Niente è scontato, in generale; men che meno la garanzia dei diritti e della democrazia. Oggi, questa non sembra più andare d’accordo con il liberalismo, quello classico e sano in base al quale ogni minoranza deve essere tutelata.

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Populismo e democrazia liberale vanno d’accordo? Yascha Mounk ha scritto Popolo vs democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, edito da Feltrinelli, e pensa che no, non vanno per niente d’accordo. Scopriamo l’acqua calda affermando che siamo nel pieno del “momento populista” evocato più volte a tutte le latitudini. E proprio per questo, per Mounk, il tempo per combatterne le cause profonde è oggi, altrimenti potrebbe essere troppo tardi. La tesi del libro è la seguente: la democrazia liberale, per come l’abbiamo conosciuta nel XX secolo, non è un sistema immutabile; bisogna fare molta attenzione, perché la storia è piena di regimi che sembravano eterni, ma che poi sono crollati (la democrazia ateniese, la repubblica romana o la Serenissima di Venezia) e di gruppi sociali la cui pace e stabilità è stata distrutta nel giro di poco tempo (i sacerdoti pagani, gli aristocratici francesi, i contadini russi o gli ebrei tedeschi). Non bisogna dare nulla per scontato neanche oggi, perché un gran numero di persone si sta letteralmente allontanando dalla democrazia ed è molto più aperto alle sue alternative autoritarie e perché i valori delle Costituzioni novecentesche non si difendono da soli.

Secondo Mounk, la democrazia è “un insieme di istituzioni elettive vincolanti che traducono efficacemente le opinioni del popolo in politiche pubbliche”, mentre le istituzioni liberali “proteggono efficacemente lo stato di diritto e garantiscono i diritti individuali come la libertà di parola, di culto, di stampa e di associazione a tutti i cittadini (comprese le minoranze etniche e religiose)”; una democrazia liberale è un sistema politico sia liberale, sia democratico, che “protegge i diritti individuali, da un lato, e traduce le opinioni del popolo in politiche pubbliche, dall’altro”. Ecco, oggi si stanno affermando e consolidando regimi di democrazia illiberale (quando non di dittatura vera e propria – ne abbiamo parlato in questo lungo post), che rispettano, in qualche modo, la volontà del “popolo”, ma non tutelano le minoranze (non mancano esempi specchiati, cioè di liberalismo antidemocratico, quando si è in presenza di diritti garantiti, ma senza democrazia, con il rispetto formale per le regole e per i diritti, ma senza che gli elettori abbiano voce in capitolo nelle decisioni: l’esempio lampante è quello dell’Unione Europea). E la democrazia liberale, quella che ha combinato diritti individuali e governo popolare, rischia di sgretolarsi.

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Le cause: la democrazia non “rende” più

È fondamentale capire cosa si può fare, in concreto, per combattere questa tendenza (nel libro ci sono dei suggerimenti, come vedremo); ma per far questo, è altrettanto fondamentale capire perché si è arrivati al punto di oggi. Una premessa: Mounk mette nello stesso calderone i populismi di destra e quelli di sinistra, cioè Trump e Podemos, Orbàn e Mélenchon, e anche i populismi strani, come quello del M5S. Secondo me e secondo tanti altri, si tratta di fenomeni diversi: le motivazioni del successo e lo stile politico-comunicativo possono in parte accomunare queste esperienze, ma le scelte concrete e le conseguenze sul livello di, appunto, democraticità liberale dei vari contesti in cui si collocano sono estremamente differenti. Ma tant’è, Mounk non fa differenza, e sostiene, anche se l’accento e la polemica li pone soprattutto contro gli autoritari di destra, che occorre combattere il populismo tout court.

Nel libro vengono sottolineati alcuni errori comuni nella lettura del populismo, e cioè il fatto che troppo spesso ci si concentri:
1. su vicende strettamente locali (mentre, nell’ascesa di movimenti e partiti autoritari, il contesto globale conta moltissimo);
2. su eventi solo recenti (cioè la crisi del 2008: invece, il successo dei populisti ha radici più lontane nel tempo);
3. su una singola causa alla volta (l’economia, gli immigrati, i social, etc.: le spiegazioni devono essere, al contrario, multicausali, perché fattori diversi possono incidere contemporaneamente);
4. sui modi più diretti ed evidenti in cui si manifestano le origini del successo dei populisti (visto che “le persone sono motivate non solo dal proprio destino ma anche da quello degli altri, e passano il tempo a riflettere sui loro timori per il futuro tanto quanto a soppesare le circostanze del presente, dobbiamo considerare anche modi più sottili e indiretti in cui l’ansia economica e l’ostilità razziale potrebbero manifestarsi nella nostra politica”).

Messe queste lenti per la lettura, Mounk sottolinea che alla base dell’ascesa dei populisti c’è un problema “di rendimento” delle democrazie liberali: nel corso del XX secolo, i cittadini (occidentali) sono rimasti fedeli a questo tipo di regime perché ha mantenuto la pace e “gonfiato i portafogli” o perché fossero “particolarmente devoti” ai suoi principi fondamentali? Forse l’attaccamento ai valori liberali e democratici potrebbe essere stato più superficiale e fragile di quanto non si pensi, e questo spiegherebbe come mai, oggi che le democrazie liberali scricchiolano anche economicamente, in così tanti siano attratti da proposte apertamente autoritarie. Ma da dove viene la crisi “di rendimento”? Secondo Mounk, la stabilità della democrazia era determinata da alcune “condizioni di possibilità” che oggi non esistono più. In tre ambiti precisi: quello economico, quello culturale/identitario e quello tecnologico/comunicativo. Vediamo.

a) Non c’è più il futuro di una volta

Le democrazie liberali, fino a poco tempo fa, hanno assicurato (ovviamente non a tutti) un aumento più o meno costante degli standard di vita e, soprattutto, buone speranze per un “futuro migliore”. Oggi non è più così; anzi, dalla crisi del 2008, le condizioni materiali di parecchie persone sono peggiorate notevolmente e, di nuovo soprattutto, le prospettive di crescita sono tutt’altro che garantite: ci sono ancora cittadini benestanti, certo, ma sono le aspettative di miglioramento ad esser state distrutte e le buone ragioni per pensare ad un futuro ancora più nefasto ad essersi affermate. Mounk fa emergere una conseguenza non di poco conto della Grande Recessione: oggi, a “rivoltarsi contro il sistema”, non sono necessariamente i più poveri o quelli che hanno vissuto sulla loro pelle il disastro economico (insomma, non è vero che Trump è stato votato – solo – da poveri e disoccupati), ma coloro che hanno più “da perdere”, cioè “quanti vivono ancora nel benessere materiale ma hanno una gran paura che il futuro sarà crudele con loro”.

b) Non c’è più lo Stato monoetnico

Quasi tutte le democrazie stabili sono state fondate come nazioni monoetniche o hanno consentito a un gruppo etnico di dominare sugli altri. Oggi questo dominio è sempre più in discussione” ed è molto vasta l’opposizione al pluralismo etnico e culturale. Dopo la seconda guerra mondiale, c’era una quasi perfetta unione tra etnia, territorio e Stato, ed è a questo punto che la democrazia ha trionfato in molta parte d’Europa. L’omogeneità etnica, secondo Mounk, ha contribuito moltissimo al successo delle nuove democrazie e ne ha contemporaneamente definito l’identità. Non sarà che l’ideale dell’autogoverno e della democrazia rende “più difficile per un insieme eterogeneo di cittadini vivere gli uni a fianco degli altri come pari”?

c) Maledetti social?

La terza “precondizione” individuata da Mounk ha a che fare con la tecnologia e i mezzi di comunicazione: nel novecento, “il predominio dei mass media ha limitato la propagazione di idee estremiste, ha creato un insieme di fatti e valori condivisi e ha rallentato la diffusione delle fake news. Poi l’avvento di internet e dei social media ha indebolito le fonti d’informazione tradizionali, dando potere a movimenti e politici un tempo marginali“. Gli outsider della politica, soprattutto “gli istigatori dell’instabilità”, hanno guadagnato “un vantaggio sulle forze che promuovono l’ordine”, cioè gli attori più grandi, che hanno perso la capacità di controllare la diffusione di idee e messaggi. I populisti sono quelli che meglio hanno sfruttato queste possibilità: “hanno voluto e potuto dire di tutto per farsi eleggere: raccontare bugie, confondere, istigare l’odio per i propri concittadini”; “ma una volta che i populisti saliranno al governo e cominceranno a infrangere molte delle loro promesse, può darsi che gli venga bruscamente ricordata la capacità dei social media di dare potere ai nuovi outsider contro il regime in carica”. I social media non sono né buoni né cattivi, in sé; certo, un tipo di comunicazione come quello generato da internet rende tutto più caotico, ma, allo stesso tempo, “destabilizza le élite”, tutte le élite (anche quelle populiste) e accelera il ritmo del cambiamento. I social media, cioè, potranno dare potere ai nuovi outsider, quelli che si opporranno alle élite populiste di oggi.

Che fare: una democrazia all’altezza delle aspettative

Per combattere i populisti (di destra, aggiungo), bisogna resistere, dare battaglia, riunirsi, riversarsi nelle strade. In più, “poiché limitare i populisti una volta che questi sono saliti al potere diventa un’impresa a dir poco ardua, ancora più importante è sconfiggerli alle urne“. Ma come si fa a vincere le elezioni? Domanda delle domande. Non c’è una singola ricetta vincente, ovviamente, anche se Mounk ricorda alcune lezioni che dovremmo avere imparato (e che riproponiamo in punto-elenco, a mo’ di promemoria):
1. l’importanza dell’unità degli avversari dei populisti, perché le divisioni degli oppositori hanno avuto un peso determinante per il successo di chi è contro la democrazia liberale (questo non vuol dire, secondo me, seguire una strategia per forza frontista, formando una coalizione elettorale in cui si mettono insieme pere e mele);
2. l’importanza di “parlare la lingua della gente comune” ed “entrare in sintonia con i problemi degli elettori”, che non significa emulare i populisti e la loro retorica (“evitare le espressioni preferite delle élite colte è ben diverso dall’abbandonare i valori chiave della democrazia liberale”);
3. l’importanza di “concentrarsi su un messaggio positivo, anziché elencare ossessivamente i punti deboli dei populisti”, facendo promesse diverse e realistiche;
4. l’importanza di uscire dallo status quo, di non essere vincolati alle élite e ai vincenti della globalizzazione.

I difensori della democrazia liberale devono assicurarsi che questa “torni ad essere all’altezza delle aspettative dei cittadini“; obiettivo altissimo, che secondo Mounk, però, può essere raggiunto agendo sui tre ambiti individuati (le “precondizioni” di cui parlavamo): occorre una distribuzione più equa delle risorse economiche, “unire i cittadini attorno a un’idea comune della nazione”, ponendo l’accento su ciò che unisce, non su ciò che divide (bisogna godere di diritti perché cittadini, non perché appartenenti ad un gruppo etnico) e rendere gli individui “più resistenti alle bugie e all’odio che vedono tutti i giorni sui social media”, occupandosi non solo del contenuto dei messaggi diffusi dai social, ma anche di come vengono ricevuti. Vediamo ancora in dettaglio.

a) Restituire il futuro

Bisogna combattere il timore delle persone di andare incontro, in futuro, a privazioni vere e proprie, e la diminuzione delle speranze e dell’ottimismo: “placare questi timori complessi e immaginare un domani migliore”. Qui le politiche pubbliche possono fare tanto: aumentare le tasse per i ricchi, per redistribuire e finanziare la spesa pubblica; combattere i paradisi fiscali (legali e illegali); cambiare radicalmente le politiche abitative (il costo degli alloggi è una grande preoccupazione); aumentare la produttività della forza lavoro, perché così facendo i lavoratori si specializzano e hanno più potere contrattuale (sulle pagine di ribalta, in realtà, avete sentito spesso parlare di reddito per tutti e della necessità di sganciare il diritto al reddito dal diritto al lavoro); garantire uno stato assistenziale moderno; strutturare il mondo del lavoro per fare in modo che gli individui traggano un senso di identità dal proprio impiego (anche se Mounk stesso ammette – e concordo – che non è facile: come fanno gli autisti di Uber a strutturare un senso di identità?). Gli stati-nazione attuali possono fare molto, allora, su molti fronti: l’imposizione fiscale, gli alloggi, le infrastrutture, l’istruzione, il welfare. Non è poco.

b) Addomesticare il nazionalismo

“Addomesticare il nazionalismo” e “costruire un patriottismo inclusivo”, contro il “nazionalismo escludente”: questo occorre fare, per Mounk, per combattere il populismo sul terreno culturale/identitario. Non bisogna respingere il patriottismo ma “sfruttarne il simbolismo”. Qui il discorso si fa scivolosissimo e nella parte del libro dedicata a questo aspetto traspare una certa tensione: l’autore argomenta con raziocinio e pacatezza, cercando di uscire dall’angolo in cui inevitabilmente (e purtroppo, ma è così) ci si ficca quando, da una prospettiva progressista, si cerca di quadrare il cerchio (operazione per definizione impossibile) sul tema migrazioni. Comunque, in estrema sintesi, questo è ciò che pensa Mounk: oggi la sinistra rifiuta il concetto di nazione e tutto ciò che implica, e fa male, perché lascia questo spazio completamente libero, permettendo alla destra di occuparlo alle proprie condizioni. Invece, è possibile mobilitarsi per un “patriottismo inclusivo”, che deve basarsi “sulla tradizione della democrazia multietnica per mostrare che i legami che ci uniscono vanno ben oltre l’etnia e la religione”. Da laico e progressista, l’autore sottolinea un punto effettivamente a volte trascurato, che invece andrebbe preso in considerazione quando si parla di integrazione: quello dei diritti/doveri. Bisogna “assicurare che i princìpi liberali vengano applicati con pari vigore in qualsiasi circostanza” (ad esempio, nel campo dell’istruzione) e “opporsi a coloro che – per paura di essere falsamente accusati di discriminazione, o per un’esplicita adesione al relativismo culturale – esentano i gruppi minoritari dai diritti e dai doveri fondamentali di una società liberale” (pensiamo ai matrimoni forzati, alle mutilazioni genitali, etc.), in una finta tolleranza che in realtà getta discredito sulle minoranze: “decidere di imporre a tutti i residenti il rispetto degli stessi standard a prescindere dalla religione o dal colore della pelle non è un esercizio di discriminazione, tutt’altro: è l’unico modo per garantire che lo stato non trascuri i suoi doveri essenziali nei loro confronti”. Una prospettiva non nuova ma spesso sottaciuta, quando invece potrebbe essere promettente, proprio per uscire dall’angolo di cui parlavamo sopra.

c) Ricostruire la fede civica

“I social media hanno avuto un effetto così corrosivo sulla democrazia liberale solo perché le fondamenta morali del nostro sistema politico sono molto più fragili di quel che pensavamo“: ecco perché serve rinnovare la fede civica e ricostruire, innanzitutto, la fiducia nella politica. Le fake news e le teorie del complotto sono sempre esistite, ma avevano un peso marginale in passato, perché i governi erano più trasparenti e i politici stimati. In generale, secondo Mounk bisogna agire sull’educazione dei cittadini: spirito pubblico e senso del dovere civico sono molto meno trasmessi dalle scuole e dalle famiglie; è invece giunto il momento di rimettere in piedi questo tipo di pedagogia, perché, come abbiamo detto, troppe cose sono date per scontate (la stabilità della democrazia, per esempio), quando scontate non lo sono affatto.

Le dittature stanno a zero

Il libro di Mounk ha, secondo me, alcuni meriti evidenti, che vanno ben oltre questioni sulle quali si può essere in disaccordo. Il più evidente è questo: ci fa riflettere sul fatto che le democrazie liberali, conquistate a fatica ed edificate soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non dobbiamo darle per scontate; questo non significa certo che siano perfette, ma che vadano difese, questo sì. Come punto di partenza, come base comune (magari minima, secondo visioni più radicali), come terreno sopra il quale, poi, provare ad allargare il “tasso” di giustizia sociale e di libertà. Se il nostro ideale di regime politico è, poniamo, uguale a 100, le democrazie liberali stanno sicuramente a non più di 50-60, ma quelle illiberali a 25 e le dittature proprio a zero.

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Ugo Carlone
Scrivi un commentoCommenti (1)
  1. Andrea 9 febbraio 2019 at 21:34

    Analisi superficiale. Ad ogni modo, al 2019, molto semplicemente, il populismo non è che il rovescio della medaglia del liberalismo.

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