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Fiducia. Questa è la parola chiave. Fiducia nell’altro, nel “comune”, nel pubblico. Fiducia in chi ti assume e in chi è assunto. In chi ti costruisce una casa o semplicemente ti mette a posto un rubinetto, in chi ti dà consulenza per un business plan, in chi guida la bici e sai che si fermerà al semaforo (e tu dovrai fare altrettanto). Sapere dove si sta, ridurre al massimo gli imprevisti della vita insieme, poter contare su servizi che funzionano. Noioso? Poco spazio alla creatività? Freddezza nordica? Forse; ma nella capitale della Danimarca c’è anche tanta serenità, tanta tranquillità, tanto poco stress per una fila non rispettata o per un autobus perso (ce n’è un altro dopo 10 minuti). Rischiamo di sfociare nel banale: a Sud c’è il sole, il cibo, il caos, la bella vita (che poi…), l’evasione fiscale; a Nord c’è il buio, il welfare, le bionde, la precisione, il silenzio. Eppure quello che vedi a Copenhagen non è affatto banale. E non lo è neanche quello che ti dice chi ci vive e chi ci si è trasferito.

Storie di expat

“Qui stiamo veramente bene, facciamo il lavoro che ci piace, e lo facciamo come ci piace farlo”. È Laura che parla. Con Massimo, sono venuti su da Roma, dove non ne potevano più, per tutti i motivi che è inutile elencare. E lavorano (in aziende) negli stessi settori in cui lo facevano in Italia. “Dopo che ho trovato lavoro, è andata proprio così“, dice Massimo schioccando leggermente le dita, come a dire che tutto è stato liscio. Si dirà: e ci credo, ha trovato lavoro. E invece no: a quanti di noi, qui, va così dopo che si è trovato lavoro? Ancora Massimo: “inizi alle 9 e finisci alle 4. E le 4 sono le 4 eh, non è che poi alla fine rimani di più o ti porti fuori il lavoro. Qualche volta puoi anche lavorare da casa, non ti fanno storie. Ma io preferisco andare in ufficio, sto meglio”. Come, stai meglio? “Sì, perché c’è un’atmosfera rilassata, quattro chiacchiere, un caffè. E si lavora parecchio, non è che perdiamo tempo. Però non c’è quella pressione, quell’ansia…”. Mica poco. Laura: “qui sono seri e rigorosi. Certo, giorni fa, da me, hanno licenziato una collega dalla sera alla mattina. Ma lo sai perché? Perché nel curriculum aveva detto di saper fare certe cose; gliele hanno fatte fare, ma lei in realtà non sapeva farle. Aveva barato. E quindi, via”. Capito? Troppo facile dire che, da noi, chi bara sul curriculum può anche diventare Presidente del Consiglio? Chiedo ancora: ma l’inverno? Il buio? Il freddo? “Mah, alla fine non è così pesante; è vero, entri al lavoro col buio ed esci col buio, ma in Italia era uguale, perché rientravi sempre tardi!”. E il costo della vita (per un turista italiano, economicamente è come fare due vacanze in una)? “Beh, anche gli stipendi sono alti, è tutto in linea”. Ma è stato facile? “No, per niente”, dice Laura, “all’inizio era un casino. Siamo venuti su senza aver trovato ancora lavoro, vivevamo in un appartamento condiviso con un’altra ragazza. La lingua è tostissima, anche se tutti parlano inglese. Però ci siamo supportati a vicenda e dopo tre anni e mezzo devo dire che è stata una scelta ottima. Non torneremmo indietro, insomma”.

Il rispetto

Storie di expat, come tante altre ce ne sono, raccontate in un piccolo ristorante del centro (questo), mangiando aringa in tre modi (di cui uno troppo dolce, gli altri due ottimi), salmone al forno e una specie di stufato di tre carni diverse, al pomodoro (squisito, anche se un po’ pesante). Laura e Massimo sono partiti poco prima dei quarant’anni, non proprio giovincelli. Sono meridionali, quindi non si dica che a Copenhagen ci si può integrare solo se quella mentalità, in parte, già la si ha perché si è nati a Trento o a Udine. Le loro storie ci aiutano a capire un paese e una città che meritano una visita politica (scusate la pesantezza), cioè finalizzata a vedere come si vive insieme in collettività. E quella cosa della fiducia ce l’hanno detta proprio Laura e Massimo, è la prima che è venuta loro in mente quando gli abbiamo chiesto qual è il quid, che c’è di diverso, su che basi poggia tutto questo senso civico e civile. Che respiri nell’aria: non si tratta solo di regole e precisione, che pure sono fondamentali (in quale altro posto nel display della fermata c’è il conto alla rovescia sul tempo che manca all’arrivo del prossimo autobus, espresso in minuti, che comprende anche il ½, cioè il fatto che mancano 30 secondi?); non è solo il mitico hygge danese; neanche la ricchezza, il celeberrimo stato sociale, i servizi e le facilitazioni ovunque presenti per i bambini; o le biblioteche di quartiere (pubbliche) aperte la domenica mattina; o il centro anziani (pubblico) in cui ti accoglie, se vuoi dare una sbirciata, un usciere che parla inglese, sorride e spiega come funziona il posto (che somiglia a un residence per vacanze, non a un ospizio). Sembra più una questione di rispetto. Rispetto per l’altro e per il luogo in cui si vive; rispetto per le regole; per i propri diritti e per i propri doveri. Ci saranno testi e ricerche di antropologia su questo (non ne conosco), ma basta rimanere qualche giorno per accorgersi che chi abita a Copenhagen rispetta l’ambiente, nel senso di contesto in cui si vive. Lo cura. Lo coltiva, quasi, lo fertilizza. Lo rende vivibile, e anche vivo (non è vero che sono luoghi noiosi, anzi). Non sarà mica un caso che la Danimarca è il primo paese nella classifica della qualità del vita.

Forse è entusiasmo vacanziero. Facile lettura di una città in cui non si vive e che si vede solo in momenti di svago e gioia. Racconto di due persone che “ce l’hanno fatta”. Fascinazione per lo stato sociale scandinavo. Eppure, anche a lasciarla decantare un po’ di giorni, quella sensazione, a parlare del viaggio con parenti e amici, a ragionare addirittura su una possibile ipotesi di trasferimento (accantonata, per un miliardo di motivi), insomma a freddarla, quello che ci rimane in mente è ciò che abbiamo scritto. Che in sintesi è: fiducia e rispetto.

Tutti in Danimarca?

Tutti in Danimarca, allora? Paese del Bengodi, landa del vero buen vivir, alla faccia della cultura latina? Ovviamente non è così, perché poi, guardando in giro, leggendo, riflettendo su cose dette da chi ci vive (ovviamente Laura e Massimo), non è che Dio abbia creato il paradiso terrestre pensando alla Scandinavia. Anche qui, si rischia di sfociare nel banale e nel retorico. Un po’ di disgraziati in giro ci sono (soprattutto alcolizzati, ci sembra); brutti episodi da turista in viaggio ne possono accadere; a Christiania (chi non la conoscesse segua questo link) abbiamo visto in diretta la polizia e un po’ di tempo fa ci è scappato il morto. E poi, la cosa più stupefacente, almeno ad una prima lettura: stanno tirando la cinghia anche lì, e lo sta facendo proprio il pubblico, il welfare, il santo stato sociale che caratterizza questi luoghi. Hanno paura degli immigrati e non vogliono essere “invasi” da culture lontane da quel biondo, quel bianco (della neve e non solo), quel silenzio, quel freddo, quel buio, quel modo così particolare che hanno di curare il proprio giardino. La xenofobia avanza anche da quelle parti (basta vedere come sono andate le elezioni in Svezia). Anzi, come diceva Bauman, la mixofobia, la paura di mischiarsi. Salvini ha i suoi simili. Alla “gente incazzata” italiana, corrisponde (in senso lato) una “gente incazzata” danese. Ha già attecchito il mito del farcela da soli, della responsabilizzazione individuale esasperata, dell’essere imprenditori di se stessi, tanto che, come detto, il carattere del loro welfare sta cambiando moltissimo: meno generoso e più cattivello. Vietato, o quasi, sedersi sui propri mali: per i danesi e, ovviamente e soprattutto, per i non occidentali, come vengono definiti i soggetti propriamente stranieri.

Dove guardare

In realtà non è affatto stupefacente. Abbandoniamo Laura e Massimo, la Sirenetta, l’aringa, Christiania, i parchi per bambini. Ci sarebbe da fare un’analisi compiuta e approfondita del perché, nelle società di oggi, si sia arrivati a questo punto: al punto in cui si è più cattivi di prima, in breve, anche in contesti che sembrano così buoni. In altri articoli abbiamo provato a ragionarci sopra, e ora tagliamo con l’accetta: sembra che ci sia un bivio, proprio dentro noi stessi; un modo di guardare alla realtà, al futuro, al vivere insieme (non parliamo solo di immigrazione) che può biforcarsi, partendo dalla stessa radice. Fiducia e rispetto (punto di partenza, almeno in Danimarca) possono andare d’accordo sia con il murare il giardino all’esterno, con il pensare che l’acqua da dare al praticello vada trovata da soli e non occorre aspettare che piova e con il fastidio per gli odori e i rumori del vicino; sia con il non preoccuparsi di tirare su un recinto lungo i confini di casa, con il pensare che l’acqua piovana è un’ottima cosa, perché è di tutti e per tutti, e con il non farci neanche caso, agli odori e ai rumori dei vicini.

Punti di vista; possiamo girare la testa da una parte o dall’altra. Dipende da noi, come dai danesi è dipesa, in passato e, ancora, nel presente (chapeau!), la costruzione della fiducia e del rispetto.

 

Foto di copertina (tratta da Pixabay): il parco Superkilen, a Copenhagen.
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Ugo Carlone
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