Le disuguaglianze nel mondo sono aumentate. No, non è una novità: ma una recente e imponente analisi mondiale ci dà gli strumenti per capire meglio come questo è avvenuto e cosa possiamo fare.

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Il 14 dicembre 2017 è stato pubblicato uno strepitoso studio sulle disuguaglianze nel mondo; anzi, il Primo Rapporto sulle disuguaglianze mondiali. È il frutto del lavoro di circa 100 economisti (tra cui Thomas Piketty, quello del bestseller Il capitale nel XXI secolo), raggruppati nel progetto Wid – World wealth and income database, il cui sito è davvero ben fatto e coinvolgente. La novità rispetto alle precedenti analisi sul tema è senz’altro la sua ampiezza, visto che chi l’ha elaborato ha preso in considerazione, per ben 70 paesi del mondo, le inchieste sui redditi e sui consumi dell’Onu e della Banca Mondiale, più i dati del fisco e della contabilità ufficiale degli Stati, per un lungo e assai significativo periodo di tempo, dal 1980 al 2016. Certo, non c’è l’Africa (difficile avere dati e inchieste attendibili su questo continente): ma la quantità di informazioni esaminate è davvero sterminata, e, sì, mondiale. I risultati non potevano che essere molto interessanti. Vediamo quelli che ci hanno colpito di più.

(1) Le disuguaglianze di reddito (e di patrimonio) sono aumentate dagli anni ottanta a oggi

Il Rapporto registra un consistente aumento delle disuguaglianze di reddito (e di patrimonio) in tutti i paesi del mondo: dagli anni ottanta ad oggi, il 27% della crescita totale è andato all’1% degli individui più ricchi, mentre solo il 12% al 50% dei più poveri. I poveri hanno visto aumentare, nel complesso, i loro redditi per effetto della crescita nei paesi emergenti, in particolare in Cina. I redditi delle classi medie occidentali sono cresciuti di meno, o non sono cresciuti per niente. L’effetto grafico di quanto abbiamo detto è l’elefante di Milanovic, che riportiamo qui sotto. La proboscide che tende verso l’alto e si sviluppa nella parte destra rappresenta l’aumento dei redditi di chi è già ricco, e si impenna, letteralmente, per chi è ricchissimo. Chi più aveva, più ha avuto, insomma, a partire dai famigerati anni ottanta.

 

Crescita delle disuguaglianze mondiali: la curva dell’elefante – 1980-2016
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(2) L’aumento delle disuguaglianze è diverso da paese a paese

L’aumento delle disuguaglianze non è stato uniforme nei vari (tanti) paesi considerati ed ha seguito ritmi differenti. Questo porta gli autori del Rapporto a pensare che le politiche pubbliche abbiano inciso, e non poco: la crescita è stata più evidente negli Usa, meno in Europa Occidentale e, in particolare, ancor meno nei paesi nordici (storicamente più egualitari). All’aumentare del tenore liberista dei vari governi, cioè, è aumentato anche il tasso di disparità. Questo non sembra certo sorprendente; occorrerebbero comunque analisi più dettagliate per capire almeno quanto le singole politiche pubbliche abbiano inciso, in negativo o in positivo. Comunque, ad oggi, le disuguaglianze di reddito nei diversi paesi sono quelle raffigurate nel grafico qui sotto, dov’è indicata la quota di reddito nazionale posseduta dal 10% più ricco: si va dal 37% dell’Europa al 61% del Medio Oriente, passando per il 41% della Cina (alla faccia del – solo sbandierato – socialismo), il 46% della Russia e il 47% del Nordamerica.

 

Percentuale del reddito complessivo detenuta dal 10% più ricco nel mondo – 2016

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(3) Il pubblico si è impoverito, il privato si è arricchito

Il Rapporto mette su carta una delle conseguenze delle diffusissime politiche di privatizzazione e liberalizzazione degli ultimi trent’anni: mentre i paesi, nel complesso, sono diventati più ricchi, gli Stati (cioè il settore pubblico) si sono progressivamente impoveriti. Il motivo è abbastanza semplice: dal 1980 a oggi, si sono prodotti grandi passaggi dal patrimonio pubblico alla sfera privata, praticamente in tutti i paesi, ricchi o emergenti. La ricchezza pubblica, oggi, è pari allo zero o addirittura negativa (cioè lo Stato è in debito), situazione che limita fortemente la capacità del pubblico di ridurre le disuguaglianze. Nel dettaglio, in questi decenni il patrimonio privato netto è passato dal 200-350% del reddito nazionale al 400-700% di oggi, e la crisi finanziaria non ha intaccato questa tendenza. Al contrario, il patrimonio pubblico netto (attivo meno debito) è diminuito quasi ovunque, passando dal 60-70% del patrimonio nazionale al 20-30%, diventando negativo negli Usa e nel Regno Unito, ad esempio, e solo leggermente positivo in Germania e Francia. I due grafici qui sotto sono molto chiari.

 

Aumento del capitale privato e declino del capitale pubblico nei paesi ricchi – 1970-2016

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Andamento del capitale pubblico – 1978-2016

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(4) Cambiare si può: con le politiche pubbliche

Ultimo punto da prendere in considerazione: le tendenze future. Se quelle attuali si confermeranno, nel mondo, nel 2050 (tra “appena” 30 anni), la ricchezza detenuta dallo 0,1% più ricco (lo 0,1!) sarà uguale a quella detenuta dall’intera classe media. Insomma, le disuguaglianze non potranno che accrescersi.

 

Percentuale del patrimonio posseduto da alcuni porzioni della popolazione se l’andamento delle disuguaglianze non cambia – 1980-2050

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Come evitare uno scenario del genere? Gli autori del Rapporto suggeriscono di almeno provare a seguire le tendenze europee sulla distribuzione dei redditi, meno ineguali di quelle degli Usa e degli altri paesi. Così facendo, le disuguaglianze dovrebbero ridursi, anche se certamente non scomparire. Certo si può fare di più, e meglio. Ma come? Servirebbe una reazione degli Stati, che hanno, in realtà, molte frecce al loro arco. Le strade da seguire, per Piketty e gli altri, ci sono: da un lato, occorre consolidare ed aumentare la progressività dei sistemi fiscali (chi ha di più, paga di più anche percentualmente, alla faccia della flat tax) e scoraggiare l’accumulazione indiscriminata dei patrimoni; dall’altro, bisogna facilitare l’accesso all’istruzione, aumentare gli investimenti nella sanità pubblica e trovare il modo di dare più potere ai lavoratori, ad esempio nella contrattazione o nella partecipazione alle decisioni aziendali. Questa parte è la “buona notizia”, secondo gli autori del Rapporto: così come si sono create le disparità, anche per effetto delle politiche pubbliche, allo stesso modo si possono ridurre, sempre per effetto delle politiche pubbliche.

Fin qui, per così dire, i fatti, cioè i numeri (una parte) che escono dalla ricerca. Numeri che ci danno lo spunto per qualche considerazione più generale.

La prima: le classi medie non hanno beneficiato della crescita. Questo dato, incontrovertibile, non è che possa scivolare così, come un bicchier d’acqua. Non scopriamo nulla di nuovo, ma è il caso di ribadire che le classi medie lavorano, “fanno girare l’economia”, come si dice, e votano. E sempre di più, soprattutto le parti più basse delle classi medie, votano i populisti di destra, quelli che soffiano sul fuoco delle insicurezze, dei rancori, delle rabbie, delle paure: cioè di quei sentimenti collettivi di cui oggi, purtroppo, proprio le classi medie (o medio-basse) sono portatrici. Oddio, non che le classi propriamente basse se la passino bene o non siano incazzate: anzi, i populisti di destra pescano moltissimo (di nuovo purtroppo) anche qui, come arcinoto, per vari motivi la cui discussione ci porterebbe troppo lontano. Ma mentre, in un certo senso, le classi basse sono incazzate quasi di default e ne hanno i motivi da sempre, quelle medie no. È questa la novità: le classi medie non fungono più da cuscinetto “democristiano” delle comunità, non tengono più insieme tutti quanti come prima, non sono più l’ammortizzatore spontaneo che evitava, appunto, il dilagare di paure e incertezze. Stanno perdendo la loro funzione (giusta o sbagliata che fosse) di colla sociale. Hanno paura: di scivolare sempre più in basso, loro o, soprattutto, i loro figli, o di vedersi la casa svaligiata dal rumeno o dall’albanese (salvo chiamare il rumeno o l’albanese per cambiare il rubinetto del bagno, al nero; ma questa è un’altra storia). Perché stanno economicamente peggio di prima, o credono di starci, che come effetti sociali è la stessa cosa (il teorema di Thomas: se un fatto viene giudicato reale, sarà reale anche nelle sue conseguenze). [E ovviamente, il fatto che le classi medie stiano peggio di prima e abbiano perso la funzione tranquillante non vuol dire che non dobbiamo preoccuparci di chi sta ancora più in basso!].

Seconda considerazione: maledetti anni ottanta. Maledetti anni di tatcherismo e reaganismo, di craxismo e avvio di berlusconismo e leghismo (da noi), di tagli alla spesa pubblica, di “la società non esiste”, di individualismo, di riflusso, di paninari classisti, di eroina e ultras, di finto, plastica, vuoto, gel e Madonna e Rambo e imprenditori di se stessi. Ecco: maledetta tutta questa roba, che è, tutta insieme, la madre dell’oggi. Come ha scritto Wu Ming 2, il nostro presente è il futuro degli anni ottanta (aggiungendo, con un po’ di ottimismo, che poteva andare peggio, perché quel futuro poteva essere perfetto, e realizzarsi del tutto).

Terza, e ultima: il Rapporto di cui abbiamo presentato i risultati conferma, una volta di più, che con le politiche pubbliche si possono non solo rammendare gli strappi, ma anche generare tendenze di lungo periodo. Se, come sostengono Piketty e gli altri, gli Stati (gli Stati, non l’Unione Europea) si danno da fare, mettono in campo politiche giuste socialmente, di redistribuzione della ricchezza, di tassazione realmente progressiva, di altrettanto reale accesso al welfare (insomma, non serve il socialismo), beh, il trend (come si diceva proprio negli anni ottanta) può cambiare direzione: magari meno verso l’alto, e più verso il basso.

E la proboscide dell’elefante, quella del grafico di prima, quella che si impenna perché rappresenta l’aumento della ricchezza di chi ha di più, potrebbe darsi una bella abbassata. Mica sarebbe male.

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Ugo Carlone
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