Rivive in un film-documentario la storia del centro sociale di Perugia. Una vicenda mai scritta e raccontata così bene di una struttura che ha avuto conseguenze ben al di là della sua stessa esistenza e ha segnato più di una generazione

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Il vociare delle decine di persone fuori dal cinema lo sentivi via via sempre più definito, domenica sera, mentre dai vicoli intorno ti avvicinavi all‘entrata. L‘entrata la vedi all‘ultimo momento, ma la presenza delle persone fuori la percepisci prima. Succede spesso, al Postmodernissimo. Ma stavolta più di sempre. Due, tre generazioni di persone. Nello stesso posto. Per vedere la stessa cosa. Tante da costringere gli organizzatori a replicare la proiezione in più sale. A non voler mancare alla prima di “Ex-Cim – Mattone su mattone” sono stati cinquantenni protagonisti della storia, ventenni che quando quelle cose succedevano non erano neanche nati, e trenta-quarantenni che dell‘Ex-Cim avevano sentito solo parlare dai più grandi di loro, o forse l‘avevano visto già sgomberato e senza più vita dentro; i graffiti colorati sulle pareti esterne e le porte murate a sancirne il ritorno alla segregazione dalla città.

Una storia che non era mai stata scritta,
eppure quella vicenda ha segnato non solo
una generazione, ma anche molto di ciò che è venuto dopo

La vicenda è quella di un centro sociale – l‘Ex Cim, appunto – occupato dal marzo del 1994 fino allo sgombero dell‘estate 1996. Ma va molto al di là della stessa struttura e della città di provincia, Perugia, nel cuore della quale si trovava. Perché dentro ci sono stati spesi pezzi importanti di vita di centinaia di persone, ci sono cambiate vite. Perché senza neanche averne la piena consapevolezza lì si gettavano i semi di cose che sarebbero venute dopo, le più diverse. E perché quell‘esperienza è stata la stessa che in quegli anni un pezzo importante di quella generazione andava facendo a Perugia come a Padova, a Milano, Taranto, Napoli, Ancona, Palermo e in decine di altre città grandi e piccole di quell‘Italia che nel frattempo passava frettolosamente dalla prima alla seconda repubblica. Ed è questa la risposta più calzante che ti viene alla prima domanda che ti fai nel vedere tanta gente e di così diverse età ed estrazioni accalcata compostamente per andare a vedere “Ex-Cim – Mattone su mattone“. Tanta e mescolata come non se ne vede quasi più, rinchiusi come siamo ognuno nella sua nicchia. Perché? Perché c‘è una asimmetria sconcertante tra ciò che è stato quel pezzo di storia e come e da chi è stata raccontata finora. Le centinaia di persone di domenica sera era come se stessero lì a colmarla questa asimmetria. Perché è una storia sedimentata nelle coscienze di molti, ma rimasta appesa alla oralità di chi l‘ha vissuta. Non scritta in nessun modo. Perché essendo anti-istituzionale non è stata codificata se non in qualche verbale di polizia, in qualche immagine sfocata di repertorio, in qualche articolo di giornale che però interveniva solo quando il conflitto con le istituzioni si faceva più aspro. Ed è quindi una storia a cui mancavano pezzi fondamentali. Una storia distorta, raccontata spesso da chi non la conosceva se non per luoghi comuni nefasti.

Conosco dei diciassettenni che quando
gli ho parlato di centro sociale mi hanno
guardato sbigottiti e mi hanno chiesto che è?

Andrea e Ivan Frenguelli, i due registi a cui si deve l’inedito della scrittura di una storia mai detta finora, seppure assai feconda, l‘hanno capito nel 2010, da quando cioè hanno cominciato a dissotterrare reperti. Loro – che qualche anno fa hanno dato vita al Postmodernissimo insieme ai due compagni di viaggio Giacomo Caldarelli e Andrea Mincigrucci, e al pubblico che ha fatto diventare questo un cinema che è molto più di un cinema – sono di quella generazione venuta su immediatamente dopo l’Ex-Cim, e più in generale dopo la stagione dei centri sociali. Ma ne hanno colto quella che è l’archetipicità. C’hanno messo anni, a ricostruire le cose. Perché la storia nei centri sociali si faceva non veniva scritta, codificata; gli avvenimenti si succedevano in maniera rutilante, e i fili è stato necessario andarli a rinvenire con un lavoro certosino di ritorno alle fonti originali che non avevano mai parlato così. Ne è valsa la pena. «A Perugia, un certo tipo di mondo è nato lì – dice Andrea – dall’hardcore alla techno, dall’hip hop a esperienze più prettamente politiche, tutto quello che è esploso dopo in altri posti, ha le sue radici all’Ex-Cim». E anche questo, vale per l’Ex-Cim come per decine di esperienze sparse in tutta Italia. Può apparire bizzarra una cosa del genere detta oggi. «Al cinema abbiamo dei diciassettenni che vengono per il programma di alternanza scuola-lavoro, e quando gli abbiamo parlato di centro sociale, hanno sgranato gli occhi e ci hanno chiesto e cos’è?», dice Ivan. E in effetti, in quel buco che è stata la mancata scrittura di quel pezzo di storia fino ad oggi, gioca un ruolo potente l’alterità di quel momento e di quelle esperienze rispetto a oggi.

Un centro sociale? E che è? “Ex-Cim – Mattone su mattone“ prova a dirlo, attraverso le voci dei protagonisti. È un posto in cui in genere faceva freddo, si respirava umidità anche a causa, spesso, della vastità degli spazi. E dove di sera la luce non era mai abbastanza. Eppure era un luogo caldo e luminosissimo. Perché le persone più diverse ci trovavano il loro modo di stare al mondo. Che era diverso l’uno dall’altro. Ma si conviveva, non senza qualche conflitto, ma si conviveva. C’erano i comunisti e gli anarchici, le femministe e i punk e mille altre sfumature di quell’arcipelago di persone che volevano autodeterminarsi. E che per questo sceglievano percorsi anti-istituzionali. Auto era un prefisso che apriva tutta una serie di parole: autodeterminazione, autogestione, autonomia, ed era forse il comune denominatore che univa le diverse anime che popolavano l’Ex-Cim come le esperienze analoghe che spuntavano in tutta Italia. C’erano dei bisogni da essere soddisfatti. Il potere costituito andava sfidato alla radice, non c’era nessun timore reverenziale. E non si aveva la pazienza di aspettare o di istituzionalizzarsi. Anzi. Ci entravi anche senza troppa consapevolezza politica, dentro un centro sociale. Magari perché avevi solo la necessità di un posto dove andare e quelle pareti riparavano. E lì ti formavi all’antifascismo, all’antirazzismo, all’antisessismo, all’orizzontalità delle decisioni, a una forma di democrazia radicale che si pensava come liberazione. E lì nascevano sperimentazioni proficue, perché c’era da cambiare le cose, e se il cambiamento è un’urgenza, sperimenti davvero e inventi cose nuove. Reinventi anche te stesso. Tutto questo emerge con nitidezza nel lavoro di Andrea e Ivan.

C’era l’esigenza di un posto più grande,
eravamo diventati in troppi, e il luogo
dove ci trovavamo non bastava più. Occupammo

L’Ex-Cim viene occupato nel momento in cui lo spazio di via Goldoni si fa stretto. «Organizzavamo iniziative e gli spazi non bastavano più», dice una delle voci narranti raccolte da Andrea e Ivan nel film-documentario. Via Goldoni è stata la levatrice del centro sociale. Era uno spazio in cui operava il collettivo “Rossovivo”, nato sulla scia dell’occupazione delle università, la Pantera, a cavallo fra il 1989 e il 1990. È perché lo spazio per le iniziative e per le persone non bastava più che si decide di prenderne uno più grande. Semplice. Come per il prefisso auto, che precede parecchie delle parole usate dentro i centri sociali, anche i luoghi che venivano occupati portano spesso davanti un’altra particella, in questo caso un avverbio: ex. Perché erano tutti posti che avevano avuto una funzione prima di essere stati abbandonati e lasciati al degrado: fabbriche, mattatoi, pezzi di archeologia industriale. Nel caso di Perugia ex sta davanti a Cim, che sta per “Centro di igiene mentale”. Perché quella palazzina era stata luogo di contenimento forzato per persone con disabilità psichica fino a quando un altro movimento potentissimo, quello della psichiatria di comunità, che a Perugia ha avuto una delle sue punte più avanzate, quelle porte chiuse le aprì. L’Ex-Cim, quindi, tecnicamente fu una sorta di riapertura adattata ai tempi.

Rompemmo i lucchetti ed entrammo,
fu facile, e nel giro di qualche ora
arrivarono centinaia di persone

Nasce all’alba dell’11 marzo 1994, l’Ex-Cim. «Rompemmo i lucchetti ed entrammo», dice un’altra delle voci narranti. Facile. Insomma. Facile se rappresenti un bisogno diffuso e te ne fai interprete. E fu così, nel caso dell’Ex-Cim. «Entrammo che eravamo qualche decina, alcuni andarono subito a fare volantinaggio in centro e già all’ora di pranzo ci ritrovammo in tantissimi», echeggia un altro ricordo. Tantissimi. Da lì la macchina si mette in moto in maniera naturale. Ci si comincia a prendere cura di tutto: impianti, palco, cucina. Ognuno fa quello che sa, quello che può. Ognuno prende la sua stanza: dalle donne del collettivo femminista ai futuri tatuatori, dai graffitari ai marxisti-leninisti agli anarchici. Di spazio ce n’è tanto. E si va. Di iniziativa in iniziativa. Nei due anni di vita dell’Ex-Cim ne sono state organizzate circa quattrocento. Si sono mossi 150 milioni l’anno (in lire), che sono andati per finanziare le attività e le tante campagne cui si aderiva: da quella per Silvia Baraldini, detenuta negli Stati Uniti, a quella per l’attivista afroamericano Mumia Abu Jamal. Sono passati decine di gruppi che avrebbero fatto la storia della musica indipendente italiana, dagli Assalti Frontali agli Africa Unite. E sono nati e cresciuti gruppi in quelle stanze che hanno a loro volta germinato in diverse derivazioni. Per la stessa ammissione del suo fondatore, la palestra popolare di Perugia non sarebbe mai nata senza l’esperienza dell’Ex-Cim. Tanta roba, insomma. Che è andata ben al di là dei due anni di vita della struttura.

La tensione con le istituzioni che minacciavano
lo sgombero è stata continua e ha assorbito
energie che potevano essere spese per obiettivi migliori

La vita dell’Ex-Cim è stata esaltante, ma non priva di difficoltà. La madre di tutti i problemi è stata la spada costantemente pendente dello sgombero. Che ha assorbito energie che probabilmente sarebbero state destinate a obiettivi migliori. Ma tant’è. Il conflitto è conflitto. E i percorsi anti-istituzionali portano con sé ostacoli da superare, e a volte a sbatterci contro. Solo che a riguardarla indietro, la storia, mentre sotto gli occhi scorrono le immagini del film di Andrea e Ivan, ci sono degli aspetti caricaturali. Se si mette su un piatto la fucina di idee, iniziative, costruzioni, esperienze e percorsi di vita che l’Ex-Cim e più in generale il fenomeno dei centri sociali hanno rappresentato in tutta Italia, e sull’altro il modo con cui le istituzioni e l’establishment più in generale hanno affrontato la faccenda, non si può che notare l’inadeguatezza di un’intera classe classe dirigente, la sproporzione dei toni usati, della repressione agita contro un pezzo di generazione che rigenerava spazi morti perché voleva luoghi in cui fare da sé, trovare un percorso, cambiare quello che era considerato odioso, e che alla fine ce l’ha pure fatta a far germogliare qualcosa, nonostante il clima intorno fosse più ostile che mai. Eppure all’Ex-Cim, ai più strutturati politicamente si sono uniti pezzi di periferia, quei «freghi», come li definisce Andrea in slang perugino, che chissà dove sarebbero finiti se lasciati alla strada. Le “istituzioni” avrebbero dovuto ringraziare. Invece risposero con le minacce prima e lo sgombero poi.

La folla all'interno del Postmodernissimo in occasione della proiezione di "Ex-Cim"

La folla all’interno del Postmodernissimo

Eppure, il fatto che a ventiquattro anni esatti dal giorno dell’occupazione, davanti al Postmodernissimo ci fosse questa disordinatamente composta folla eterogenea a parlare, scambiarsi pacche sulle spalle e baci, a salutarsi dopo anni; questa folla multi-età e multicolore che oggi non ha molte altre occasioni e luoghi per mescolarsi, almeno due cose le testimonia. La prima è che l’opera di Andrea e Ivan era in qualche modo necessaria, si colloca, con tutte le differenze del caso, sulla scia di “Un viaggio che non promettiamo breve”, il libro di Wu Ming 1 sul movimento No Tav. Ha radici forti. Ha intercettato un bisogno, colmato una lacuna. La seconda è che la storia dell’Ex-Cim è andata ben al di là di come era stata raccontata fino a oggi. Ha prodotto culture, azioni rimaste nell’immaginario tanto più importanti se si pensa alle parole di Andrea, che quando gli chiedi cosa resta oggi ti risponde così: «Oggi resta più l’attitudine che il gesto», con Ivan che chiosa: «Servirebbe un posto così, dove fare quello che si desidera». Forse sì. O forse le cose prendono altre forme. E forse anche il Postmodernissimo – questo cinema che è molto più di un cinema, dove si è radunata domenica quella folla disordinatamente composta – se vai a scavare bene ha qualche filo che porta lì, all’esperienza dell’Ex-Cim. Chissà.

In copertina, il piano di lavoro di Andrea e Ivan Frenguelli per le lavorazioni di "Ex-Cim"
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Fabrizio Marcucci
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