Cult è un posto nuovo e al tempo stesso dalle radici antiche. Che contribuisce a rendere la città nella quale è inserito più colorata. O se non altro colorata con tonalità diverse dalle solite

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Sui muri di via Goldoni 8 hanno rimbalzato pure le note degli Assalti Frontali. Era l’alba degli anni novanta del secolo scorso, e un gruppo di ragazzi riuscì a prendersi quelle due-tre stanze sotto una strada e a duecentocinquanta centimetri (centimetri, sì, non metri) dal prestigiosissimo Palazzo Gallenga, elegante sede dell’università per stranieri di Perugia, per rimodellarle secondo esigenze nuove, allora emergenti. Era la primavera dei centri sociali, ne spuntavano praticamente ogni giorno in tutta Italia. Dentro i centri sociali si facevano assemblee fumose e si suonava, attecchiva il rap italiano e acquistava un senso la definizione di “musica indipendente” (indie, si sarebbe detto dopo), si tenevano laboratori di grafica e si ragionava di come restituire dignità e vita agli spazi che le città in mutamento lasciavano al degrado; dentro i centri sociali poteva succedere il miracolo che ognuno trovasse il suo modo di stare al mondo, di dire la sua; perché non c’erano regole fisse, e il modo di stare insieme lo si sperimentava di giorno in giorno, vivendo gli spazi.

Quell’abbozzo di centro sociale prese poi altre forme, andò a riempire di sé altri pezzi di città in quell’ultimo brandello di secolo. E i muri di via Goldoni diventarono un rifugio. Istituzionale, sì, ma pur sempre rifugio. Anche in questo caso erano anni diversi da oggi. Succedeva persino che un’amministrazione comunale potesse pensare a quella che non era una sperimentazione – poiché di strutture del genere ce n’erano già in altre parti d’Italia – ma rappresentava sicuramente un modo nuovo e all’avanguardia di affrontare il problema delle dipendenze. Soprattutto di affrontarle dal punto di vista di chi viveva in strada. Apprestare un posto dove potersi lavare e poter lavare i propri vestiti, potersi riposare, riparare dal freddo, mangiare un boccone; ecco, realizzare un posto in cui permettere tutto questo, era un modo per ridurre il danno potenziale per chi abusa di sostanze e magari vive pure di strada. Ma era anche un modo per allentare la tensione, per ammorbidire l’incattivimento che può portare una vita di dipendenze e di strada, appunto, per gettare semi di fiducia; così si veniva incontro anche a quella parte di società maggioritaria che non vive di strada e non dipende da sostanze illegali. Una parte di quella parte di società non la capì bene questa cosa. I soloni della salvaguardia del decoro presero il sopravvento, e il centro a bassa soglia (questo era il nuovo nome di quelle due-tre stanze) dovette traslocare.

Via Goldoni 8 a Perugia insomma, è sempre stato qualcosa di “altro” per chi pensa le città come un susseguirsi di strade trafficate, negozi dove consumare, e immobili in cui rinchiudersi o da acquistare per specularci sopra. Altro, ma aperto alla città. Da ieri via Goldoni 8 ha un nome nuovo: Cult – Community Hub. È diventata un’altra cosa ancora, ma il Dna di alterità e apertura rimane. Riadattato ai tempi, perché le cose cambiano. «Luogo ibrido», lo definiscono Max Calesini, instancabile animatore sociale, e Carlo Alberto Rossetti, presidente della cooperativa Borgorete, la realtà in cui lavora Calesini che è stata l’anima della ennesima riconversione di via Goldoni 8. E più ibrido di così non si potrebbe. Via Goldoni 8, oggi Cult, è diventato aula studio e luogo di riunioni, magazzino per un gruppo d’acquisto impegnato nella valorizzazione della filiera agroalimentare locale e centro di orientamento della vicina Università per stranieri, quartier generale di Radio Bombay – una web radio di giovani appassionati che da lì trasmette da ieri – e punto di riferimento per una serie di associazioni che fanno formazione, informazione, lavorano nell’ambito della grafica.

Soprattutto, via Goldoni 8, cioè Cult, sarà – potrebbe diventare – luogo di mescolanza proficua. Intende dire questo, Rossetti, quando parla di «inizio di un processo» per indicare l’apertura di Cult.

L’ibridazione si è respirata già all’inaugurazione di ieri, quando al microfono si sono succedute la giacca a doppio petto del rettore dell’Università degli Studi e la t-shirt del giovane operatore di associazione; la gioventù acerba degli studenti che saranno i nuovi animatori di via Goldoni 8, e l’avvio alla piena maturità di altri, che l’università l’hanno finita già da un po’. L’ibridazione scorre dentro i vasi sanguigni di un posto alla cui inaugurazione hanno parlato assessori e dj; un posto che sarà aperto fino alle 4 del mattino, alla faccia di chi le città le vorrebbe come piste di passaggio dall’alba al tramonto per poi spedirle in catalessi di notte, regalandole al peggio.

Cult insomma è il nuovo look che si è dato via Goldoni 8 conservando il Dna. Perché è come se ieri si fosse dissotterrato quel filo rosso che ha tenuto insieme le diverse declinazioni che queste due-tre stanze hanno visto negli ultimi decenni. Il filo rosso è stato ripreso in mano srotolando il gomitolo verso una delle direzioni più opportune per conservare e far fruttare oggi quei semi di alterità e apertura che sono stati alla base della “nascita” di via Goldoni.

«Quest’aula è diversa da tutte le altre», dice il rettore dell’Università degli studi. «Un’università non è fatta solo di aule», echeggia il rettore dell’altra Università perugina, quella per stranieri. Le parole dei due, messe insieme, se uno le traduce bene dicono che Cult non può non essere altro rispetto al comunemente dato. Intanto, Cult è innovazione anche per l’eterogeneità dei soggetti che vi hanno contribuito: una cooperativa, due università, il comune e tutti gli “informali” che Cult lo faranno vivere. Ma poi Cult è apertura, occasione, possibilità di confronto, elasticità, protagonismo, contaminazione, polivalenza. Non si può fare un bilancio, ovviamente, perché per usare le parole di Rossetti, Cult «è un processo appena avviato». Si può però concludere che questa nuova forma che hanno preso gli spazi di via Goldoni 8 è una delle più rispettose del Dna di quello spazio. Che ha la possibilità di rimanere “altro” e “aperto”, una possibilità al di là del “produci-consuma-vai a casa” che caratterizza le città oggi. Si può concludere anche che con più Cult, con più via Goldoni 8 e meno divertimentifici artificiali e a pagamento, le città potrebbero diventare altro e più aperte a loro volta. E magari essere vissute meglio, e far vivere meglio.

In copertina, foto tratta da www.pixabay.com; le foto della galleria relative all'inaugurazione di Cult sono di Mirko Loche
Fabrizio Marcucci
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