Se ci vuoi sostenere, contattaci, grazie!

Fabrizio Marcucci

Il rischio che il 25 Aprile si trasformi in un garrire fatuo di bandiere c’è praticamente da sempre. E se la Liberazione rimane intrappolata nella sua dimensione di rito – stanco e noioso come tutti i riti – è perché di essa non si riesce, non si è riusciti, a trasmetterne adeguatamente il valore costituente. Affinché le bandiere sventolino con un senso, occorre andare lì, alla radice costituente della Liberazione. Che risiede nel suo essere stata un atto di ribellione a uno stato di cose inaccettabile. E come ha insegnato Camus, dietro ogni “no” c’è un “sì”: un passo verso la costruzione del mondo che si vorrebbe. Questa è la radice profonda della Liberazione, che in questo senso ha accompagnato la parte migliore della storia d’Italia della seconda metà del Novecento. Il voto delle donne, lo statuto dei lavoratori, i diritti civili sono stati altrettanti “no” per andare avanti. Sottesa alle battaglie per conquistarli c’era appunto la ribellione allo stato di cose precedenti e l’anelito a un mondo nuovo. Lo spirito della Liberazione.

Ma non è solo una questione di storia. Perché del valore costituente della Liberazione come atto di ribellione oggi si sente un bisogno vitale. Come può la nostra vicenda proseguire decentemente senza un atto di ribellione alla politica intesa nel migliore dei casi come esercizio di ragioneria?, come si può pensare di convivere decentemente se non ci si ribella all’idea di fortezza assediata a cui è stata ridotta l’Europa?, come si può pensare di costruire il futuro se non ci si ribella a un mercato che appalta e divora pezzi di vita (previdenza, sanità, scuola) rimettendo la vita al centro?, come, se non ci si ribella alla guerra tra poveri che viene imposta da chi divide e impera? E come si può pensare di ribellarsi con un minimo di efficacia se non si comincia a mettere in discussione l’atomismo imperante per tornare a ragionare collettivamente, perché solo collettivamente si possono affrontare questioni che riguardano il nostro vivere comune?

E se la Liberazione è ribellione, la Liberazione è sempre. Perché si rinnova di conquista in conquista, si modella sul tempo che scorre. Perché c’è sempre qualcosa a cui ribellarsi per guardare oltre l’ordine che ci viene raccontato come unico e immutabile. Cosa questa, che rende la Liberazione formidabilmente antitetica al fascismo, che al contrario è rigidità, staticità, ordine costituito. Cui ci si deve ribellare, sempre, per andare avanti.

La gioia degli italiani nel giorno della Liberazione, foto tratta dal profilo Flickr della Camera dei deputati
print
Fabrizio Marcucci
Scrivi un commentoCommenti (1)
  1. Alberto Faina 25 aprile 2016 at 11:15

    Ma come pretendere di capire il valore della liberazione se in tantissimi non sanno nemmeno collocare la seconda guerra mondiale nel giusto periodo storico (forse secolo)? Se, sentito in treno tre giorni fa, l’Albania viene collocata in Africa? Se ogni cazzata letta su FB assume il valore di pubblicazione scientifica?
    L’ignoranza, amico mio, è il vero nemico da combattere. Il nuovo dittatore dal quale un giorno spero potremmo festeggiare la Liberazione.

    ReplyCancel

Lascia un commento