A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale proviamo a tracciare un quadro dell'Italia che siamo. Perché è comunque da qui che si ripartirà

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A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, e a prescindere da quale sarà l’esito delle elezioni, si può già trarre un bilancio di cosa è oggi l’Italia. Un bilancio per forza di cose parziale. Intanto perché ogni punto di vista è parziale, e quello che state leggendo non sfugge alla regola. Poi perché un paese non si specchia del tutto nella sua classe politica o nei temi toccati dai candidati. E, se per politica si intendono solo i partiti, allora sicuramente non tutto è politica. Quella classe politica e quei temi rappresentano però un punto di partenza per capire dove ci troviamo. Non c’è la precisione del “voi siete qui” – anzi, in questo caso, del “noi siamo qui” – che si trova nelle mappe dei luoghi turistici, ma c’è una discreta approssimazione. Ci sono i segni del tempo, ecco.

Il futuro non esiste

Intanto, il futuro non esiste. La campagna elettorale si è giocata in un immenso “qui e ora” nonostante domenica si andranno a eleggere le persone che faranno leggi per i prossimi cinque anni, le quali dovranno valere presumibilmente per ben più dei prossimi cinque anni. Certo, si dirà, i programmi dei partiti valgono di per sé per il futuro, è sottinteso, e dall’oggi devono partire. Sì. Ma il futuro non è mai stato evocato come forma di riscatto, di progresso, di luogo in cui le cose cambieranno davvero, bensì come momento della resa dei conti, come l’ora in cui la si farà pagare a qualcuno. Come riduzione di qualcosa per qualcuno (principalmente “casta” e migranti) più che come aumento del benessere per i più. Questo è il frutto dell’Italia del risentimento, del rancore, come è stata definita. È il frutto di dieci e più anni di crisi in cui le prime ad essere state tagliate sono state le aspettative, con tutto quello che ne consegue.

Soli al mondo

L’Italia poi, sembra essere l’unico paese del mondo. È completamente mancata la politica estera, come tema. Eppure siamo in un’economia globalizzata in cui la scelta della Cina di produrre più o meno acciaio può provocare conseguenze sulla vita delle persone che lavorano nelle acciaierie di Terni, Piombino, Taranto, Genova. Eppure siamo la sponda naturale di un continente in profonda trasformazione come l’Africa. Eppure siamo parte di una Unione europea che dovrebbe essere tema domestico, più che di politica estera. E che invece si è affacciata sul dibattito solo come vincolo di bilancio o come sciagurato mancato partner nella gestione dell’emergenza dei migranti, che emergenza non è. Quello dell’Europa è un caso di studio. Sembra che l’Italia non ne faccia parte. Che sia costretta a seguire la via dell’austerità dettata dal capitalismo finanziario. O che debba uscirne. È scomparsa la politica, cioè la possibilità di cambiarla l’Europa. Da dentro. Certo, la vicenda di Tsipras, l’unico leader continentale ad aver compreso l’altezza della sfida e averla agita, può aver scoraggiato: costretto all’umiliazione sua e del suo paese anche a causa della mancata sponda dei partiti della sinistra europea e dell’immensa forza del capitalismo finanziario. Sta di fatto che il tema, semplicemente, non è esistito in questa campagna elettorale. Eppure è una questione da cui dipendono direttamente le nostre vite quotidiane schiacciate dai vincoli di Bruxelles. Ed è enorme; vero. E non si risolve in un giorno; giusto. E necessiterebbe di un lavoro politico e diplomatico immane; sacrosanto. Ma proprio per questo avrebbe dovuto almeno far capolino. Invece, niente.

Il centrosinistra

La coalizione raccolta intorno al Pd – se di coalizione si può parlare, visto che di quattro partiti tre rischiano di non raggiungere la soglia di sbarramento – è un equivoco. Dovrebbe essere forza di progresso, mentre oggi si presenta come la garante dello status quo. Che per carità, può piacere, ma non è progresso. Il centrosinistra ha perso qualsiasi connotazione di forza di trasformazione del reale e sfoggia oggi le credenziali del curatore di un corretto svolgimento dell’esistente. Di sponda naturale di quell’Europa che sarebbe da cambiare per gran parte dell’elettorato. Certo, c’è una reminiscenza di ciò che fu: un po’ di diritti civili, un po’ di attenzione all’uguaglianza, almeno a parole. Ma la sostanza è che il centrosinistra si presenta all’elettorato come una forza di conservazione, o per lo meno è percepito come tale. Nel senso più letterale del termine. Il messaggio è: con noi si continua così, se votate gli altri chissà che succede. Il tutto dentro un orizzonte che però è di crisi feroce, in cui la trasformazione viene quasi naturale chiederla.

Il centrodestra

Il centrodestra è quella che un tempo si sarebbe definita la forza della reazione. Del ritorno all’indietro. È il blocco politico cui si deve in massima parte il ripiegamento su se stesso del paese. Perché ha preso l’egemonia su molti dei temi, detta l’agenda. E il resto del panorama politico e dell’opinione pubblica sono costretti a corrergli dietro, a giocare di rimessa. Ritorno all’indietro non è un giudizio di valore: la flat tax ad esempio, tratta ricchi, poveri e ceto medio allo stesso modo. Si può discutere sui tecnicismi, ma è evidente che il messaggio è un’abdicazione dello stato come lo si è conosciuto in Europa, e un imperativo: arrangiatevi, che è un ritorno all’ottocento o anche più indietro. La volontà di chiudere le frontiere e la sottesa tendenza a ripristinare una società di bianchi cattolici è un altro ritorno all’indietro. Niente di male, tutto legittimo per carità. Basta intendersi, però. Il centrodestra di oggi quindi, non è conservatore, non conserva, punta a un ritorno all’indietro. Ed è quella che appunto una volta si sarebbe chiamata forza di reazione. Il problema è che le forze di reazione hanno storicamente reagito a salti in avanti. Oggi, nella assoluta mancanza di salti in avanti, il centrodestra più che forza di reazione andrebbe definito come una forza regressiva, letteralmente: del tornare indietro, ma senza che ci sia il bisogno di opporsi a salti in avanti. Non conservazione, ritorno indietro proprio.

I cinque stelle

Per chi ha una qualche familiarità con le analisi che del Movimento cinque stelle hanno fatto il collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming e il giornalista-scrittore Giuliano Santoro, c’è poco da aggiungere (a questo link si trovano diversi contenuti). Qui è sufficiente rilevare come i cinque stelle abbiano tratto giovamento dal malcontento generale dovuto alla crisi per normalizzarlo. Per canalizzarlo cioè verso un obiettivo innocuo: sostanzialmente la casta. Tenendolo lontano da una trasfornazione radicale (di sistema). Cosa che, per capirsi e al di là degli esiti, è avvenuta con Podemos in Spagna e con Syriza in Grecia. Questa anestetizzazione del malessere la si è potuta toccare con mano diverse volte. L’ultima è quella della presentazione della “squadra di governo” del M5S. I possibili ministri sono stati rappresentati come eccellenze, come esperti. Dando a intendere che per cambiare le cose sia sufficiente aver studiato. Non è così. La trasformazione è sempre di parte, e per una parte. Si può essere esperti di tasse e mettere a punto la flat tax, e si può essere esperti di tasse e studiare un sistema progressivo avanzato e quindi di redistribuzione della ricchezza. La monodimensionalità dei cinque stelle è da un lato una forza, poiché consente loro di non fare scelte di campo e individuare bersagli facili, ma dall’altro ne mostra l’inconsistenza, l’incapacità, o la non volontà di scegliere. Lo dimostra l’ignavia mostrata, da ultimo, sui fatti di Macerata (né di qua né di là); lo dimostra l’atteggiamento pilatesco, quando non regressivo, sull’immigrazione.

La sinistra

C’è una parte che alcuni temi (Europa, disuguaglianze impressionanti e crescenti, futuro, diritti, trasformazione) ha provato a declinarli. Ma è una parte che sconta un ritardo di elaborazione, pratiche e capacità di comunicazione che purtroppo la riduce a forza di testimonianza. Si divide tra Liberi e uguali, formazione creata in fretta e furia e percepita dai più come operazione di ceto politico, e Potere al popolo, forza che individua e mette a fuoco le criticità e tenta di prefigurare soluzioni, ma fatica ad acquisire massa critica. Se son rose fioriranno. Ma ancora è inverno pieno.

In copertina: foto tratta da www.publicdomainpictures.net e rilasciata in licenza Creative Commons
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Fabrizio Marcucci
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