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Se c’è un tempo fagocitatore di idee, e al tempo stesso siviera di buone intenzioni corredate da facili promesse, quel tempo è la campagna elettorale. Il maggioritario, mezzo salvifico imposto a colpi di propaganda per uscire dal tunnel di mani pulite, si è rifatto in parte proporzionale. Non è stato sufficiente cioè svestire la matematica dei panni della democrazia per farle imboccare la scorciatoia della mera governabilità, il Belpaese ha continuato a risultare ingovernabile e sempre più rancoroso e cieco nell’attribuire responsabilità, nel cercare vie di fuga. Così le colpe della finanziarizzazione di un denaro, destinato a essere capitale, che regola ritmi e tempi della nostra quotidianità, non sono da attribuire a banchieri sistemici e “imprenditori” multinazionali dall’efficienza prestazionale globalizzata, ma all’invasione di clandestini (clandestini di un’umanità sempre meno umana) che delinquono perché non lavorano, o quando lavorano commettono il reato ancor più grave (una sorta di lesa maestà) di rubare il lavoro (che non c’è) all’italica stirpe.

Ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, ma si sa nel Paese che ha avuto l’onore di insegnare il nazismo ai nazisti al peggio non c’è mai fine e Salvini (e non solo) è qui a ricordarcelo ogni santo giorno. Così si è arrivati a trasformare un tranquillo centro universitario della più residuale provincia in un saloon fatto di bottiglie di vendetta patriottica e superiorità di sangue, un saloon in cui lo sceriffo è ben peggiore di qualsiasi ricercato.

Ebbene sì dopo Macerata è chiaro che le ronde, che fiere e rassicuranti circolano la notte in difesa di una razza che non c’è, hanno oggi la loro avanguardia armata fatta di angeli vendicatori. Sia chiaro Salvini (e non solo) non ha armato la pistola dell’angelo protettore, ha più semplicemente disarmato il suo cervello dandogli in pasto i peggiori luoghi comuni, fornendogli così una base teorica che tutto giustifica e tutto comprende. Nella migliore tradizione fascista infatti la colpa non è mai di chi esercita violenza discriminatoria, ma di chi costringe i fascisti a usarla.

Insomma la nuova lega del “me ne frego” batte prepotente la grancassa della disperazione trasformandola in odio verso una povertà che ha colore. La famiglia tradizionale tanto sbandierata non si limita a divorzi, nipoti improbabili, minori disponibili, e chi più ne ha più ne metta, ma partorisce mostri dal saluto romano, gendarmi di un razzismo così tradizionale da poter essere definito patriottismo. La parità algebrica tra memoria e ricordo, accompagnata dallo scorrere ipocrita del sangue dei vinti (e mai domi), ha rigenerato la banalità del male con la naturalezza propria dello smemorato che nulla pretende di scordare. E la banalità del male, la cui madre è sempre incinta al pari di quella dei cretini, sforna patrioti con il tricolore sulle spalle e il cervello (o meglio un simulacro) nelle palle, sforna mostri che non possono avere giustificazione alcuna, al netto del seno materno del terzo millennio con cui i fascisti dell’oggi pretendono di alimentarsi nel ricordo dei treni che arrivavano in orario (ciuf ciuf).

Banalità del male che taglia trasversalmente l’arco politico, se la lega del me ne frego infatti rivendica e giustifica, il ministro degli Interni, fiero alfiere di un ordine che si vuole disciplina, nel suo richiamo al non cavalcare l’odio razziale sembra pretendere una sorta di esclusiva, un copyright di ragionevolezza discriminatoria che governa indisturbata la vita di milioni di corpi in fuga dalla disperazione e/o alla semplice ricerca di una nuova prospettiva, di un’altra possibilità. Fermi tutti umani disperati! Questo ci dice l’odio razziale ed economico che sottende e sovrasta gli accordi con la Libia, un odio cavalcato da politicanti senza scrupoli alla disperata ricerca di voti di pancia, un po’ maggioritari, un po’ proporzionali. Questa è la nostra patriottica democrazia, bellezza (abissina)!

Foto di copertina da www.pixabay.com
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Simone Gobbi Sabini
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