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Luciano Gallino scriveva che il rapporto di impiego odierno si è destrutturato e frammentato in maniera degradante, al punto da far parlare, più recentemente, di uberizzazione del lavoro. Come abbiamo scritto nelle due puntate precedenti del nostro viaggio sul “tema dei temi” della società contemporanea (qui e qui), il lavoro, oggi, per troppi, non c’è e non ci sarà più, anche a causa della crescente robotizzazione, che cancellerà moltissimi impieghi. Ma anche se c’è o ci sarà, è e sarà, per troppi, precario. Precario, cioè caratterizzato, come scriveva Bauman, da una “esasperante insicurezza della propria posizione sociale frammista a un’acuta incertezza sul futuro dei propri mezzi di sussistenza”. Questo, ormai, sembra un dato di fatto. Molto spesso, però, ci si dimentica del come siamo arrivati a questo punto.

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Dalla flessibilità alla precarietà: un passo troppo facile

Tutto sembra essere cominciato con la diffusione della necessità della flessibilità, cioè (è ancora Gallino) di “lavori che richiedono alla persona di adattare ripetutamente l’organizzazione della propria esistenza – nell’arco della vita, dell’anno, sovente perfino del mese o della settimana – alle esigenze mutevoli della o delle organizzazioni produttive che la occupano, private o pubbliche che siano”. Secondo Tambasco, la flessibilità può essere declinata su tre dimensioni: una numerica, relativa alla quantità di lavoro in entrata e in uscita e alla proliferazione dei contratti atipici (a chiamata, a progetto, di job sharing, di somministrazione di manodopera, etc.) o a tempo determinato; una funzionale, relativa alla gestione del rapporto di lavoro e alla possibilità di modificare unilateralmente le mansioni o liberalizzando del tutto gli orari di lavoro con i contratti part-time; una salariale, relativa alle retribuzioni che, con riferimento al singolo lavoratore, possono essere legate all’orario di lavoro ma anche a forme di cottimo digitale. Fino ad arrivare al cosiddetto crowdworking: “una sorta di ‘asta digitale’ in cui qualsiasi richiedente, attraverso una piattaforma telematica che fa da intermediario, ‘posta’ on line i lavori richiesti (che consistono di solito in progetti tecnici e/o richieste di consulenze qualificate). A seguito dei molteplici lavori ricevuti, il richiedente ne sceglie solo uno: ovviamente il lavoro rifiutato non viene pagato, mentre quello accettato viene pagato a prezzi infimi”. Oggi queste dinamiche si sono ulteriormente accelerate ed esasperate, con forme di lavoro “talmente liquefatte, da far venir meno addirittura la stessa identità professionale del singolo lavoratore, scisso in un patchwork di molteplici e contemporanee – rispetto alla singola giornata lavorativa – occupazioni”: la citata uberizzazione.

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Va detto che flessibilità e precarietà non sono la stessa cosa: come si legge nel Rapporto sui diritti globali di una decina di anni fa, “la flessibilità ha un aspetto ambivalente, costituito da diversi aspetti di dipendenza, ma anche di autonomia. La precarietà invece non presenta in sé alcun aspetto positivo: è un carpe diem senza qualità”. Oggi, però, sono termini diventati molto vicini, perché la prima condizione si è trasformata troppo spesso nella seconda, e ne è alla base. Com’è potuto accadere? Gallino sosteneva che la flessibilità era la conseguenza di una serie di motivazioni legate tra loro: nella migliore delle ipotesi, la necessità di favorire l’aumento dell’occupazione; nella peggiore, quella, delle imprese, di usare la forza lavoro come si fa con l’energia elettrica, “portando quando serve l’interruttore su on oppure off“. Una forma di attacco al diritto del lavoro finalizzato alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro associazioni, alla crescita della redditività delle imprese, unita alla loro de-responsabilizzazione, all’introduzione di una sorta di “numero chiuso” per i lavori stabili. E all’occultamento della discussione su altri temi, come la ricerca, la formazione, le visioni industriali, le privatizzazioni: “quanto dev’essere riposante discutere di flessibilità nei convegni, e scriverne per lustri interi su quotidiani e riviste, anziché trattare a fondo simili temi”.

Prima e seconda generazione di precari

Oggi, ad una prima generazione di precari, se ne sarebbe sostituita una seconda, con caratteristiche ben precise e ancor più penalizzanti. Ne parlano Santini e Gobetti, animatori della rete italiana del Basic Income Network. Secondo i due, la prima generazione sarebbe quella prettamente post-fordista, impiegata più che altro nei settori dei servizi e del lavoro immateriale; quella, per intenderci, che è seguita alla fine della centralità della fabbrica e del lavoro dipendente, ma che, in una certa misura, esercitava “una ricerca consapevole verso una flessibilità in grado di offrire opportunità professionali nuove”. Un precariato con una qualche “soggettività politica”, anche, vista la contiguità storica e sociale con l’operaio fordista, che “non appariva aliena alla grammatica dei diritti, delle tutele, delle garanzie welfaristiche”, in una “complicata ricerca di equilibrio tra innovazione sul piano personale e ricerca di garanzie sul piano della tutela collettiva”. Poi, a partire dai primi anni del nuovo millennio, cioè dopo un ventennio dalla sua emersione, la precarietà, secondo Santini e Gobetti, si è generalizzata ed è divenuta trasversale, “conquistando (o meglio dominando) l’intera forza lavoro”. È qui che è emersa la seconda generazione, “per la quale pare non esserci uno spazio altro rispetto a questa condizione divenuta ormai strutturale e pervasiva dell’intero spazio-tempo di vita”. Rispetto ai primi precari, per i secondi “il contenuto del lavoro si è fatto standardizzato, il livello delle retribuzioni si è abbassato fino al livello della mera sussistenza, la capacità rivendicativa appare assopita dall’accettazione del dato di fatto”. Quest’ultimo aspetto è centrale: “non esiste alcun riferimento al precedente sistema di garanzie del lavoro; il fordismo e i suoi diritti sono qualcosa di già definitivamente superato anche nel ricordo e non costituiscono in alcun modo un riferimento per lotte presenti”. Il precario di seconda generazione “non guarda più alle tutele del passato, non porta con sé neppure la memoria del diritto del lavoro classico”; è quindi un “soggetto sensibilmente più povero rispetto al suo predecessore, sia dal punto di vista politico che da quello economico“.

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I costi umani della precarietà

Il lavoro precario ha due lati critici, da considerare insieme e non separatamente, esposti in modo molto efficace da Scognamiglio in un articolo giustamente titolato La precarizzazione sociale. Il primo è quello dei diritti: non avere ferie o tutele nel caso di malattia o congedi di maternità costituisce indubbiamente uno dei principali motivi di disagio del lavoratore precario. A differenza di un libero professionista che guadagna bene, e che può far fronte ai problemi ricorrendo al suo reddito (certo, non in maniera così semplice), il lavoratore precario a basso reddito “è costretto a penare in una condizione di effettiva povertà per molti anni della sua vita”. Ma la questione non è solo questa, perché quello dei diritti, se isolato, è un falso problema. Ad essere centrale è la ricattabilità del lavoratore: “questo concetto la società civile lo capisce poco perché siamo rientrati in una concezione verticale dei rapporti di lavoro – quasi ottocentesca – in cui è percepito come legittimo e pacifico il potere assoluto del datore di lavoro sui suoi sottoposti”. Un lavoratore “tenuto al guinzaglio” da redditi bassi e contratti precari ed esposto continuamente alla perdita del lavoro, è costretto, secondo Scognamiglio, ad accettare qualunque condizione, la più comune delle quali è il lavoro aggiuntivo non pagato. È questo costante ricatto a ledere profondamente la dignità della persona: “certamente l’assenza di diritti impedisce una progettazione di vita. Ma agganciamola alla perdita dell’autostima, di orgoglio nel lavoro, all’essere costantemente in balia del capo”.

Ecco allora, ad esempio, che Chicchi può parlare di umiliazione a cui lo statuto sociale del lavoro è stato sottoposto negli ultimi anni; o che Bascetta e Bronzini, ancora vent’anni fa, ripropongano il tema del lavoro servile, quello con elevate caratteristiche di “disponibilità” e di “impotenza”; o che Beck veda una “brasilianizzazione delle società del benessere“, con “le forme variopinte e fragili di occupazione”, normali nel cosiddetto Terzo mondo, che sostituiscono sempre di più il lavoro sicuro, anche nei paesi occidentali: “lo si può anche celebrare come ‘flessibilità'”, scrive Beck, “ma tutto ciò significa: ‘Renditi più facilmente licenziabile e adattati all’idea che nessuno ti possa dire se in futuro la tua qualifica sarà ancora richiesta’”.

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I costi umani della precarizzazione sono purtroppo noti: l’estrema difficoltà nel formulare progetti di lunga ma anche di breve portata riguardo al futuro professionale, esistenziale e familiare; l’impossibilità di accumulare esperienze di impiego significative, trasferibili da un lavoro all’altro, e la conseguente impossibilità di formarsi una carriera; “la destrutturazione, e sovente la rimozione […] di aspetti spaziali e relazionali del lavoro che sono alla base dell’identità e dell’integrazione sociale della persona” (spazio fisico, strumenti di lavoro, relazioni stabili). Per Gallino, proprio l’interiorizzazione dell’insicurezza socio-economica è quella che sembra più grave e profonda, perché rende imprevedibile il domani. Soprattutto, ovviamente, per i giovani, che, non avendo mai conosciuto un mondo più stabile, la vivono come un’ineluttabile condizione dell’esistenza. “L’orizzonte temporale della persona si contrae come una sorta di adeguamento alla brevità e discontinuità del lavoro. Pensare a ciò che si farà fra cinque anni diventa un faticoso quanto immotivato nonsenso allorché non si può sapere ciò che si farà fra cinque settimane, a contratto di lavoro scaduto”. La conseguenza è che “la rappresentazione del mondo si concentra sull’immediato, sulle contingenze, che di giorno in giorno inevitabilmente cambiano” e che la personalità ne risulta inevitabilmente “fragilizzata”.

Orientati sul breve periodo

Richard Sennett, ne La cultura del nuovo capitalismo, ha scritto che questa prospettiva temporale breve e inafferabile toglie alle persone il senso del proprio continuum biografico, spezza il nesso che sussiste tra i vari eventi della vita e impedisce la possibilità di accumulare esperienze. Ne deriva un “io orientato sul breve periodo”, che “è – per esprimersi con gentilezza – uno strano tipo di essere umano”. La gran parte delle persone, secondo il sociologo americano, non è fatta così: gli individui “hanno bisogno di una biografia coerente, sono orgogliose di saper fare bene determinate cose e danno valore alle esperienze che hanno fatto nel corso della loro vita”. Solo un certo tipo di persone riesce a vivere bene in condizioni sociali instabili e frammentate, e solo se può gestire relazioni a breve termine, vagando tra diverse attività, lavori e luoghi, improvvisando la propria biografia e cercando di cavarsela “senza pretendere che il senso della propria identità trovi sempre delle conferme”. Bisogna avere la disponibilità a rinunciare alle abitudini e a staccarsi dal passato, in un contesto in cui è difficilissimo sviluppare nuove abilità e dare seguito a nuove capacità, visto che il quadro è continuamente in mutazione, molte abilità hanno vita breve e l’idea che prevale è quella di una meritocrazia “che guarda alle capacità potenziali anziché alle prestazioni passate”.

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Oltretutto, la precarietà, e quindi la ricattabilità, l’umiliazione, il lavoro servile, etc., incidono negativamente anche sulla produttività del lavoratore e dell’impresa. Ancora Gallino, con riferimento ai contratti a termine, sostiene che qualsiasi esperto di organizzazione aziendale potrebbe spiegare che, sul piano individuale, il lavoratore che “deve pensare soprattutto a come trovare un nuovo contratto prima che scada quello in vigore è scarsamente motivato sul lavoro; non dispone di tempo per la formazione, né l’impresa ha alcun incentivo a fornirgliela; infine, lascia l’impresa prima di avere cumulato le esperienze da cui dipende in alto grado la produttività del lavoro”. Sul piano organizzativo, “la presenza nella stessa unità produttiva di lavoratori che ruotano di continuo, fra contratti che finiscono e contratti che cominciano, e dipendenti di aziende terze che ruotano quasi ogni giorno, limita lo sviluppo dello scambio di conoscenze, codici verbali e non verbali, sinergie tra competenze diverse, che sono un altro elemento essenziale della produttività”. E la frammentazione del lavoro favorisce anche il lavoro nero: “allorché il lavoro diventa per contratto precario, malpagato, imprevedibile, difficilmente conciliabile con la vita familiare, perché mai sostenere anche i costi fiscali e previdenziali di quel contratto? Conviene decisamente farne a meno, pensano in tanti, e passare in tutto o in parte nel rango dei milioni di lavoratori irregolari”.

Allora, riepilogando gli articoli precedenti, abbiamo sostenuto che occorre sganciare il diritto al reddito dal diritto al lavoro; perché, per troppi, il lavoro non c’è e non ci sarà più; e se c’è, è precario. Aggiungiamo che, oggi, lavorare non basta più a tutelare dalla povertà se stessi e la famiglia in cui si vive. È il tema della prossima puntata del nostro viaggio nel mondo del lavoro: quello dei working poors.

 

Foto tratte da www.pixabay.com
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Ugo Carlone
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