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Ugo Carlone

Fabrizio Marcucci

Prendendo in prestito il titolo del celebre film di Ettore Scola, abbiamo scritto che sabato 25 marzo a Terni è stata «una giornata particolare». A ripensarci però, la particolarità degli accadimenti travalica i confini della seconda città dell’Umbria e assume una rilevanza ben più generale. Perché? Sostanzialmente perché le migliaia di persone che si sono riversate nelle strade di Terni per reclamare aria pulita e protestare contro il parere favorevole dato dalle istituzioni alla riapertura del secondo inceneritore, potrebbero aver segnato uno spartiacque. Potrebbero. Bisogna usare il condizionale. Perché nonostante la straordinarietà del 25 marzo, non è il caso di farsi inebriare dall’entusiasmo. Ma si possono fare alcune considerazioni.

1) Terni è l’unica città italiana, e probabilmente non solo italiana, ad avere più di un inceneritore attivo. La vicenda di questo tipo di impianti da queste parti ha avuto inizio un paio di decenni fa – giova ricordarlo – quando un imprenditore, Luigi Agarini, divenuto presidente della locale squadra di calcio, mescolando sapientemente affari e pallone, riuscì ad aprirsi una consistente breccia nell’opinione pubblica e a far digerire più o meno a tutti l’avvio di un impianto per l’incenerimento di rifiuti. Ciò in un sito già gravato dalle emissioni di una delle più importanti acciaierie italiane.

2) Quando si dice a tutti, s’intende proprio a tutti. Con l’eccezione di sparute minoranze. Lasciano perplessi gli scaricabarile e le vesti stracciate di alcuni esponenti della politica istituzionale da sempre in campo. Ciò vale per entrambi gli schieramenti tradizionali. A Terni non sarebbe stata possibile una tale vicenda ventennale se: a) la maggioranza di centrosinistra non l’avesse avallata; b) l’opposizione di centrodestra l’avesse davvero osteggiata. In piazza l’altro giorno, costretti a seguire il fiume di persone che hanno detto «basta», c’erano esponenti che negli anni sono stati seduti con vari ruoli sui banchi dei consigli comunale e regionale: la loro costante presenza su quegli scranni è la prova della loro inutilità alla causa. Un discorso a parte va fatto per il Movimento 5 Stelle, fortemente contrario agli inceneritori e attivo nella mobilitazione.

3) Quando si dice a tutti, s’intende anche la città. Per anni gli animatori del comitato No Inceneritori hanno lavorato in solitudine. L’egemonia era di altri. Del presidente della squadra di calcio che ha tratto linfa dalla passione di una città per la sua squadra per fare i propri affari. Delle potenti multiutilities che hanno argomenti assai persuasivi nei confronti delle élites politiche e non solo. Ciò ha portato a una situazione in cui l’indagine epidemiologica Sentieri, patrocinata dal ministero della Sanità, ha rilevato nella conca ternana un eccesso di ricoveri per patologie respiratorie rispetto alla media nazionale.

4) Tutto questo rende la giornata del 25 marzo, se possibile, ancor più particolare, poiché segna un cambio di egemonia. Laddove il trasversale e potente “partito degli affari” è riuscito per un paio di decenni a imporre il proprio modo di vedere le cose, oggi si assiste a una ripresa di vigore dell’interesse pubblico, cioè di quello della stragrande maggioranza delle ternane e dei ternani: quello alla salubrità dell’ambiente. Non serve qui addentrarsi nel labirinto delle responsabilità dell’inquinamento o dei ricoveri. Basta far proprio il principio di precauzione: dal momento che gli inceneritori potrebbero essere causa di problemi, occorre fare di tutto per evitare di realizzarne. Questo i ternani l’hanno capito bene. Ma è solo il primo passo.

5) Per evitare gli inceneritori occorre avere infatti ben chiari gli interessi che portano alla loro realizzazione, e mettere sull’altro piatto della bilancia quelli della comunità. Come? Pretendendo una drastica diminuzione dei rifiuti prodotti, cioè imboccando la via che porta alla cosidetta strategia “rifiuti zero”: riutilizzando, riciclando (e quindi facendo anche soldi attraverso la vendita di materiale di scarto); reinventando il modo di produrre, incartare e scartare le cose che normalmente si utilizzano. Pretendendo che le legislazioni nazionale e regionale si occupino di questo, che è uno degli aspetti cruciali del vivere in comune, attraverso incentivi, disincentivi e sanzioni. Ed esigendo dai municipi, mediante partecipazione e controllo attivo, la loro parte. Ancora: facendo delle multiutilities delle aziende a controllo pubblico, poiché pubblico e non privato è l’interesse al quale devono rispondere; farne dei fiori all’occhiello di una buona amministrazione, non dei carrozzoni in cui assumere gente per attrarre consensi.

6) Su questo terreno, il Comitato No Inceneritori sta portando avanti, con invidiabile capacità di mobilitazione, anche un’altra battaglia (oltre alle “mera” chiusura degli inceneritori), più lunga e difficile, ma di ampio respiro: far prendere coscienza, attivare i cittadini su temi più generali della specifica lotta “No Inc”, tirare fuori dai singoli una propensione a vedere le cose in modo diverso, insomma svegliare un po’ la città. E far vedere che rifuti e profitti non vanno d’accordo, né devono stare insieme rifiuti e “impicci”; e che il modello economico del capitalismo “estrattivista” è dannoso e ingiusto. E questa è una battaglia che non tramonterà, paradossalmente, nemmeno dopo l’eventuale (e solo ipotetica) chiusura degli inceneritori. Va oltre.

7) Tutto questo, come dimostra l’esperienza di Capannori, si può fare. Si potrebbe. A patto che il 25 marzo abbia segnato l’inizio di un movimento in grado di fare davvero sua l’egemonia, di costruire, e non rappresentato solo il grido esasperato di una città che non ce la fa più. Per questo la vicenda di Terni è nazionale.

In copertina, foto di Federico Fratini tratta dal profilo facebook del comitato No Inceneritori di Terni
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