I servizi pubblici locali sono uno dei più lucrosi affari per multiutilities che hanno una potenza tale da poter indirizzare a proprio piacimento l’andamento di intere comunità. Le cooperative di utenza hanno una storia secolare, (r)esistono e rappresentano un’alternativa già in essere

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Ci sono fenomeni la cui importanza va molto al di là del loro dato quantitativo. Se ci si fermasse ai numeri, per dire, non avrebbe alcun senso affrontare il tema delle persone che si associano per gestire servizi pubblici all’interno di una comunità. Non avrebbe senso anche perché ognuno di noi ha a che fare con dei giganti i cui nomi (Acea, A2A, Hera eccetera) ci sono diventati familiari per il solo fatto che periodicamente ci recapitano una bolletta da pagare per il servizio che gestiscono: rifiuti, acqua, energia, gas. Si tratta di realtà così imponenti che diamo per scontato siano loro, e nessun altro, a gestire e fare profitti con il servizio per cui paghiamo. Sì, la situazione potrebbe cambiare in seguito a una gara d’appalto. Ma a gigante si sostituirebbe gigante, sembra un fenomeno naturale. E chi è di così grandi dimensioni è in grado di mettere in ombra chiunque, figuriamoci se non ci riesce con una manciata di piccole cooperative.

Ma il fenomeno dei giganti che fanno profitti gestendo servizi pubblici non è dato naturalmente. È un prodotto umano, e non irreversibile. Questa è la prima delle buone ragioni per fare luce sul cono d’ombra prodotto dai giganti con la loro mole. E non è la sola. Perché come sostiene Pier Angelo Mori – docente di economia politica all’Università di Firenze che al tema ha dedicato diverse pubblicazioni – le cooperative di utenza rappresentano una terza via in grado di sfuggire alle disfunzioni della tenaglia pubblico-privato. Inefficienza, tariffe alte e non di rado clientele che inficiano il servizio sono alcuni dei fenomeni a cui si può ovviare con una gestione nuova e al tempo stesso antichissima come quella delle coop di utenza. Che nascono sostanzialmente per due ordini di motivi: gestire i servizi in zone impervie e abbassare le tariffe. Poi c’è l’altro motivo – quello delle formiche che sfidano i giganti – che Mori nelle sue ricerche non affronta, ma entra a buon diritto in questo ragionamento. Ma per questo dobbiamo parlare di numeri.

I giganti e i piccoli Golia

Il fenomeno delle coop di utenza esiste, ma è così messo in ombra dai giganti che si fa fatica perfino a definirlo. Non c’è un dato ufficiale aggregato. Le stime si devono tutte ai lavori di Mori, che prendendo in esame il caso delle cooperative elettriche, le più diffuse, indica tra le trenta e le quaranta le realtà di questo tipo esistenti in Italia. Secondo quanto si estrapola dai rapporti dell’Aeeg (l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico) ci sono 32 cooperative elettriche (di produzione e distribuzione) che operano nel campo della produzione e distribuzione dell’energia elettrica, tutte nel profondo Nord. Trentamila sono i soci e 65 mila le utenze servite. La produzione è di 400 milioni di kWh annui. Altri dati parlano di 40 coop elettriche che coprono il servizio in 60 comuni coinvolgendo 51 mila utenti con 300 milioni di kWh annui prodotti. Le cifre differiscono di poco. La media dei soci per ciascuna cooperativa è di poco meno di mille, mentre gli addetti sono otto in media per ciascuna coop. E i giganti? Per fare due esempi, A2A, potente multiutility milanese, conta 12 mila addetti e nel 2015 ha fatturato poco meno di 4,3 miliardi. Acea di occupati ne ha 7 mila e fattura 3,6miliardi. Ancora, parlando di numeri, il fabbisogno annuo di energia in Italia si aggira sopra i 340 mila gWh. Ciò significa che la produzione e distribuzione di energia cui provvedono le coop di utenza rappresenta appena lo 0,1 per cento del totale.

Il bello e il buono di essere piccoli

Già, ma allora di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando, nel caso dei giganti, di realtà che fatturano in un anno tre-quattro volte di più più di quanto iscrive a bilancio un comune importante come Firenze (poco più di un miliardo di euro). Si tratta quindi di entità, come si capisce bene, dotate di una potenza che consente loro di dettare, se lo vogliono, l’agenda alle città che “servono” con le loro attività, di indirizzarne lo sviluppo. E, se vogliamo, si tratta di realtà che vista la loro dimensione diventano anche difficili da controllare per gli enti pubblici che dovrebbero farlo. Le “formiche” cooperative questa potenza non ce l’hanno. E non solo. Le piccole cooperative non dividono gli utili, e ciò le rende soggetti economici che non perseguono il profitto bensì la soddisfazione dell’utenza, essendo gli eventuali utili reinvestiti nell’attività o utilizzati, in numerosi casi, per fare sconti agli utenti. Succede così alla E-Werk Prad Genossenschaft, cooperativa che produce annualmente circa 21 milioni kWh di energia elettrica, mentre il fabbisogno dei suoi utenti, i residenti del comune di Prato allo Stelvio, nella provincia di Bolzano, ammonta a circa 11 milioni di kWh. I dieci milioni di avanzo, vengono venduti alla rete, e con i proventi da essi derivanti si tengono basse le tariffe energetiche di questo comune montano di 3.400 residenti.

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Un modello, diversi attori

Ma non si deve pensare al mondo delle cooperative di utenza come a un pianeta a una dimensione. L’Aeg, che garantisce a Ivrea la distribuzione di energia e gas, conta circa 33 mila utenti, compra e rivende circa 350 milioni di kWh di energia e 65 milioni di metri cubi per quanto riguarda il metano. Ha circa 20 mila soci clienti e circa il 40 per cento di loro è di Ivrea. Quindi anche nel caso delle cooperative, si può dare il caso di strutture di una certa dimensione. E allora, si chiederà, come la mettiamo con il discorso della “potenza” in grado di dettare lo sviluppo dei territori di cui si parlava poco fa a proposito dei giganti? Un attimo. Intanto, le cooperative sono strettamente connesse al territorio nel quale operano: i soci sono lì residenti e la coop nasce proprio per soddisfare le loro esigenze. Inoltre, la coop di utenza soddisfa tutta una serie di requisiti a cui i giganti sfuggono. Primo, c’è la questione dell’informazione, o, per dirla meglio, della trasparenza: «La titolarità d’impresa da parte degli utenti, sommata alla governance democratica, permette l’accesso diretto dei soci-cittadini alle informazioni interne e questo può ridurre, se non addirittura eliminare, le asimmetrie informative sulla qualità del servizio», dice Mori. Secondo, e sempre per dirla con le parole di Mori: «La cooperativa di comunità diventa strumento di partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi: attraverso di essa i cittadini cessano di essere semplici elettori e diventano imprenditori».

Il controllo popolare

Quest’ultimo aspetto rimanda alla possibilità di costruire, con le cooperative di utenza, un modo nuovo di intendere la partecipazione e di rendere per questa via più efficienti i servizi. Sia nel caso della gestione pubblica che in quello della gestione privata, una delle note dolenti è stato proprio il controllo. Quando, con le liberalizzazioni e le privatizzazioni, i servizi pubblici sono stati dati in appalto ai giganti, l’ente locale o statale si è riservato il ruolo di controllore. Ma questo non sempre è stato svolto come si sarebbe dovuto. Quando i servizi erano ancora municipalizzati, il cittadino aveva sì la possibilità, con la sanzione del voto, di mandare un segnale, e anche di modificare gli assetti di una determinata azienda comunale. Ma il processo era ed è molto più lento e farraginoso rispetto al controllo di un’azienda cooperativa e all’informazione diretta di cui dispongono i cittadini-soci-utenti. In una cooperativa di utenza la catena di controllo è assai più corta, la consapevolezza dell’utenza assai più diffusa, e revocare mandati e cariche più semplice, oltre ad essere fatto in maniera più consapevole dall’assemblea dei cittadini-soci-utenti.

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Antico e moderno

Ok. Ma allora le cooperative di utenza sono davvero una svolta per la gestione dei servizi pubblici locali? Per molti degli aspetti sopra accennati si può sicuramente dire di sì. Certo, le coop di utenza hanno bisogno di cittadini consapevoli e desiderosi di partecipare. Il che significa però poter dire la propria con cognizione di causa sullo sviluppo verso cui indirizzare la comunità di cui si fa parte, oltre che su come gestire un determinato servizio. E hanno una diffusione e una longevità, le cooperative di utenza, che rappresentano un ulteriore elemento a loro vantaggio. Agiscono in vari settori: oltre all’energia, l’acqua e pure le telecomunicazioni. Sono presenti in tutta Europa: dalla Gran Bretagna, alla Spagna; dalla Francia alla Germania. E una delle primissime realtà del genere la Società per l’illuminazione elettrica di Chiavenna, in provincia di Sondrio, è nata nel 1894 ed è ancora attiva. Nel 1962, quando vennero nazionalizzate le imprese elettriche per dare vita all’Enel, le cooperative con cui gli utenti soddisfacevano le proprie esigenze senza fare profitto, erano più di duecento. Nel corso del tempo l’Enel da pubblico è diventato privato. Mentre alcune delle cooperative che gli preesistevano sono ancora lì a svolgere il loro lavoro secondo l’antica vocazione: gli interessi dell’utenza e null’altro. Resta una criticità, sì. A volte per gestire i servizi pubblici locali è necessaria una mole di investimenti che non è facile da trovare. Se però a livello nazionale, e magari pure locale, si prevedessero norme e appositi incentivi, per favorire la moltiplicazione di questo tipo di realtà, si raggiungerebbero diversi obiettivi con una sola mossa: più informazione, territori più controllati e piani di sviluppo che tengano nel debito conto i territori stessi, i quali sarebbero messi al riparo dagli artigli di giganti che non vivendo sui territori li vedono solo, o quasi, come frutti da cui spremere profitto. Tutto questo si può indicare anche con una parola sola: autodeterminazione.

Foto di copertina tratta da www.pixabay,com
Fabrizio Marcucci
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