappresentarli sulla scena, affinché sia possibile osservarli con distacco e maggiore lucidità (come avviene per la pittura): «Durante le improvvisazioni o durante la scrittura, capita che facciano riferimento a alle emozioni, alle paure», afferma Zanchi. «Queste storie vengono raccolte e accolte quando emergono, però io tendo a non fare molto i conti con questi aspetti. Cerco di evitare che la persona si invischi con il suo malessere, ma mi impegno a fare in modo di ricondurre quell’inquietudine all’interno di una normalità. Tendo a far sì che la vita diventi teatro, perché credo che questo luogo, che è il teatro, riesca a rappresentare la vita, dove tanti aspetti di noi possono essere presenti. Credo, inoltre, che una delle cose che si possono fare nelle tre ore di laboratorio, è prendere le distanze dalla sofferenza. Quindi di solito più che il malessere, emerge un percorso che parte dalla sofferenza dalla quale, poi, si prendono le distanze attraverso il teatro e la si rielabora, riportandola in una condizione di normalità».

psichiatria

L’opera di uno degli artisti del circolo “Noi Insieme” di Magione

«L’ombrello che mi ripara dalle cose brutte»

L’appuntamento con cadenza regolare in un luogo esterno rispetto alla propria abitazione consente la creazione di relazioni tra persone che, con storie diverse, hanno vissuto un dolore e che, grazie al laboratorio, possono incontrarsi, raccontarsi, o anche soltanto considerarlo un momento di “libera uscita”. L’aspetto relazionale emerge fortemente nei miei diari. La sensazione che ho avuto sin dal primo momento, è stata quella di trovarmi all’interno di un gruppo di amici e che l’attività artistica fosse una buona occasione per stare assieme. Come dice Zanchi: «Credo che il nostro rapporto sia abbastanza dinamico. In particolare, credo che sia un rapporto fatto di scambi umani prima di tutto, basato su piccole regole che consentono di creare una dimensione che faciliti la relazione, l’espressione della propria interiorità e che la faccia emergere. Credo che si creino delle belle amicizie, degli affetti anche espressi nel corso degli anni. Ci sono persone, qui a Magione, che frequentano il laboratorio da anni, quindi il rapporto è andato crescendo. Il condividere gli obiettivi che ci diamo, raggiungerli insieme, fanno in modo che il legame con me si rafforzi sempre di più».

Anche Nicoletta Marinelli sostiene più o meno la stessa cosa: «I risultati sono visibili anche dal tipo di ambiente che si crea, le relazioni che si instaurano tra i partecipanti. Questi sono indicatori che mostrano la riuscita o meno delle attività. Ad oggi, l’aria che si respira ai laboratori, poi lei se ne sarà accorta, ritengo sia del tutto positiva, sia dal punto di vista dei risultati in termini di prodotti che, e soprattutto, di relazioni». E Francesco Ticchioni: «La regola più importante per me, più che fare caso al prodotto in sé, all’opera pittorica che può venire fuori, è fondamentale riuscire a creare un gruppo. Laboratorio di pittura sì, ma con un bel gruppo affiatato, che permetta di relazionarsi e che abbia un clima allegro».

Le persone che ho incontrato ai laboratori sanno farsi ascoltare mentre dipingono, scrivono o recitano. In questi luoghi, le “cadute libere” verso la sofferenza, come uno di loro chiama le crisi, tendono ad essere maggiormente gestibili. È qui che le storie di malattia si volgono in storie di guarigione: il diritto alla “seconda occasione” è questo. Un’artista del Circolo così mi descrive il suo stato d’animo ogni volta che prende parte ai laboratori di pittura: «Quando sto qui insieme agli altri…ecco loro sono l’ombrello che mi ripara dalle cose brutte, dai miei momenti bui… mi sento abbracciata e sto bene. Quando uso i colori, quelli sono il mio modo per raccontare una storia felice, perché io voglio stare bene e voglio anche essere felice!». Ecco spiegato il potere dell’arte.

Cristina Burini è laureata in Sociologia e politiche sociali all’Università degli studi di Perugia. Ha scritto una tesi dal titolo Storie di malattia, storie di guarigione nella salute mentale: la narrazione delle emozioni nei professionisti dell’aiuto e negli utenti

Nella foto di copertina e nella galleria fotografica, le opere degli artisti che partecipano ai laboratori del circolo "Noi Insieme" di Magione, in provincia di Perugia
print
Cristina Burini
Scrivi un commento

Lascia un commento