A Jenin un gruppo di coraggiose ha fatto di una tradizione uno strumento di riscatto. E oggi, grazie a una cooperativa di commercio equo italiana, sta facendo il secondo passo. Riuscendoci

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Fabrizio Marcucci

“Quando siamo tornati a Jenin nell’agosto scorso abbiamo ritrovato otto delle donne che avevamo conosciuto anni fa ancora lì, a lavorare nella fabbrica di saponi”. Mentre lo dice, sul volto di Stefania si allarga un sorriso. Quello di chi ha maturato la consapevolezza che le conseguenze di ciò che fai le vedi col tempo; che annaspare nella quotidianità non aiuta a percepire i cambiamenti, e neanche a provocarli. È un po’ la lezione di Asma. “È stata lei – racconta sempre Stefania – a incoraggiarci per il lavoro che stiamo facendo, assicurandoci che sta dando frutti e spingendoci ad andare avanti. Lei, capito? Lei che sta in una zona di guerra che incoraggia noi che stiamo in Italia”. Asma è una delle palestinesi animatrici di Aowa (Association of Women’s Action for Training & Rehabilitation), una realtà che lavora tra Nablus e Gaza, Ramallah ed Hebron, Tulkarem e Jenin. Stefania è socia-lavoratrice di Ponte solidale, cooperativa di commercio equo e solidale che nel 2008, in collaborazione con Aowa, ha avviato un progetto che ha consentito di portare nelle botteghe del commercio equo di tutta Italia i saponi fabbricati da questo gruppo di donne del campo profughi di Jenin che hanno deciso di sfidare le leggi innaturali che governano le terre in cui vivono per migliorare le loro condizioni. Che poi vuol dire migliorare le condizioni di tutti, in quel fazzoletto di terra in cui niente, o quasi, è normale.

Il secondo passo

Da queste parti, secondo quanto documenta infoMercatiEsteri, la disoccupazione generale è al 27 per cento, ma per le donne lievita al 36,5. Qui è un problema muoversi, e ti può capitare che le terre che coltivavi fino a ieri, domani le trovi inaccessibili perché tra te ed esse hanno costruito un muro. Qui commerciare i prodotti è una corsa a ostacoli e reperire materie prime diventa assai arduo quando i fornitori si trovano oltre frontiera, come è successo alle produttrici di sapone di Jenin. Ma siccome le donne di Aowa sono tenaci, oggi Asma e le altre, con Ponte solidale ancora una volta al loro fianco, stanno compiendo un altro passo, il secondo, dopo aver trasformato il fare saponi in un’impresa: l’avvio della produzione di olii essenziali, imprescindibili per produrre sapone, che prima venivano importati dalla Siria e costavano molto, e il cui arrivo era sottoposto a mille imprevisti, moltiplicatisi con la guerra. Si tratta della prima impresa del genere in Palestina. E per questo Asma e una delle sue compagne, Hana, grazie al progetto di Ponte solidale finanziato con l’otto per mille della Tavola valdese e attuato col sostegno di molti partner motivati (Liberomondo, Ya basta Perugia, Infarmazone, Felcos, Assopace), sono arrivate in Italia per visitare laboratori, incontrare esperti in distillazione di piante e prendere accordi con Liberomondo, la centrale di importazione dei prodotti del commercio equo e solidale che provvederà a far arrivare in Italia le nuove produzioni, di cui sono già in prova i primi campioni.

La tradizione rovesciata

Non è poco per chi abita in una terra in cui niente, o quasi, è normale. Non è poco per Siham e Mayson, Najwa e Najah e le altre, il cui futuro dipende in buona parte da come andrà l’impresa che hanno messo in piedi. Che poi non si tratta solo del futuro di queste donne, ma di molto altro in più. Intanto, perché se in Palestina la vita è difficile in generale, per le donne – come nel resto del mondo – lo è ancora di più. Per capirlo, conviene ripercorrere alcuni dei risultati raggiunti dalle battaglie cui Aowa, nella sua ultraventennale attività, ha preso parte: non c’è più bisogno del permesso dell’uomo per ottenere documenti di viaggio; c’è la possibilità di mantenere il nome da nubile dopo il matrimonio; non è più necessario avere un accompagnatore maschio alle lezioni di guida; le vedove possono fare il passaporto ai loro bambini; una trentina di donne hanno avuto accesso alle dirigenze politiche locali; le donne incinta possono godere di tre mesi di maternità e avere un’ora libera al giorno a loro disposizione dopo la nascita del bambino. Tutto questo perché l’associazione di Asma e le altre non ha solo uno scopo economico, ma anche sociale. Anzi, Asma e le altre hanno capito che non c’è crescita autentica se insieme al potere d’acquisto non aumentano i diritti, la presa di coscienza, l’uguaglianza tra uomini e donne. È stato grazie al perseguimento di questo orizzonte alto che si è potuto fare di quella che era una tradizione da queste parti, la fabbricazione del sapone da parte delle donne, uno strumento di riscatto per le donne stesse, che per decenni hanno svolto quell’attività senza mettere il naso fuori dalla porta. Ed è per questo le fragranze dei saponi che sono entrati a far parte della linea Natyr di Altromercato, si stanno arricchendo e si mescoleranno con quelle degli olii essenziali che verranno prodotti qui, in questa terra dove niente o quasi è normale, da Siham e Mayson, Najwa e Najah e le altre, una quindicina in tutto, al lavoro sui saponi.

 Le donne e non solo

Già, niente o quasi e normale in Palestina. E per un curioso gioco di specchi, è questa anormalità che aggiunge valore alla funzione delle donne di Aowa. La situazione di guerra latente ha infatti allentato i morsi del patriarcato. Gli uomini vengono spesso incarcerati o uccisi e la scomparsa della figura maschile ha da un lato accresciuto il ruolo delle donne, dall’altro rende il loro percorso di emancipazione universale, nel senso che liberando se stesse, le donne contribuiscono a liberare l’intera società palestinese. Asma e Hana lo hanno ripetuto negli incontri che le hanno viste protagoniste in Italia. Nei loro discorsi la parola “donne” è stata nominata tante volte quante “occupazione” e “resistenza”. I saponi di Jenin insomma, che oltre che nel circuito del commercio equo e solidale, vengono commercializzati anche in Palestina, stanno contribuendo non solo a migliorare le condizioni di Asma, Hana, Siham, Mayson, Najwa, Naja e le altre, ma pongono le basi per un miglioramento complessivo dei palestinesi tutti, che dipendono sempre di più dalla loro componente femminile. L’essenza vera in questa partita piccola ma simbolicamente immensa insomma, non è quella degli olii, ma quella della battaglia per la dignità. In cui Asma e le donne di Aowa hanno già vinto, perché stanno dimostrando che il loro lavoro serve quanto quello degli uomini che le tenevano sottomesse e ora non possono più fare a meno di loro. La vittoria di tutti e tutte, che è quella di una terra libera in cui vivere, arriverà, forse, col tempo. A patto che si continui ad avere l’orizzonte alto e non si affoghi nella quotidianità in cui tutto sembra immobile e il movimento, spesso, è un’illusione ottica.

Nelle foto della galleria di Francesca Boccabella, Simone Bissoli e Stefania Guerrucci, le protagoniste e i prodotti del progetto "Donne di Palestina"
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Fabrizio Marcucci
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