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Il disegno di legge Pillon tenta di modificare il diritto di famiglia ridefinendo i rapporti famigliari, in completa contraddizione con i principi costituzionali di libertà e uguaglianza e andando a colpire, di fatto, le donne e i figli minori. Una proposta che non può essere emendata, ma che va solo ritirata, in quanto espressione della volontà di ricostituire un impianto socio-famigliare passato, basato sulla potestas del pater familias, sul disinteresse verso il minore considerato oggetto e sulla impossibilità di fare emergere situazioni di violenza familiare.

Perché no al ddl Pillon

Innanzitutto, il ddl prevede l’obbligo della mediazione famigliare e sposta la regolamentazione dei rapporti famigliari fuori dal Tribunale, attuando una de-giurisdizionalizzazione in una materia complessa e delicata. Relegando al potere valutativo e decisionale affidato al giudice naturale precostituito per legge (ex artt. 24 e 25 Cost.) un ruolo residuale ed estremamente marginale. Mediatori e coordinatori famigliari, cioè soggetti privati, con una formazione da definire, la cui l’attività sarebbe a pagamento visto che non è previsto il gratuito patrocinio, avrebbero il compito di specificare un progetto famigliare che regolamenta in modo preventivo tutta la vita futura dei figli. L’obbligatorietà della mediazione nell’ambito famigliare, poi, è in contrasto con la Convenzione di Istanbul del 2011, recepita dall’ordinamento italiano, che prevede invece la sua facoltatività e il divieto nelle ipotesi di violenza endo-familiare. Questo istituto costringerà la donna che vive una situazione di violenza a trattare col proprio aggressore.

Il ddl, inoltre, prevede il mantenimento diretto senza tener conto delle differenze economico-lavorative spesso presenti tra i genitori e senza considerare le discriminazioni di genere che caratterizzano il mercato del lavoro e l’assegnazione della casa familiare solo al genitore che vanta un diritto (proprietà, usufrutto) sulla medesima.

E poi cerca di ripristinare il primitivo “ordine familiare precostituito”: si torna a parlare di potestà genitoriale e non più di responsabilità e nella definizione del piano genitoriale non si chiede l’intervento del minore, che rimane estraneo a qualsiasi decisione che lo riguardi. Questo non è fare gli interessi del bambino, che non è più considerato soggetto di diritto ma oggetto.

La proposta di Pillon, ancora, introduce e riconosce la sindrome dell’alienazione parentale, che pur non essendo presente come patologia in alcun manuale medico-scientifico e pur non essendo considerata da alcuna comunità scientifica internazionale, viene posta a fondamento di interventi assolutamente squilibrati e discriminatori, che potrebbero condurre anche alla decadenza della potestà genitoriale in capo al genitore “alienante”.

Infine: il ddl finisce per “favorire”, in nome del principio della bi-genitorialità, le condotte del genitore abusante, con conseguente danno sulle donne e sui minori che le subiscono.

Un enorme passo indietro

Il ddl Pillon, così come, del resto, altre proposte di legge oggetto di discussione in Parlamento, poggia le sue basi su una realtà inesistente e non attuale. Nel discorso di presentazione del disegno, per confermare la validità di alcuni istituti come la mediazione, si utilizzano come termini di paragone il Quebec e la Svezia, realtà estremamente lontane dal nostro sistema sociale. Non c’è omogeneità tra la Svezia e l’Italia sulla questione lavorativa delle donne, così come sulla discriminazione di genere o sui modelli educativi di crescita dei figli; da ciò dunque, per legge della fisica, l’impossibilità di mettere a confronto grandezze non omogenee. Bisogna considerare che una legge non crea fenomeni o realtà: regolamenta un fenomeno esistente, e ciò che distingue una legge buona da una cattiva è proprio la capacità di vestire, con professionalità sartoriali artigiane, quella realtà.

Non c’è dubbio: il diritto di famiglia ha bisogno di una modifica. Ma servirebbe una proposta di normativa che in primis abbia come obiettivo l’omogeneità di trattamento e di procedura tra le famiglie “tradizionali” e quelle monogenitoriali, omogenitoriali e more uxorio; che ponga al centro di tutte le scelte la soggettività del minore; che permetta una regolamentazione ad hoc dei rapporti famigliari (un vestito giusto per ogni situazione…); che non punisca le donne che decidono di uscire dalla violenza, ma le accompagni e non le giudichi.

I diritti sono come i diamanti, ci vuole tanto per ottenerli ma poi te li vogliono prendere.

Simona Schiavoni è avvocata e mamma. Impegnata nella difesa delle donne e dei diritti dei minori.

Foto di copertina tratta www.pixabay.com
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Simona Schiavoni
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