La storia di un piccolo centro calabrese a rischio spopolamento che ha fatto dell’accoglienza una leva che tiene insieme umanità ed economia. La storia di un sindaco capace e tenace. Il modello Riace ha colpito anche Wim Wenders, che all’esperienza di questo comune ha dedicato un cortometraggio

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Esiste un’alternativa alla deriva razzista e xenofoba che sembra stia invadendo il nostro Paese in questo periodo? C’è un’altra via in un’Italia che chiede maggiori controlli, in un’Italia “allarmata” da un’immigrazione percepita quasi unicamente come un problema di sicurezza nazionale, in cui domina una “guerra tra poveri”, complici ancora gli effetti della grave crisi economica del 2008?

La risposta è sì. In provincia di Reggio Calabria, esiste un piccolo comune di cui troppo poco si racconta, che ha accolto con coraggio e determinazione ben 500 migranti su una popolazione di quasi 2.000 abitanti, costruendo un vero e proprio modello italiano, fondato sull’accoglienza diffusa e su una possibile convivenza tra culture diverse. Questo comune è Riace e di questa piccola realtà calabrese e del suo modello il nostro Paese non può che essere fiero.

Lo Sprar: piccoli comuni che rivivono

Prima di entrare nel vivo di questa esperienza, spendiamo qualche parola sul Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar), cioè la cornice di riferimento entro cui si colloca il modello di accoglienza di Riace. Si tratta di una rete di enti locali che aderiscono volontariamente e che diventano titolari di progetti di accoglienza, avvalendosi della collaborazione delle realtà del terzo settore. I progetti sono finalizzati a far in modo che i cittadini stranieri acquisiscano strumenti per diventare autonomi, in un’ottica di accoglienza “integrata”, fatta d’interventi che vanno dall’apprendimento dell’italiano, alla conoscenza dei servizi, all’assistenza sanitaria e sociale, all’inserimento lavorativo e all’orientamento e all’informazione legale. I beneficiari sono ospitati in appartamenti, centri collettivi e comunità alloggio, adattati alla singola persona e alle sue specificità. Lo Sprar si rivolge alle persone richiedenti e/o beneficiarie di protezione internazionale e a quelle titolari di permesso umanitario. Come si legge sul sito ufficiale, a novembre 2017 risultano finanziati 775 progetti affidati a 661 enti locali, con il coinvolgimento di 1.100 comuni e la garanzia di 31.270 posti. Secondo una classifica dei comuni più accoglienti, stilata dalla Fondazione Leone Moressa in un articolo di Vladimiro Polchi (Migranti, ecco i Comuni più accoglienti in La Repubblica, 3 gennaio 2017), domina il Mezzogiorno d’Italia ma non mancano esempi virtuosi anche al Nord. I piccoli comuni coinvolti rivivono con l’accoglienza e questo è uno degli effetti positivi più importanti dello Sprar, che ha permesso di far rinascere le piccole realtà a rischio spopolamento, riattivandone i servizi, le scuole, recuperando i vecchi mestieri, rimettendo in moto l’economia locale, rivalorizzandone le attività. Questo è quanto è successo a Riace, un paese a cui è stata data nuova “linfa vitale” attraverso l’accoglienza di persone richiedenti asilo e rifugiate.

L’utopia della normalità, così come la definisce il sindaco di questo borgo, Domenico Lucano, è iniziata la notte del 1 luglio 1998, proprio grazie al coraggio di quest’uomo. Quella notte, sul Mar Jonio arriva a Riace un veliero diretto in Europa con a bordo 66 uomini, 46 donne, 72 bambini, tutti curdi. In piena emergenza, i curdi furono ospitati in alcune strutture della Croce Rossa. Quando furono costretti ad abbandonare quei locali, poche settimane dopo lo sbarco di luglio, chiesero a Lucano se poteva aiutarli a trovare delle case. È così che è nata l’accoglienza a Riace: quei curdi furono ospitati nelle case dei riacesi emigrati in Argentina, negli Stati Uniti o nel resto d’Italia. Fu fondata anche un’associazione, “Città Futura”, dedicata a Tommaso Campanella (e alle sue parole: “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”), con l’obiettivo di immaginare una società ideale, di cambiare il futuro di Riace.

Riace: la scommessa di Domenico Lucano

Cambiare il futuro del suo paese: era questo il sogno di Domenico Lucano già a 16 anni, quando iniziò a fare politica negli ambienti di Democrazia Proletaria, perché non gli piaceva la Riace piccolo-borghese di suo padre. La madre invece era più proletaria ed è stata proprio lei a trasmettergli «la fissazione di non chiudere la porta», come ha scritto Tiziana Barillà, che a questa esperienza ha dedicato un bel libro (Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace, Fandango Libri, 2017). Così Lucano «portava sempre persone nuove a casa, per via della politica». Del resto, da sempre i riacesi aprono le porte delle loro case per ospitare migliaia di pellegrini dai paesi limitrofi e dalle comunità rom che vengono a Riace nel mese di settembre per la festa dei due santi, Cosma e Damiano. Quest’atteggiamento è diventato una tradizione tipica della cultura locale, una cultura che crede che «anche negli straccioni si possa nascondere qualcosa di grande, che Dio si possa nascondere anche nei viaggiatori». Il 13 giugno del 2004, Domenico Lucano ottiene il suo primo mandato da sindaco di Riace con il progetto politico “Un’altra Riace è possibile”, ispirato ai principi del Forum sociale di Porto Alegre. La sua Riace «doveva mettere da parte ogni forma di chiusura, diventare un luogo aperto che conosce i problemi del mondo, come scrive ancora Barillà: non più solo un comune calabrese, ma un «comune del mondo». Si trattava di una sfida alla ‘ndrangheta, alla miseria della Calabria e alla mentalità di respingimento di molti italiani che ancora oggi protestano contro l’arrivo di altri esseri umani in cerca di una vita migliore. Nonostante gli sconvolgimenti che vi sono nella Locride durante il suo primo mandato (spari sulle vetrine del ristorante gestito dalla cooperativa, assassinio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria e di un giovane imprenditore da parte della ‘ndrangheta, nel cui processo Lucano si costituisce parte civile), gli elettori che scelgono il paese dell’accoglienza di Mimì aumentano e così Mimmo Lucano viene riconfermato sindaco il 7 giugno 2009. Ma Lucano considera la più bella e la più sofferta delle vittorie quella del suo terzo mandato, il 25 maggio del 2014, quando è costretto a preparare in fretta la sua lista poiché la legge italiana è cambiata, a due mesi dal voto, grazie ad una proposta dell’allora ministro Graziano Delrio per cui i sindaci dei comuni con meno di tremila abitanti hanno tre possibilità di mandato. A festeggiare quel giorno arrivano in tanti, anche dai paesi limitrofi, e per le vie di Riace vengono intonate le strofe di Bella ciao e dei Cento passi. Tra abbracci, sorrisi e bandiere rosse, anche le tante persone rifugiate di Riace festeggiano il loro sindaco.

«Casa loro» è «casa nostra»

In questa piccola realtà della Calabria, «a parlare è stato il cuore anziché le paure»: qui «casa loro» e «casa nostra» sono lo stesso posto. Il comune ha ospitato, da quando Lucano è sindaco, più di 6.000 persone richiedenti asilo, tramite il sistema Sprar. Queste persone, con storie e paesi di provenienza diversi tra loro (c’è chi viene dal Libano, dal Sudan, dal Kurdistan, dal Ghana, chi dall’Eritrea, dall’Iraq, dall’Afghanistan, chi ancora dal Mali, dall’Etiopia, dal Senegal, dalla Somalia, dalla Palestina) sono ospitate in case che sono state ristrutturate e concesse loro in comodato d’uso gratuito. Il loro arrivo ha permesso, oltre a far riaprire le scuole e a creare un asilo multietnico, anche a molti giovani riacesi di utilizzare finalmente le loro qualifiche e i loro diplomi, restando così nel proprio paese e trovando lavoro come mediatori culturali, operatori o insegnanti di lingua italiana. E poi c’è chi tra le persone migranti lavora come traduttore, chi come mediatore culturale, chi cura i fiori, le piante del piccolo borgo o la spiaggia di Riace Marina. E anche chi si occupa della raccolta differenziata trainando un carretto con due asinelle: responsabile della raccolta dei rifiuti è infatti un giovane ghanese, arrivato in Italia con la moglie, che lavora come parrucchiera del paese, e i loro figli.

A Riace è rifiorita soprattutto l’economia locale. Nel vecchio mulino ristrutturato è stato riaperto il laboratorio di tessitura, dove i riacesi insegnano ai nuovi arrivati a tessere la ginestra, fiore all’occhiello della tessitura calabrese, la cui origine è fra le più antiche ed è strettamente legata alla cultura popolare della regione. Sono tornate alla vita anche la bottega del vetro, quella della ceramica e la produzione di olio e marmellate, recuperando così non solo il territorio e le case abbandonate, ma anche e soprattutto un’identità e un patrimonio culturale.

La moneta locale

Per tenere viva l’economia locale e per trovare una soluzione alla lentezza con cui arrivano i fondi pubblici, inoltre, nel 2012 Domenico Lucano e i suoi collaboratori hanno avviato l’esperimento di una moneta locale, i cosiddetti “bonus”, di certo lo strumento più rivoluzionario e caratteristico del modello. La moneta locale riacese, infatti, dà per la prima volta libero potere d’acquisto agli immigrati, sostituendo i buoni-mensa o le buste della spesa che spettano di solito ai beneficiari dei programmi di accoglienza Sprar. Questi bonus vengono dati ogni mese per fare acquisti nei negozi del territorio comunale e hanno il taglio da 1, 2, 5, 10, 20, 50 e 100 euro, con sopra i volti di Ernesto Che Guevara, Martin Luther King, Nelson Mandela e di alcune vittime di mafia come Peppino Impastato, Rocco Gatto e Gianluca Congiusta. Nel momento in cui arrivano i fondi dallo Sprar, i bonus vengono cambiati in euro e i commercianti convenzionati vengono rimborsati.

Altro strumento rivoluzionario sono sicuramente le borse lavoro che permettono alle persone richiedenti asilo di lavorare e formarsi allo stesso tempo e di inserirsi nel nuovo contesto. Consistono in compensi erogati dal comune e dalle cooperative, che a loro volta usufruiscono dei fondi Sprar, in cambio di prestazioni d’opera. In questo modo le persone migranti percepiscono un piccolo stipendio per il riconoscimento del loro impegno e imparano un mestiere che possa iniziare a garantirgli maggiore autonomia e indipendenza.

Vincere la sfida del welcome

Quello che si è creato in questo paesino calabrese ha davvero dello straordinario, tanto da spingere Wim Wenders, oltre che a dedicare all’esperienza di Riace il cortometraggio “Il volo”, ad affermare, nel novembre del 2009, a Berlino, dinanzi ai potenti della Terra intervenuti per ricordare la caduta del muro, che «la vera utopia non è la caduta del muro ma quello che è stato realizzato in alcuni paesi della Calabria, Riace in testa. Il vero miracolo non è qui ma in Calabria, dove per la prima volta ho davvero visto un mondo migliore. Ho visto un paese capace di risolvere, attraverso l’accoglienza, non tanto il problema dei rifugiati ma il proprio: quello di continuare ad esistere».

Riace ci insegna, dunque, che un altro mondo, un’altra via è possibile, e ci dimostra che la sfida più impegnativa di tutte, quella del welcome, si può vincere. Ma soprattutto Riace insegna non solo all’Italia ma all’Europa intera, un’Europa in cui tra il 2015 e il 2017 diversi paesi hanno costruito barriere rifiutandosi di far passare le persone migranti sui loro territori e dimostrando quanto queste ultime non siano assolutamente le benvenute, che il welcome può diventare una vittoria e che un’accoglienza gestita in maniera adeguata può garantire integrazione anche tra universi culturali diversi.

Eden Vitagliano è laureata in Sociologia e politiche sociali. Ha scritto una tesi dal titolo L’accoglienza che funziona: il riscatto dei piccoli borghi da Nord a Sud dell’Italia.

Nella foto di copertina, un murales a Riace Marina, foto di Marcuscalabresus rilasciata in licenza Creative Commons
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Eden Vitagliano
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