I dipendenti della Perugina sono riusciti a trasformare una piazza in una sorta di «stati generali» del lavoro. Così la loro vertenza è diventata la vertenza di tutti

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Il minimetro è una sorta di funivia, solo che invece di essere sospeso a un filo scorre su una rotaia. E sale. Collega la parte bassa di Perugia al centro storico, arroccato su un colle. È lì che i sindacati hanno chiamato la città a fare scudo contro i 364 esuberi dichiarati da Nestlé, la multinazionale che nel 1988 ha inglobato la Perugina, quella dove si producono i Baci. Una fabbrica che porta nel nome il cordone ombelicale che la lega alla città, e che da anni combatte contro un megagruppo sciolto da ogni vincolo territoriale che pare volerla ridurre a una delle pedine da muovere sullo scacchiere internazionale.

Quando si aprono le porte di una delle tante cabine del minimetro che dalla mattina presto stanno caricando lavoratori e gente comune dal basso per accompagnarli lassù, in una piazza Matteotti in cui stanno entrando i primi raggi di sole, l’immagine che ti si mette davanti agli occhi è quella di un lavoratore con la maglia rossa e il logo della Perugina con asta e bandiera arrotolata in mano. È insieme ad altri e altre. Riempiono la cabina con facce sulle quali preoccupazione e stanchezza si sciolgono di tanto in tanto in un sorriso aperto dalla battuta di un compagno.

In piazza, oltre ai primi raggi di sole ci sono già centinaia di persone. Dalle casse di fianco al palco intabarrato in decine di bandiere arrivano i 99 Posse di “Amerika” e il Caparezza di Eroe: «Tu che ne sai della vita degli operai?», recita tra le altre cose il testo. Che pare la domanda che questa gente per cui «La Perugina è storia nostra», come recita il fortunato titolo di un libro pubblicato qualche anno fa, vorrebbe fare a chi ha dichiarato gli esuberi, estraneo alla storia.

Nella folla si distinguono un gruppo di giacche su cui spicca la fascia tricolore. Sono i sindaci di Perugia e dei centri limitrofi. Quelli da cui un’ora prima di ogni cambio turno partono decine di operai per andare a guadagnarsi il pane in questa fabbrica in cui lavorano circa 800 persone, cifra che spiega da sé l’enormità dei 364 esuberi. Si vedono la presidente della Regione, Catiuscia Marini, e parlamentari e consiglieri regionali del centrosinistra e del M5S. Si aggira il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. Tra le tante (quelle di Arci, Libera, Rifondazione, Cgil, Cisl, Uil, e dell’associazione lgbt Omphalos) sventola perfino una bandiera del Pci. Attorno, una cornice multicolore in cui i nomi delle aziende scritti sugli striscioni poggiati ai muri, sembrano i grani di un rosario che snocciola le tappe di una crisi che ha massacrato 40mila posti di lavoro in Umbria in dieci anni.

È per questo che piazza Matteotti si trasforma per una mattina in una sorta di “stati generali” del lavoro. Sul palco i lavoratori della Perugina hanno chiamato a intervenire i rappresentanti dei lavoratori di una serie di fabbriche che non sai più se chiamarle col loro nome o con l’“ex” davanti, visto che alcune non esistono più, altre sono in condizioni disperate, in altre ancora si attendono salvataggi che chissà se arriveranno: A. Merloni, Trafomec, Ferrovia centrale umbra, ex Novelli, Tk Ast, Colussi. Ognuno scopre la sua cicatrice: un licenziamento collettivo, una chiusura, una messa in cassa integrazione. Ci sono pure quelli della Froneri di Parma, anche loro a rischio. Sotto, in prima fila, un Maurizio Landini che tutti attendono che salga a parlare. Lui invece, sceglie di non oscurare la luce che il mondo del lavoro umbro è riuscito ad attirare su di sé oggi. «Occorre far cambiare idea alla multinazionale», dice ai giornalisti, per rimanere poi tra il pubblico ad ascoltare. «Landini andrà in paradiso perché si occupa degli ultimi», lo omaggia don Claudio dal palco. È il parroco di San Sisto, il quartiere di periferia che attorno alla Perugina ha visto crescere, oltre ai tanti palazzi per i dipendenti (arrivati negli anni d’oro a cinquemila), un teatro e una biblioteca frequentatissimi. Questo prete, che ha partecipato nelle settimane scorse anche ai presidi all’alba davanti alla fabbrica, dice una delle cose più radicali: «Resistete al male, e l’economia, per come è organizzata oggi è malvagia».

Ecco, se c’è un senso in questa piazza Matteotti in cui tante bandiere al vento non si vedevano da tempo, è che il mondo del lavoro umbro ha battuto ieri un colpo contro un’economia «malvagia». Merito dei lavoratori della Perugina, che hanno trasformato la loro vertenza-simbolo nella vertenza di tutti. «Non siamo risorse umane ma persone». «Le multinazionali non possono fare quello che vogliono». «Ora basta». Sono concetti che da parecchio non risuonavano in una piazza piena da queste parti. Non è poco. Non è tutto. Perché i lavoratori, a differenza delle cabine del minimetro, restano appesi a un filo. Ma forse da ieri sono un po’ meno soli: «Non è a noi che dovete rispondere, ma a questa piazza», scandisce Luca Turcheria, coordinatore della Rsu Perugina rivolto ai vertici Nestlé. E «la politica», il cui intervento ieri è stato auspicato da più voci, forse comincia a capire che c’è un mondo a cui restituire dignità.

Articolo pubblicato nell’edizione cartacea de il manifesto dell’8/10/2017 e al seguente indirizzo web: https://ilmanifesto.it/perugia-in-piazza-contro-gli-esuberi-nestle/

In copertina, foto di Fabrizio Ricci

 

Fabrizio Marcucci
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