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Seconda puntata del nostro viaggio nel “tema dei temi”, quello del lavoro. Nella prima, abbiamo scritto che il lavoro, oggi, o non c’è, o è precario, o non basta ad arrivare a fine mese o è troppo; e che, in aggiunta, non è più un fattore di identificazione personale, o perlomeno non lo è come fino a qualche decennio fa. Ma allora, cos’è, il lavoro, oggi? Ha ancora senso contrapporre disoccupati e occupati? E come impatterà la robotizzazione sugli impieghi di domani?

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Sotto tensione

Qualche anno fa, Michel Lallement ha scritto che il lavoro è notevolmente sotto tensione, soprattutto in tempi di Grande Recessione. Per il sociologo francese, il lavoro non è solo “un gesto”, ma anche un bene comune, per cui la sua ridefinizione è un questione che riguarda tutti. Ma si tratta di un oggetto complicato, che racchiude in sé una profonda e intrinseca ambivalenza: da un lato, è un sistema di obblighi e costrizioni fonte di infelicità e sofferenza, dall’altro è un mezzo per la realizzazione di sé e per l’integrazione sociale. Occorre, in una prospettiva pragmatica, accettare questa ambivalenza, perché un sano realismo è quello che serve per cercare di migliorare le condizioni dei lavoratori, e guardare soprattutto a come il lavoro si stia trasformando: non somiglia a quello di 30 anni fa, perché non struttura più, come prima, le pratiche quotidiane, l’ordinamento dei ruoli, l’impegno nell’azione collettiva, le relazioni tra le classi; ma, ancora, è comunque un “fatto sociale di massa” ed occupa un posto importante nella vita di moltissimi di noi.

Sicuramente il lavoro è sottoposto ad una serie di tensioni che vanno conosciute. Innanzitutto, è emersa la contrapposizione tra il “lavoro dei ricchi” e il “lavoro dei poveri”, anche nelle società occidentali: esistono forti opposizioni tra lavoratori di piccole e grandi imprese, tra qualificati e non qualificati, tra stabili e precari, etc.. Lallement sostiene che si tratta, sì, di divisioni a volte non nette, ma sfumate e dinamiche; però, costituiscono comunque delle linee di frattura determinanti e strutturanti. Poi, non c’è armonia, nell’organizzazione del lavoro, tra autonomia e costrizione, per cui l’accresciuta indipendenza nella realizzazione di ciò che si fa per un salario si accompagna ad obblighi sempre più pressanti, in termini, ad esempio, di tempi di realizzazione e qualità del lavoro svolto. Come superare questa contraddizione? “La retorica della responsabilità ha fornito la risposta: spetta agli individui prendere sulle loro spalle le sfide, ma anche le contraddizioni delle richieste che vengono loro rivolte”. Ciò vuol dire che chi lavora è preso in una morsa, intrappolato tra due fuochi. E questo ha un inevitabile ed elevato costo psichico, per cui emerge sempre di più il mal di lavoro, di cui lo stress è la manifestazione più evidente. Il lavoratore, inoltre, deve fari i conti con l’irruzione e la moltiplicazione di nuovi attori che intervengono nel processo produttivo: soprattutto i clienti, ma anche gli azionisti, i sub-fornitori, i consulenti, i movimenti dei consumatori e le altre lobbies, lo Stato e i suoi rappresentanti, etc.. E, per il lavoratore, agire insieme e in sintonia non è sempre un’operazione facile, tutt’altro. Un’altra tensione riguarda l’introduzione generalizzata della flessibilità e la (presunta) lotta alla disoccupazione, che potrebbe aver portato, secondo Lallement, ad un peggioramento delle condizioni di lavoro: “se l’obiettivo è nobile, la questione che si pone è di sapere se, cercando di creare impieghi costi quello che costi, non sono le condizioni di lavoro che indirettamente vengono danneggiate”. Per favorire l’occupazione, infatti, è stata creata una serie sconfinata di rapporti di impiego atipici: a tempo determinato, interinale, a chiamata, etc.; tutte forme che comportano una persistente segmentazione del mercato del lavoro. E gli atipici hanno meno margine di manovra nel lavoro e meno solidarietà da parte dei colleghi. L’ultima tensione individuata dal sociologo francese è di natura cognitiva: le categorie di cui disponiamo oggi per pensare il lavoro sono in parte obsolete, perché sono debitrici delle visioni del mondo tipiche della società industriale e fanno fatica a rendere conto di tutte le trasformazioni contemporanee; ma per capire il lavoro e agire contro la crisi, “abbiamo bisogno di dispositivi innovativi, ma, ancor più in generale, di un rinnovamento delle nostre categorie di percezione del mondo del lavoro”.

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È lavoro o sfruttamento?

Ma c’è qualcosa di più e di più profondo; qualcosa da cercare nelle dinamiche concrete in cui prende corpo il rapporto di lavoro, al di là di pur precisissime analisi sociologiche. Il più recente, e feroce, quadro reale del lavoro in Italia è stato delineato da Marta Fana, nel fortunato (purtroppo!) libro Non è lavoro, è sfruttamento, di cui abbiamo già scritto. L’agguerrita ricercatrice racconta dell’umiliazione patita da lavoratori e disoccupati di oggi, relegati in una periferia non tanto e non solo urbanistica, ma prettamente sociale; intrappolati dal ricatto, arma letale usata sempre di più da chi sta sopra contro chi sta sotto. E chi sta sotto perde la dignità, quella che dovrebbe essere garantita a ogni essere umano, indipendentemente da ciò che fa nella vita. Scrive Fana nel Prologo: “tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce”.

Insomma, oggi il lavoro è diventato veramente un vero problema. Che si basa, ci sembra, almeno su quattro questioni fondamentali: il rapporto tra disoccupazione e robotizzazione, l’epidemia di precarizzazione, il fatto che lavorare troppo spesso non basta ad uscire dalla povertà e il nesso, sempre più labile, tra lavoro e identità personale. Andiamo con ordine, e cominciamo ad occuparci del primo problema: ha ancora senso contrapporre uno stato di occupazione a uno di disoccupazione? E che succederà una volta che le macchine aiuteranno così tanto l’uomo da sostituirlo in tante, forse troppe funzioni?

Ancora occupati vs. disoccupati?

L’incrocio tra offerta di lavoro (cioè la quantità di persone disponibili a lavorare) e domanda (cioè la quantità di lavoro richiesta) è sempre più complicato, perché la prima aumenta, mentre la seconda cresce meno velocemente. Insomma, chi cerca lavoro è sempre in numero maggiore dei più dei posti disponibili. Il compianto Anthony Atkinson sostiene che è sempre più fuorviante parlare di persone che hanno o non hanno un lavoro e che non bisogna “fissarsi” sui posti di lavoro. Oggi il pieno impiego è stato sostituito da diverse forme di lavoro atipiche e precarie e da persone impegnate in un “portafoglio di attività“. Ciò significa che alla domanda lavori?, secondo lo studioso britannico non bisognerebbe rispondere con un sì o con un no, in una logica binaria 0/1 (o occupato o disoccupato): “il mercato del lavoro del XXI secolo è più complesso, e questo ha ripercussioni sul modo in cui pensiamo all’occupazione come una via di uscita dalla povertà e al pieno impiego come un mezzo che ci può aiutare sulla strada per una minore disuguaglianza”. Ed anche “fra quanti lavorano a tempo pieno, si va diffondendo uno schema formato da più attività. Sta diventando più comune che l’impiego sia frazionato: le persone mantengono un portafoglio di attività e offrono ai loro datori di lavoro ‘fette di tempo’”.

Aiuto, le macchine!

Bisogna poi considerare che sempre più spesso l’uomo condividerà il lavoro con le macchine. Utilizzare sempre di più i robot invece degli umani è una tendenza che, secondo molti, porterà a far aumentare in misura via via maggiore il tasso di disoccupazione nelle società industrializzate. Robert Skidelsky, fidandosi di molte stime fatte in proposito, scrive (in un articolo pubblicato da Internazionale un paio di anni fa – Lo strumenti migliore contro la povertà) che tra non meno di vent’anni sarà possibile automatizzare tra un quarto o addirittura un terzo del lavoro attuale: un processo che favorirà ancor più la tendenza al precariato, sia del lavoro, sia del reddito, e che finirà con il far sentire superflua una larga fetta della popolazione.

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Riccardo Staglianò ha scritto un libro che ha titolato, evocativamente, Al posto tuo. L’autore si chiede quale sia l’ultima volta che abbiamo comprato un biglietto del treno allo sportello (invece che online) o un cd in un negozio di dischi, oppure che siamo entrati fisicamente in una banca. Per parecchi, questo è avvenuto molto tempo fa, visto che web e robot hanno sostituito moltissimi lavori che ora sembrano, semplicemente, obsoleti. Staglianò ci ricorda che l’automazione comporta, a livello individuale, una maggiore convenienza immediata, ma, a livello collettivo, la fine di una grande quantità di lavori che prima venivano svolti fisicamente da un essere umano. E questo processo non riguarda (più solo) la classe bassa e i lavori di manifattura, ma anche (e oggi forse soprattutto) la classe media e i lavori più di concetto: prima “lo schema era semplice e, grossomodo, prevedeva che se perdevi un lavoro nei campi per colpa di un aratro, dopo un po’ ne trovavi un altro in fabbrica che proprio la ricchezza supplementare prodotta dagli aratri aveva creato. Oggi […] non funziona più così. Perché le macchine, dopo aver sostituito i colletti blu, i lavori di fatica che generalmente (crisi permettendo) non rimpiangiamo, rimpiazzano anche i colletti bianchi, i mestieri intellettuali che volentieri terremmo per noi. Ieri erano in grado solo di fare le braccia, oggi anche il cervello. Così se perdi il lavoro in manifattura puoi scoprire con orrore che anche nei servizi non c’è più posto perché, dicono, un algoritmo risponde alle chiamate più e meglio di una centralinista in carne e ossa. Neppure il fatto di appartenere alle vecchie élite delle professioni cognitive ti mette più veramente al riparo. Medici, avvocati, giornalisti, analisti finanziari, professori universitari: There’s an app for that! C’è un’applicazione per quello, e domani anche per tutto il resto”.

I robot non scioperano

In un brillante studio, Brynjolfsson e McAfee dedicano le loro riflessioni alla nuova rivoluzione delle macchine, cioè alla portata della grande accelerazione tecnologica che stiamo vivendo, cercando di suggerire delle idee per far fronte ai suoi effetti peggiori. Tra queste, al reddito per tutti, che pure prendono in considerazione, preferiscono l’imposta negativa sul reddito (in breve: chi non arriva ad una certa soglia di reddito, al di sotto della quale si è considerati poveri, riceve dalla fiscalità una somma pari a colmare la differenza tra quello che già percepisce e quella stessa soglia; è la proposta di destra e liberista di reddito per tutti). I due autori hanno una visione sostanzialmente ottimistica, o comunque evidenziano con favore le potenzialità delle innovazioni tecnologiche, ma riconoscono che siamo di fronte ad un punto di svolta che porterà con sé scelte e sfide difficili da affrontare. Infatti, le due conseguenze economiche dell’enorme progresso tecnologico in corso saranno l’abbondanza e la disuguaglianza: la prima sotto forma di aumento di volume, varietà, qualità e abbassamento del costo di molti dei beni offerti proprio dalla rivoluzione delle macchine; la seconda, “non altrettanto fantastica”, coincidente con maggiori disparità tra gli individui “in termini di successo economico, ricchezza, reddito, mobilità e altri parametri, destinate ad aumentare in assenza di opportuni interventi”. Oltretutto, la digitalizzazione e la robotizzazione porteranno le aziende ad aver sempre meno bisogno di certi tipi di dipendenti, per cui, “nella sua corsa, il progresso tecnologico lascerà a piedi qualcuno, forse tanta gente“. Da qui, un’acuta osservazione: “non c’è mai stato un momento migliore per essere un lavoratore specializzato o istruito nel senso giusto del termine, perché questo è il tipo di persona che può usare la tecnologia per creare e catturare valore. Però non c’è mai stato un momento peggiore per essere un lavoratore che ha da offrire soltanto capacità ‘ordinarie’ perché computer, robot e altre tecnologie digitali stanno acquisendo le medesime capacità e competenze a una velocità inimmaginabile”.

Del resto, la tentazione di usare massicciamente le tecnologie è davvero fortissima: i robot non scioperano, non si fanno male, non hanno famiglia, non prendono ferie, non si stancano. Una forza lavoro più ridotta e una produzione più meccanizzata permette alle aziende di disporre di un maggiore potere di controllo e di dovere negoziare sempre meno con i sindacati, come ha scritto Atkinson. Ecco perché il sempre più frequente ricorso alle macchine non è un fenomeno alieno, ma il frutto di decisioni consapevoli: “gran parte dei risultati tecnologici rispecchia […] decisioni che sono prese, fra gli altri, da scienziati, direttori di ricerca, uomini d’affari, investitori, governi e consumatori. E queste decisioni sono influenzate da considerazioni economiche che rendono il cambiamento tecnologico endogeno, determinato cioè dall’interno del sistema economico e sociale”, scrive ancora l’economista britannico.

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Ancora: reddito per tutti?

Di fronte a questo, allora, c’è chi si chiede, come Signorelli su Il Tascabile, se abbia senso anche solo discutere sull’opportunità di introdurre un Reddito di Base Incondizionato, visto che “gli scenari futuri lasciano pensare che assicurare a tutti uno stipendio minimo vita natural durante sarà piuttosto una scelta obbligata per far fronte all’automazione del mondo del lavoro […]. Le previsioni, anche sulle tempistiche, variano di analisi in analisi, ma è evidente che la sostituzione dell’uomo non è una questione di se, ma di quando”. Philippe Van Parijs, l’intellettuale più influente sul tema del reddito per tutti, in una recente intervista a Maurizio Ferrera, ha sostenuto, tuttavia, di non credere in una tragica sostituzione della macchine all’uomo; il problema, secondo lui, è che il cambiamento tecnologico labour saving, se considerato insieme alla mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, crea una polarizzazione del potere di guadagno non sostenibile: “i proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa”. Di fronte a questa spaccatura troppo profonda, per Van Parijs si possono seguire due strategie, entrambe inquadrabili nella prospettiva del welfare attivo. La prima è quella lavorista, e consiste, sostanzialmente, nel favorire direttamente o indirettamente, con opportune sovvenzioni, la creazione di posti di lavoro. La seconda è quella emancipatrice, che prova a “capacitare” le persone: “chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà […] verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base. Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda”.

Lavorismo o emancipazione, ogni strategia dovrà necessariamente tener conto di un’altra delle caratteristiche del lavoro di oggi: la precarizzazione dilagante. È il tema della prossima puntata.

 

Foto tratte da pixabay
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Ugo Carlone
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