Un gruppo di richiedenti asilo ha messo in piedi un'associazione per integrarsi aiutando la comunità in cui i ragazzi sono stati inviati dal programma di accoglienza

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Finisce in musica. Finisce bene. A vederla da qui, dalla fine, è una bella storia. Sembra quasi che gli ostacoli superati non siano mai esistiti. Invece gli ostacoli ci sono stati, eccome. E ci saranno. Infatti questa non è la fine della storia, ma l’inizio. Anzi, un nuovo inizio. L’inizio, quello vero, è stato anni fa. Mahamed, Mamadou, Daoula e gli altri stavano sulla sponda “sbagliata” del Mediterraneo. Hanno deciso di attraversarlo per venire in quella “giusta”: l’attraversamento di mezza Africa, lo sbarco avventuroso in Italia, la richiesta d’asilo, l’inclusione nel programma di accoglienza, lo smistamento nei vari comuni. E l’arrivo a Marsciano, centro accoccolato nel cuore delle colline umbre. Un posto in cui vivono meno di ventimila persone; un luogo tranquillo, un po’ rimasto antico borgo contadino, un po’ diventato satellite del vicino capoluogo di regione. Un posto dove l’arrivo dei richiedenti asilo, nonostante non siano stati «mai più di 28 contemporaneamente», dice Barbara Pilati di Arci Solidarietà, ha portato scompiglio. Perché nonostante qui non sia mai successo niente di grave, e nonostante sull’accoglienza operino persone capaci e appassionate il cui lavoro dà buoni frutti, ha attecchito lo stesso la paura. Quel virus che si inocula anche senza contatto, anche senza giustificazione alcuna (ventimila contro 28, semmai sarebbero loro a dover aver paura); quel virus che ti si attacca addosso a seguire certi programmi in tv, certi personaggi. I «fomentatori di paura», li definisce il sindaco Alfio Todini, anche lui qui, nella sala piena, a salutare la presentazione alla città di “Keti Kola Kelamihan”, l’associazione che questi ragazzi richiedenti asilo ospitati a Marsciano hanno deciso di mettere in piedi per abbattere i muri della paura e alzare le barriere immunitarie contro il virus dei fomentatori.

«Non mi chiedete cosa significa il nome perché pure per me è stata una scoperta – scherza Mahamed Sanogo, presidente dell’associazione -, in Costa d’Avorio si parlano 63 lingue, oltre al francese». Quel nome africano complicato sta per «accoglienza», «braccia aperte», «aiuto a rialzarsi». Sono i concetti che risuonano anche nell’intervento di Mamadou Bakayoko. Lui sceglie di leggere le cose che ha scritto in francese, ma anche a orecchie poco avvezze a quella lingua arrivano i concetti che scandisce: «contesto socio-economico difficile», «coesione sociale», «partecipazione», «accompagnare».

Insomma, che vogliono fare questi ragazzi con la loro “Keti Kola Kelamihan”? Tutto sommato è piuttosto semplice: farsi conoscere e conoscere. Sanogo spiega che organizzeranno scambi di corsi di lingue. Cioè: loro s’impegnano a insegnare il francese e si aspettano che qualcuno li aiuti a migliorare l’italiano che hanno già acquisito nel corso che l’Arci gli ha somministrato nell’ambito del progetto di accoglienza attraverso Angela Pancucci, docente che ora se ne sta lì, in fondo alla sala, e guarda orgogliosa i suo ex allievi. Vogliono organizzare «pranzi e cene» mediante i quali trasmettere un po’ delle loro usanze africane a tavola e acquisire meglio quelle italiane; vogliono spiegare quali sono le loro feste e perché le celebrano, s’impegnano a insegnare la loro danza. E poi desiderano diventare parte attiva nella comunità: «Aiutare chi è in difficoltà – dice Sanogo – gli anziani a fare la spesa, i disabili che ne hanno bisogno».

Lo definisce «un atto di protagonismo importante», Pilati, quello messo in campo con “Keti Kola Kelamihan”. «Perché – spiega – l’iter di richiesta d’asilo è lungo, e a volte la gente s’impigrisce a percorrerlo». Mahamed, Mamadou, Daoula e gli altri invece hanno scelto di guidarlo loro, almeno in parte, il processo di integrazione in Italia. Anche rendendosi disponibili col Comune per progetti in cui mettere in campo dei volontari. Il sindaco accoglie a braccia aperte questi intenti: «Cercheremo di dare il nostro supporto al vostro programma denso – dice – perché qui si affronta il tema della convivenza nel verso giusto». E perché i problemi e la gente che imbocca il verso sbagliato non mancano, pure in un centro tranquillo come Marsciano, dove di recente c’è stato uno scontro piuttosto acceso sulla possibilità di realizzare una moschea, con tentativi di ricreare “scontri di civiltà” in miniatura, da parte di alcuni.

Ai costruttori di muri, agli esaltatori delle difese dei valori dell’occidente, come se poche decine di persone possano davvero mettere in crisi l’identità di un paese, i ragazzi di “Keti Kola Kelamihan” oppongono quell’emozione che mettono nello spiegare la loro volontà di abbatterli, quei muri, per usarne le pietre per costruire ponti. Tutti hanno preparato interventi scritti che leggono diligentemente per evitare di essere fraintesi, per spiegarsi al meglio, loro che sanno meglio di molti cosa significhi non essere capiti e dover saltare ostacoli. Ma oggi è un nuovo inizio.

Sono le sette di sera quando la presentazione pubblica di “Keti Kola Kelamihan” finisce. Finisce bene, Con la musica di Alex e i sorrisi rilassati e le pacche sulle spalle e le strette di mano. Fuori, a poche decine di metri di distanza ci sono già i carabinieri. Sono cinque, stazionano davanti all’entrata del teatro comunale. Diventeranno un po’ di più col passare del tempo. Fino a quando alle 21 in quel teatro arriverà Magdi Allam, ribatezzatosi Cristiano, che verrà a parlare di “Islam e difesa dei valori dell’occidente” e a illustrare «gli scenari possibili dopo il no alla moschea a Marsciano». I muri. E i ponti. Nello stesso giorno. A poche centinaia di metri.

Foto di copertina di Elisabetta Corrao
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Fabrizio Marcucci
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  1. elisabetta 4 novembre 2017 at 0:02

    davvero un bell’articolo….complimenti. Una visione di tante sfaccettature, interpretato, fluidamente descritto, tutto. Comprese le emozioni. Grazie. Elisabetta

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