Le imprese di comunità sono una cosa al tempo stesso antica e nuovissima, hanno poco o niente a che vedere con le imprese comunemente intese. Sono forme di auto-organizzazione che potrebbero rappresentare un nuovo modo di organizzare la democrazia oggi così sofferente

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Pier Angelo Mori è un signore distinto. Insegna Economia all’Università di Firenze e si presenta all’uditorio in un impeccabile giacca e cravatta. Non ha niente della scapigliatura vagamente fricchettona alla quale in genere vengono rifiutate richieste e proposte innovative perché, appunto, innovative, troppo innovative; e allora si rimane lì, nella palude consuetudinaria e consolatoria. No. Pier Angelo Mori è un elegante professore, e dei capelli che ha in testa non ce n’è uno fuori posto. Dopo aver parlato per una ventina di minuti illustrando il senso di Imprese di comunità, il libro edito dal Mulino di cui è autore insieme a Jacopo Sforzi, scocca una freccia che fende tutta quella serie di pregiudizi, timori, smarrimenti che caratterizzano le epoche come la nostra in cui il vecchio è morto e del nuovo non si sa nulla. Dice, riferendosi alle imprese di comunità, che rappresentano “un possibile modo per riorganizzare la democrazia, per rendere la democrazia più partecipata”. Bersaglio centrato.

Imprese, ma di comunità

Va dissolto un equivoco. Perché parlare di impresa può risultare fuorviante. Non è di impresa classica che qui si sta parlando. Anzi. Le imprese di comunità sono soggetti collettivi che vanno a colmare i bisogni lasciati insoddisfatti proprio dal mercato e dallo stato. Di esempi ce ne sono a decine in tutta Italia. E la storia è lunga. Le prime imprese di comunità si sono costituite all’alba del XX secolo per garantire l’elettricità ai piccoli centri dell’arco alpino che ne erano sprovvisti, e in cui le compagnie elettriche, allora tutte private, poiché era troppo costoso portare le linee si guardavano bene dall’avventurarsi. L’investimento non era redditizio. Ma per le comunità sprovviste del servizio, c’era la necessità di provvedere. L’obiettivo venne raggiunto proprio grazie all’attivazione delle comunità interessate, che si sono auto-organizzate e hanno colmato da sé il bisogno.

Una risposta al tempo che corre

Perché, allora, le imprese di comunità sono una cosa molto diversa dall’impresa in senso classico? Perché, spiega Mori, “si basano sul beneficio per una comunità di riferimento e sul coinvolgimento della comunità stessa nell’impresa”, qui intesa nel senso etimologico di atto del fare. La partecipazione della comunità avviene attraverso la gestione e/o il finanziamento dell’impresa stessa. Questi soggetti sono in genere cooperative. E non a caso l’incontro di presentazione del libro è stato organizzato a Perugia da Legacoop per merito di Andrea Bernardoni, responsabile regionale di Legacoop per le imprese di comunità, e autore di una parte del volume. Essendo cooperative, si tratta di realtà che pagano il lavoro ma non redistribuiscono gli utili, che laddove arrivino vengono reinvestiti nell’attività. Siamo dunque al di là dell’impresa capitalistica comunemente intesa. E siamo a una possibile risposta anche alla crisi in atto. Perché, come spiega Mori, questo tipo di imprese assume molti dei connotati dell’ente pubblico locale. Solo che lo fa puntando al soddisfacimento dei bisogni e liberandosi del fardello di burocrazia che gli enti pubblici locali si portano dietro. Un fardello che impedisce a volte di guardare lucidamente la realtà. E c’è di più: la comunità in questo caso è coinvolta attivamente, non solo mediante le elezioni, come invece avviene negli enti pubblici. In questi casi la comunità legge la realtà, interpreta i bisogni al meglio proprio perché li sente sulla propria pelle e si attiva per soddisfarli. C’è un di più non solo di partecipazione, ma di consapevolezza diffusa, di attivazione di energie. Tutti elementi che sono moltiplicatori di democrazia, che contribuiscono alla instaurazione di un ecosistema virtuoso, in cui soggetti, attività e iniziative trovano una loro collocazione. Dove alla lamentela si sostituisce l’attivazione; all’esclusione l’inclusione; alla passività l’attivismo; al sentito dire la condivisione dei saperi; al profitto di pochi il bene comune o meglio, i beni comuni.

Utopie concrete

Quando Mori inizia a parlare avverte la platea: “Si tratta di cose complesse”. È forse l’unico errore che commette. Perché la questione invece è semplice. E quando si passa dalla teoria alla pratica lo si percepisce anche meglio. Antonio Brizioli, 29 anni, scapigliato, lo dice chiaramente. E le sue parole cadono pesanti, visto che la sede dell’incontro è una sala all’interno del palazzo che ospita il Consiglio regionale dell’Umbria. “Noi abbiamo risposto a un bisogno di contemporaneità che le istituzioni non colgono perché il nostro è un modo più intelligente, più vivo di guardare alle cose”. Bum. “Siamo partiti – continua – da un’edicola che aveva chiuso i battenti e l’abbiamo riaperta dicendo che quelli erano 4 metri quadrati di spazio infinito. Una cosa da matti, visto che in Italia chiudono in media due edicole al giorno”. L’Edicola 518, così si chiama, si trova in quello che era un luogo di passaggio ma è uno degli angoli di maggior pregio della città di Perugia. È ai piedi delle scalette di Sant’Ercolano ed è sovrastata dalla basilica che prende il nome dal santo. Le macchine fino a qualche tempo fa ci parcheggiavano fin quasi dentro, alla basilica. Oggi, grazie a quei quattro metri quadrati di spazio infinito, quello spazio pubblico è diventato luogo di incontro, di sviluppo di iniziative. “Anche la gente più distante da noi per sensibilità e gusti è contenta, perché comunque un’edicola che riapre è un evento che rassicura, un presidio”, dice Brizioli. E che edicola. Perché qui si trovano riviste introvabili nel resto della città; qui davanti, sulle scalette sottratte alla sosta selvaggia delle auto, sono passati autori importanti. Qui è stato rivitalizzato un luogo. E siccome l’associazione che aveva dato il via a tutto è cresciuta, di recente è stata costituita un’impresa di comunità sotto forma di cooperativa. “Abbiamo preso una sede per fare in modo di proseguire le attività anche d’inverno, visto che nella stagione fredda è difficile fare iniziative all’aperto. Vogliamo fare di questa cosa il nostro lavoro”. Cosa resa possibile grazie alle centinaia di persone che passano di qui, partecipano alle iniziative, acquistano i libri e le riviste in vendita, e si confrontano, stimolano e vengono stimolate da questi quattro metri quadrati di spazio infinito che sono un po’ edicola, un po’ libreria, un po’ fucina di idee, un po’ rigenerazione urbana. Un’ibridazione proficua di cui si è accorta la stampa di mezza Europa, che a Edicola 518 ha dedicato importanti reportage.

La comunità al centro

La stessa cosa è successa al Postmodernissimo, cinema nel cuore di Perugia che era rimasto chiuso per dieci anni e ha riaperto i battenti grazie a quattro cinefili che hanno attivato un crowdfunding dal quale sono arrivati 40 mila euro per avviare l’impresa. Oggi, a distanza di quattro-cinque, anni il Postmodernissimo è diventato caso di studio, riceve premi per la sua attività; è un luogo in cui passano cinquantamila persone all’anno. Ed è al centro di un crocicchio di strade che hanno riacquisito vitalità e gaiezza dopo un periodo buio proprio grazie alla riapertura del cinema, che offre una programmazione di qualità ma niente affatto altezzosa. “All’inizio il notaio non sapeva bene neanche cosa mettere dentro allo statuto, tanto la cosa era ignota – ricorda Giacomo Caldarelli, presidente dell’Anonima società, che è la cooperativa che cura il cinema – perché noi puntavamo all’azionariato popolare, alle assemblee con gli spettatori per raccoglierne le istanze. L’azionariato popolare è stato avviato. E oggi le assemblee non servono neanche più: noi siamo uno sportello aperto sette giorni su sette, e parliamo ogni giorno con le persone, recepiamo le iniziative che ci vengono proposte, ospitiamo le attività delle associazioni e dei gruppi informali che ce lo chiedono senza richiesta alcuna, né di soldi, né di statuti o di chissà quali certificati”. È stato grazie a questa modalità di apertura alla comunità che dal Postmodernissimo è germinata l’iniziativa del cinema Metropolis di Umbertide, città umbra poco più a nord di Perugia. “Sono venuti da noi i due ragazzi che gestivano la sala dicendoci che il Comune l’avrebbe messa a bando. Abbiamo sviluppato il progetto e oggi anche il Metropolis è cinema di comunità”. Racconta le cose, Giacomo. Poi chiude andandone al cuore: “Tutto quello che abbiamo fatto non sarebbe stato possibile se non avessimo incrociato i bisogni della comunità che oggi è il nostro sostegno”. La comunità al centro, rieccola. Come succede anche nei casi di Allerona – piccolo centro dell’Orvietano dove la cooperativa Oasi sta tentando un progetto di rilancio turistico e ricettivo – e di Campi, frazione di Norcia devastata dal terremoto del 2016 che sta tentando di risollevarsi con “Back to Campi”, progetto di realizzazione di innovative strutture ricettive antisismiche con l’utilizzo di materiali di altissima qualità. Anche in questi ultimi due casi c’è la comunità al centro delle cose che si fanno, dei bisogni che si tentano di soddisfare. E c’è un’impresa che non sarebbe mai nata se si fosse aspettato l’imprenditore comunemente inteso: quello che investe soldi solo per farne altri. Tanto ad Allerona quanto a Campi, ci sono da soddisfare i bisogni della comunità. E c’è la comunità che, o colpita dal terremoto (a Campi), o perché vive il rischio dello spopolamento (ad Allerona), mette in circolo le sue competenze diffuse e cerca solidarietà all’interno e all’esterno per soddisfare i suoi bisogni.

Una via d’uscita

Il deserto della vita istituzionale, la latitanza dei partiti resi liquidi dalla crisi, il dissolvimento di quelli che sono stati chiamati corpi intermedi tra stato e cittadini che lasciano le persone nelle loro solitudini o, peggio, le spingono nelle mani di imprenditori della paura che ne solleticano i peggiori istinti fingendo di offrire sollievo; ancora: la recrudescenza di un sistema economico bulimico che porta alla concentrazione dei poteri e delle ricchezze da un lato, e all’esclusione, alla precarizzazione e all’allargamento della forbice della disuguaglianza dall’altro. Sono queste alcune delle ferite da suturare che portano a dire, parafrasando il professor Mori, che le imprese di comunità sono un modo per rendere più democratica la democrazia, per allargarne le potenzialità, per approfondirne la radicalità, per far crescere la comunità stessa. È come se occorresse tornare indietro, a un secolo fa, a quando le prime imprese di comunità hanno emesso i primi vagiti, per guardare lucidamente avanti. Perché si tratta di realtà che fanno fronte allo scollamento sociale che è alla base del complessivo deterioramento della democrazia andandone alle radici. Riattivando, laddove la passività sembra prendere il sopravvento con tutto il portato di abbandono e rancore che ne scaturisce. Mettendo al centro le cose in comune alla maggioranza delle persone, i loro bisogni, e allontanando spettri e avvoltoi letali per le comunità perché la anestetizzano, la dopano con ricette abbrutenti, laddove quello che serve oggi è stare svegli, più che mai.

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In copertina, immagine tratta da www.pixabay.com
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Fabrizio Marcucci
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