Non un ennesimo libro sulle disgrazie della sinistra in Europa, ma un testo serio, appassionato e utile per calarsi nello spirito dei tempi. Lo ha scritto Marco Damiani, che abbiamo intervistato.

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Ugo Carlone

Tutto d’un fiato, o quasi. Quasi perché lo stimolo a riflettere e a soffermarsi su alcuni passaggi è forte. Così è andata la lettura del libro di Marco Damiani, La sinistra radicale in Europa. Italia, Spagna, Francia, Germania (Donzelli, 20 16, pp. XX-260), un testo che si pone con mani e piedi dentro il dibattito sulla sinistra nel nostro continente. Ma non si tratta semplicemente di “un altro libro sulla sinistra”, o di un ennesimo tentativo (per chi si riconosce in quel campo politico) di guardarsi l’ombelico e recriminare, deprimersi, chiedersi i perché e i per come. No: il libro di Damiani, ricercatore in Scienza politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia, è innanzitutto una ricostruzione storica, appassionata ma seria e documentata, delle vicende della sinistra radicale degli ultimi venticinque anni, cioè dal crollo del Muro di Berlino a oggi; è anche uno studio rigoroso sulle caratteristiche dei partiti che a quelle idee si ispirano; è un vero e proprio viaggio di esplorazione e analisi del mondo della gauche europea, condotto anche grazie a numerose interviste a rappresentanti e dirigenti di quei partiti, fatte proprio da chi il libro l’ha scritto. Un testo prezioso, quindi, da tenere sul comodino, sulla scrivania, nella libreria o dentro lo zaino di chi si sente di sinistra, di chi aspira ad una società più giusta e libera e vuole testare sul campo, giorno per giorno, i propri ideali. Ma anche di chi non necessariamente appartiene a quel mondo, ma magari lo studia, oppure vi si riconoscerà in un futuro, o lo avversa, lo combatte e non lo condivide. E di chi, semplicemente, vuole stare al passo coi tempi e capire meglio come vanno le cose in politica.

Partiamo con le definizioni e le scelte fatte per la tua ricerca. Di cosa parliamo quando diciamo “sinistra radicale”?

I partiti della sinistra radicale europea rappresentano un campo politico molto variegato, e perciò molto interessante da studiare, all’interno del quale convivono partiti di antica tradizione social-comunista e partiti politici di formazione più recente. Facciamo qualche esempio. Se prendiamo in considerazione il Partito della Sinistra europea (ossia, l’europartito che riunisce la gran parte dei partiti politici collocati a sinistra dei partiti socialisti e socialdemocratici) e il GUE-NGL (il gruppo costituito tra i banchi del Parlamento europeo, fondato per riunire i deputati eletti a Strasburgo dalle forze politiche della sinistra di alternativa) troviamo una situazione molto eterogenea. All’interno di questi contenitori, insieme ai partiti nostalgici dell’Europa dell’Est e ai partiti che anche nei Paesi dell’Europa continentale non rinunciano a definirsi comunisti, incontriamo i casi più noti di Syriza in Grecia, Die Linke in Germania e Podemos e Izquierda unida in Spagna. E poi, ancora: il Bloco de esquerda in Portogallo (che all’inizio degli anni Duemila vive un’importante esperienza di governo) e il Front de gauche in Francia (che seppure alle prese con forti tensioni interne si ricandida alle elezioni presidenziali del 2017).

Un campo all’apparenza molto eterogeneo…

In effetti, la molteplicità delle organizzazioni politiche è un dato piuttosto evidente, ma ad oggi quella dell’eterogeneità è una peculiarità tipica di tutte le famiglie politiche europee. Nella fattispecie, riguardo alla famiglia della sinistra radicale, io credo che – tra tutti i casi indicati – le sperimentazioni più interessanti siano quelle che riescono a mettere a sistema in un partito unitario o in un’unica federazione politica orientamenti, sensibilità e valori di diversa natura (comunista e socialista, ma anche ecologista, ambientalista, pacifista, femminista e gender culture), allo scopo di ampliare i propri confini ed elaborare un progetto originale, capace di accrescere la dimensione dell’appeal politico-elettorale. È in questo modo che nascono le nuove formazioni della sinistra radicale, che si differenziano da quelle della sinistra estremista per la natura eminentemente pro-sistemica in luogo di quella anti-sistemica (per l’approfondimento della distinzione tra le diverse forme della sinistra europea post-ottantanove rinvio alla lettura del mio libro).

Qualcosa di solo apparentemente banale: ha ancora senso parlare di destra e sinistra (secondo me sì, e proprio nei termini in cui ne discuti nel libro)? Se ha ancora senso, non sarebbe il caso, da parte della sinistra, di “fare” la sinistra, senza dire di esserlo? Per esempio, Podemos non ha interesse a ricostruire la sinistra e non utilizza questo termine, ma propone cose (indubitabilmente) di sinistra. E Pablo Iglesias (l’ho sentito) dice “Yo soy comunista”. Come la mettiamo?

Rispetto al dibattito destra/sinistra, io credo che (seppure su basi rinnovate) a tutt’oggi abbia ancora senso utilizzare le categorie tradizionali della politica moderna. Negli anni scorsi, come noto, su tali questioni si è sviluppato un acceso dibattito tra favorevoli e contrari. Per quanto mi riguarda – richiamandomi a Bobbio –, io credo che destra e sinistra continuino a mantenere un’importante funzione d’interpretazione “diadica” dei rapporti politici. Proponendo un esercizio di forte riduzione di complessità, ciò che voglio dire è che, ancora sul principio degli anni Duemila, mentre la sinistra continua ad essere (indipendentemente dai risultati conseguiti) la parte politica interessata a rendere “più eguali i diseguali”, la destra (nelle sue diverse declinazioni) viene tuttora percepita come la casa di coloro che riconducono il fondamento dell’evoluzione umana alla diversa capacità delle persone di contribuire allo sviluppo collettivo. A partire da tali considerazioni, a mio avviso, a sinistra il problema nasce quando questa stessa parte politica, per evidenti motivi legati al fallimento dei regimi a socialismo reale, e quindi all’alternanza sistemica rispetto al modello di organizzazione capitalista, abbandona la sua vocazione naturale volta al perseguimento dell’eguaglianza, finendo col subire la fascinazione dei modelli di sviluppo economico guidati dalle logiche neoliberiste del libero mercato. È attorno alla volontà di recupero di tale identità egualitaria che pezzi della sinistra europea provano a ricomporre il proprio progetto politico.

La storia della sinistra radicale (e della sinistra in generale) è una storia di frammentazioni, conflitti, litigi (anche personali), scissioni, spaccature, descritte molto bene nel libro. Perché? Tra le tante motivazioni, ce ne sono un paio a cui ho pensato nel corso del tempo: il fatto che il pensiero “di sinistra” sia più “complicato” di quello “di destra”, più speculativo, più legato alla filosofia politica; e quindi più suscettibile di interpretazioni diverse; e poi forse chi è di sinistra, proprio a causa del primo motivo, si sente un po’ superiore agli altri (anche ad altri di sinistra), quindi con una maggiore legittimità di interpretare il “vero” pensiero di giustizia sociale. Concordi?

Rispetto a questa domanda, io credo che la ragione più profonda sia una soltanto. Perché la sinistra è litigiosa e votata alla divisione? Perché anziché sul realismo politico, normalmente tipico di una certa destra identitaria, maggiormente orientata all’individuazione e al perseguimento di specifici obiettivi di scopo, la sinistra tende a costituire il fondamento della propria legittimazione politica su un’elevata dose di idealismo, che in cambio della convergenza su finalità strategiche determina un continuo processo di lacerazione interna tra chi mostra convincimenti e ideali soltanto leggermente diversi gli uni dagli altri. È così che si spiega, a mio avviso, la storia delle ripetute scissioni interne, che contraddistingue il processo di trasformazione dei principali partiti delle sinistre europee.

E allora non credi che i partiti o i movimenti che si richiamano a questa tradizione dovrebbero semplificare (senza scadere nel qualunquismo o nelle “ruspe” o nel “tutti a casa”) i riferimenti teorici, le modalità comunicative, le istanze?

Quella a cui tu fai riferimento è la sfida a cui la sinistra dovrà necessariamente porre attenzione nel corso del XXI secolo. Qualsiasi progetto politico, e quindi anche un progetto che faccia riferimento ai valori della sinistra post-novecentesca, potrà dirsi capace di governare i processi reali di trasformazione, e di conseguenza nutrire elevate aspettative di miglioramento delle condizioni di vita materiali delle categorie di persone di cui dichiara di rappresentarne gli interessi collettivi, soltanto se sarà in grado d’intervenire su alcune questioni nodali del tempo presente, fornendo ad esse una soluzione stabile nel medio-lungo periodo.

Per la sinistra del Novecento era diverso?

Sì, perché per la sinistra del “Secolo breve” tutto era paradossalmente più semplice. Attorno a una divisione plastica della società, esisteva una classe operaia con una sviluppata coscienza in sé e per sé, che reclamava il miglioramento delle proprie condizioni di vita sulla base del plusvalore prodotto a vantaggio dell’intera comunità politica di riferimento. E dall’altra parte, vi era una classe di capitalisti, detentori dei mezzi di produzione, orientati a massimizzare i profitti ai danni dei lavoratori e della forza lavoro. In mezzo a tali due categorie sociali si sviluppavano le condizioni per una ferma lotta di classe tra attori diversi schierati su fronti contrapposti.

Ed oggi è tutto più complicato…

Beh, attualmente, le condizioni dell’organizzazione sociale sono profondamente mutate. Intanto, perché non esiste più un “blocco storico” in grado di riconoscersi in un’unica classe di riferimento e perciò capace di operare come un soggetto collettivo contro gli interessi del proprio avversario. In regime di globalismo internazionale, l’individualismo e la logica della differenziazione dello spirito del capitalismo hanno vinto sul solidarismo e sull’egualitarismo sia di matrice cristiana sia di tradizione marxista. In secondo luogo, a tutt’oggi si registra la mancanza di un imprenditore politico, nella fattispecie dell’attore gatekeeper un tempo riconosciuto attorno alla forma partito, in grado di aggregare in un progetto unitario singoli bisogni individuali. Al contrario, in età post-ideologica esiste una moltitudine di domande inevase da parte delle classi dirigenti, che non trovano una linea di convergenza comune. La sfida della sinistra del prossimo futuro dovrà necessariamente essere quella di ricomporre un progetto che sia tale perché condiviso da una massa di persone differenziate. A fronte di tali sfide, per la sinistra europea l’imperativo rimarrà per sempre lo stesso: o mutare o perire.

La questione del leader: quanto hanno inciso, secondo te, le singole caratteristiche dei massimi dirigenti della sinistra radicale nel determinare successi o insuccessi dei rispettivi partiti? È una questione che si pone anche per l’oggi? Leader importanti sono (e sono stati) risorse o “zavorre” per i partiti della sinistra radicale?

Questa è la domanda solita dell’uovo e della gallina. È nato prima il leader o il progetto? È il leader che fa il progetto, o il progetto che indica un leader? La risposta non potrà che essere una soltanto: entrambi. Le avanguardie politiche e intellettuali sono fondamentali per ogni progetto politico, ne disegnano il perimetro, ne individuano i contenuti, ne scelgono e ne formano la squadra. D’altro canto, però, sarà la squadra stessa, una volta che avrà maturato le condizioni del proprio reciproco ri-conoscimento, a dover comporre e definire il progetto, ad accettare i confini e le regole del gioco, a scegliere il proprio leader. Insomma, in qualsiasi periodo storico, un progetto politico sarà tale se sussunto da tutti coloro che lo compongono (e se coloro che lo compongono trovano il modo per costruirgli addosso la forma organizzativa più efficace). Un qualsiasi progetto politico, con le ambizioni che ho descritto, non potrà non dotarsi di tutti gli strumenti necessari. E un leader è tale solo quando incassa la legittimazione politica del suo popolo di riferimento. Stando all’Italia, il più grande partito comunista europeo insiste su un progetto forte, e a sostenerlo ha sempre trovato leader importanti. Fino alla scomparsa del progetto e alla liquidazione del leader. O viceversa. E questo, a mio avviso, vale per ogni tipo di progetto, in ogni parte del mondo. Poi, ovviamente, esistono anche i tecnicismi e gli apparati necessari al conseguimento del potere strumentale, ma anche in tal caso il puzzle può comporsi se nella scatola ci sono tutti i pezzi e se tutti i pezzi vengono incastrati nel modo e nel posto giusto. Una sola tessera mancante o una sola tessera fuori posto non restituiranno l’immagina voluta.

Una curiosità: il Pci come lo avresti definito? Di sinistra radicale?

Il Pci è un partito che appartiene al mondo diviso secondo la logica bipolare. Ed io, in linea con la letteratura internazionale, faccio nascere la sinistra radicale – o new left, che dir si voglia – nel momento in cui si registra la caduta del muro di Berlino. Il Partito comunista italiano, sorto a Livorno nel 1921, a forte contenuto ideologico, con struttura burocratica di massa, gestito mediante il principio del centralismo democratico, non è sinistra radicale. È semplicemente di un’altra storia.

Che futuro ha, secondo te, il partito della Sinistra Europea? L’arena comunitaria può essere uno spazio in cui la sinistra radicale può affermarsi oppure è solo una cornice del tutto secondaria?

Il problema è a quale modello d’Europa intendi fare riferimento. I PLE (partiti a livello europeo), com’è il Partito della Sinistra europea, al pari degli europartiti di tutte le famiglie politiche, possono sperare di svolgere un ruolo a forte centralità decisionale soltanto nel momento in cui le istituzioni rappresentative dell’arena politica sovranazionale, all’interno delle quali i PLE prendono parte, diventano il campo di gioco effettivo dentro cui contrattare gli interessi dei cittadini residenti nei rispettivi Paesi membri. Fin tanto che il Parlamento europeo resta un organo con poteri di decisione limitati e fin tanto che le decisioni più importanti vengono prese nelle arene politiche della governance internazionale costituite da attori non eletti dai cittadini sopra la testa dei quali ricadono gli effetti delle scelte adottate è difficile immaginare che quel livello istituzionale possa determinare le condizioni future per lo sviluppo di suddetti attori politici. È per questo motivo che, nonostante gli ideali originariamente rivolti all’internazionalismo proletario, molto spesso anche da sinistra si torna a reclamare il recupero della sovranità nazionale contro il processo di progressiva cessione di sovranità politica a favore degli organi di governo sovraordinati. In questo senso, l’obiettivo è quello di tornare a rendere i cittadini partecipi e protagonisti delle decisioni che condizionano lo sviluppo della loro vita.

I partiti della sinistra radicale, come emerge dal libro, guadagnano consensi quando si propongono per governare, magari in alleanza, e ne perdono quando hanno governato. È così? E perché? Solo perché non riescono a mantenere le promesse delle campagne elettorali e tradiscono le aspettative che hanno suscitato? O ci sono altri motivi?

A mio avviso, le questioni a cui tu fai riferimento si pongono a conferma della natura pro-sistemica dei partiti politici della sinistra radicale europea post-ottantanove, che io vado teorizzando a partire dal libro su La sinistra radicale in Europa. Quel che voglio dire è che se i partiti della sinistra radicale registrano il pieno dei consensi elettorali nel momento in cui si candidano a costruire un affidabile progetto di governo insieme alle forze della sinistra socialista e socialdemocratica è perché, a date condizioni, i partiti della new left europea vengono percepiti dai propri elettori come strumenti utili al conseguimento dei propri obiettivi e, per questo, prescelti nel processo di formazione della rappresentanza politica. La volontà in tal senso esplicitamente espressa da tutti gli attori coinvolti è quella di spostare a sinistra l’asse dei governi democratici. Questo è quanto successo in Italia, in occasione dei due governi Prodi (1996-98 e 2006-08), costituiti anche grazie al sostegno di Rifondazione comunista. Questo è quel che è accaduto in Francia (1997-2002), con l’esperienza della gauche plurielle, quando il leader socialista Lionel Jospin imbarca anche i comunisti di Robert Hue. Questo è quello che si è registrato in Grecia quando Syriza, nel 2015, vince per due volte consecutive le elezioni politiche nazionali con il preciso mandato di cambiare le policies fino a quel momento adottate dai due principali partiti dell’establishment ellenico. E questo è quel che si è verificato anche in Portogallo, con il governo guidato dal socialista Antonio Costa, insediato nel novembre del 2015 e appoggiato tanto dai comunisti del Pcp quanto dai sostenitori del Bloco de esquerda. Tutte queste esperienze stanno a rimarcare un’unica questione, e cioè che la sinistra radicale cresce quando diventa forza di governo affidabile, in grado di farsi portatrice di un progetto alternativo di riforme da sostituire a quelle di stampo neoliberista. Quanto al giudizio ex-post, limitatamente alle esperienze già concluse di Italia e Francia, io tendo a imputare alla difficoltà di governo e al tradimento delle aspettative create in campagna elettorale le sconfitte maturate nelle fasi successive. Ad oggi, però, il Portogallo più della Grecia ha la possibilità di invertire la direzione di marcia, potendo continuare a riscuotere consensi anche dopo la fase del governo nazionale. Tutto ciò sarà possibile, se sarà possibile, grazie a politiche di redistribuzione del reddito concepite a favore delle classi popolari.

Un mio pallino: secondo te la sinistra radicale può essere interessata a portare avanti una campagna per il Reddito di Base Incondizionato (ne abbiamo parlato su Ribalta a più riprese: qui, qui e qui)? Cioè, in sostanza, per un diritto, per tutti, ad una somma mensile, da percepire indipendentemente dalla partecipazione a programmi per l’inserimento socio-lavorativo e dalla condizione economica. Ti è capitato di sfiorare l’argomento durante la tua ricerca?

Durante la ricerca questo tema è stato soltanto sfiorato, tuttavia, in questa circostanza, non rinuncio a fornire la mia analisi. Effettivamente, in linea di principio, i partiti della sinistra europea si dichiarano contrari alle scelte che producono un impatto di tipo meramente assistenziale sulle politiche pubbliche, perché a loro avviso queste rischierebbero di trasformare generazioni di giovani lavoratori in generazioni di giovani assistiti sulle spalle dei medesimi lavoratori, che attraverso il pagamento dei propri contributi contribuiscono a finanziare i suddetti strumenti di welfare. D’altro canto, facendo un veloce salto alle origini, per Marx, è l’essere stesso dell’uomo ad essere fortemente determinato dal modo in cui egli si procura i mezzi di sostentamento. In un passaggio dell’Ideologia tedesca (1845), Marx scrive che “si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza (…). Producendo questi gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale”. In sostanza, l’uomo crea se stesso attraverso il lavoro e il lavoro ne costituisce la sua “seconda natura”. Ciò detto, però, al netto del dibattito successivo emerso al riguardo nella letteratura marxista (i critici della relazione tra uomo-lavoro-natura-uomo evidenziano il meccanismo delle forme di appropriazione privata che caratterizza i modelli di produzione capitalista), c’è da aggiungere una cosa ulteriore. E cioè che in età contemporanea, in regime di capitalismo finanziario basato sul modello D-D (denaro-denaro) e sulla forte impronta tecnologica dei mezzi di produzione di massa, il meccanismo della redistribuzione del reddito attivato per mezzo del lavoro e delle relazioni di produzione, appare sostanzialmente incapace di adempiere da solo al ruolo svolto nel secolo trascorso. Ciò che voglio dire è che se, in virtù di un elevato livello di efficientamento tecnologico, un’unità produttiva (materiale o immateriale) viene attualmente generata attraverso un impiego piuttosto ridotto rispetto al passato della forza lavoro, da sinistra, i governi contemporanei hanno bisogno di trovare strumenti nuovi, capaci di continuare a garantire la redistribuzione delle ricchezze tra tutti le persone che abitano quella stessa comunità politica. E da questo punto di vista, gli strumenti del reddito di cittadinanza (vincolati al rispetto di efficienti programmi d’inserimento lavorativo) potrebbero costituire uno strumento integrativo atto al perseguimento degli obiettivi indicati. Ovviamente, questi nuovi dispositivi di welfare sono anche fortemente legati alla struttura del mercato del lavoro dei Paesi all’interno dei quali vengono implementati. Nei Paesi del nord Europa, laddove la domanda di lavoro è molto elevata, tali meccanismi di regolazione sociale svolgono un’efficace funzione di supplenza reddituale. Nei Paesi dell’Europa mediterranea e in altre aree a basso tasso di sviluppo industriale, invece, questi stessi strumenti potrebbero determinare problemi di equilibrio economico in considerazione degli alti costi di finanziamento. Tuttavia, la questione che cerco di porre riguardo al rapporto reddito-lavoro credo che per le società contemporanee sia arrivato il momento di porsela seriamente.

 

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Ugo Carlone
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  1. Fiorella Soldà 27 maggio 2017 at 10:17

    L’intervista è molto interessante e penso che mi aiuterà nella comprensione del testo di lettura. Sono contenta di aver partecipato all’incontro

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