Naomi Klein ha indovinato un altro libro. Stavolta, ci parla del perché sono arrivati Trump e i "trumpiani", della necessità di combatterli e, soprattutto, del come farlo. Parole chiave: collaborazione (oltre le divisioni) e cura (del mondo in cui viviamo).

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Naomi Klein è un pezzo da novanta di quel mestiere che sta a metà tra il giornalismo e la ricerca. Il suo No Logo (di cui abbiamo pubblicato un estratto qui, nelle Riproposte) è stato un riferimento fondamentale per il movimento volgarmente detto no global, un libro che ha fatto tutto il suo dovere: far prendere coscienza a migliaia di persone che il mondo non stava girando dalla parte giusta. Quelle analisi e previsioni si sono rivelate, purtroppo, azzeccate. E allora diamogli ancora credito, alla Klein, e vediamo se possiamo imparare qualcosa dal suo ultimo Shock Politics. L’incubo Trump e il futuro della democrazia (Milano, Feltrinelli, 2017). Due cose sicuramente: serve la collaborazione oltre le divisioni e la cura per il mondo in cui viviamo.

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Perché contro Trump, anche da noi

La tesi alla base del libro è questa: Donald Trump non è un’aberrazione, ma la conclusione logica delle peggiori tendenze dell’ultimo cinquantennio. Per cui, “anche se questa presidenza da incubo dovesse finire domani, le condizioni politiche che l’hanno prodotta e che generano repliche in tutto il mondo andranno ancora combattute”. Trump è cioè il sintomo di una malattia grave, un ceppo di un’epidemia a prima vista globale, che è l’esito delle “tante storie perniciose che la nostra cultura narra da tantissimo tempo”. E cioè: “che l’avidità fa bene. Che il mercato impera. Che i soldi sono tutto quello che conta nella vita. Che i bianchi sono migliori degli altri. Che la natura è lì per essere saccheggiata. Che i vulnerabili si meritano il loro destino e l’uno per cento si merita le sue torri d’avorio. Che tutto quanto è pubblico o di proprietà comune è sinistro e non vale la pena di tutelarlo. Che siamo circondati da pericoli e dovremmo badare solo a noi stessi. Che a tutto questo non c’è alternativa”. Insomma, le narrazioni tossiche tanto criticate dai Wu Ming, e contro le quali, nel nostro minuscolo, anche noi di ribalta cerchiamo di dire la nostra.

Ma che ci importa, in Italia, di Trump? Perché dovremmo occuparcene? Semplice: perché The Donald è la conclusione logica americana di quello che abbiamo detto prima; la nostra, tagliando un po’ con l’accetta, sono i rigurgiti fascisti e le tendenze populiste di destra (ma possiamo tranquillamente arrivare, a ritroso, a Berlusconi, come abbiamo scritto). In Ungheria è Orban, in Francia la Le Pen, in India Narendra Modi, nelle Filippine Duterte; forse anche in Russia, con Putin; e via ancora. Movimenti e personaggi molto diversi tra loro, ma accomunati da una matrice troppo simile per non definirla comune. Nel mondo globalizzato, questioni simili sboccano in risposte simili, tutte localizzate e cucinate, ovviamente, secondo le tradizioni e i contesti nazionali. Le analisi della Klein sono chiaramente rivolte ad un pubblico angloamericano, e non tutto ciò che afferma è utile anche qui da noi. Di questo, leggendo il libro, bisogna tener conto. Mentre No Logo sembrava parlare veramente al mondo intero, Shock Politics è più indirizzato ad un pubblico specifico. Ma l’America (nel bene e nel male) anticipa, guida, prevede, orienta; da sempre, più o meno da quando è nata. Quindi occupiamoci di Trump come se fosse un nostro (sgradito) vicino di casa.

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Cosa dobbiamo fare per combattere il trumpismo? La Klein suggerisce che un no non basta (è il titolo del libro nell’originale: No Is Not Enough): deve essere accompagnato da un , “da un piano per il futuro che sia abbastanza credibile e accattivante da spingere tantissime persone a lottare per vederlo realizzato”. Un no “potrà anche essere ciò che all’inizio porta milioni di persone nelle piazze. Ma è un che ci farà rimanere in trincea. Un è il faro per le burrasche future, un faro che ci impedirà di perdere la rotta”. Compito arduo, e ne abbiamo già parlato poco tempo fa, nella discussione del libro di Srnicek e Williams. Ma, secondo la Klein, si può uscire dallo “stato soporoso e iniziare a combattere”, capendo con chiarezza, innanzitutto, come funziona e a chi giova il trumpismo, e poi, narrando una storia diversa, “una visione del mondo abbastanza interessante da tener testa alle loro, di visioni“. Una visione che “deve offrire a chi è ferito, per mancanza di lavoro, di cure, di pace, di speranza, una vita tangibilmente migliore”.

Come siamo arrivati a questo punto

Allora, facciamo “un bel respiro profondo”, come dice la giornalista canadese, e cerchiamo di “avere il coraggio di concederci un’occhiata all’indietro”, per capire che cosa c’è da imparare: perché si sono create le condizioni per l’affermazione di Trump? Siamo sempre lì: c’è di mezzo l’ideologia, e in particolare l’ideologia neoliberista. In realtà, la Klein pensa che si tratti di un “complesso di idee molto comodo” ed è restia a definire il neoliberismo come un’ideologia. Le sembra più che altro “una giustificazione all’avidità”. Ma insomma, il problema è comunque, prima di tutto, di ordine culturale, di valori che vengono diffusi, di credenze che si fanno carne viva negli individui e norme nelle istituzioni: “perché prima ancora di Trump avevamo una cultura che tratta sia le persone che il pianeta come se fossero spazzatura. Un sistema che spreme un’intera vita di lavoro e poi ti scarta senza alcuna tutela. Che tratta milioni di persone escluse dalle opportunità economiche come rifiuti da gettare dentro le carceri. Che tratta i governi come una risorsa da sfruttare per l’arricchimento privato, lasciandosi alle spalle le macerie. Che tratta la terra, l’acqua e l’aria che nutrono la vita come poco più di una fogna senza fondo”.

Questo sistema di idee, com’è arcinoto, si è combinato con la perdita di sicurezza e con la discesa sociale della classe media, a livello globale, esito della crisi economica avviatasi un decennio fa. Lo strato che più è stato destabilizzato è questo, perché “quando un palazzo comincia a cedere, sono quelli ai piani alti che cadono per più metri“. Quindi, facendola breve: incertezza, perdita di status, cambiamenti che non si riescono a spiegare; e risentimento, quello su cui Trump e i trumpiani si basano per calamitare voti e quello che si sfoga, letteralmente, contro gli ultimi, i diversi, i deboli, e anche contro le donne.

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I liberal e le “politiche dell’identità”

Qui la Klein parla nello specifico del contesto americano e delle politiche dell’identità fatte proprie da una parte della sinistra liberal made in Usa. Da noi diremmo attenzione per i diritti civili, quella per cui, secondo molti, la nostra sinistra ha abbandonato i ceti popolari in nome della difesa degli immigrati, degli omosessuali, del diritto ad abortire, della liberalizzazione delle droghe leggere, etc. Insomma, in nome delle cose poco materiali che non interessano alla gente. La Klein (che parla dell’America) pensa, in realtà, che i liberal non debbano smettere di preoccuparsi della politica dell’identità e gettarsi su economia e classe sociale, perché questi due fattori non possono essere distinti. Vediamo meglio.

Nel libro si sostiene che Hillary Clinton non abbia perso le ultime elezioni perché ha cercato solo di parlare alle donne e alle minoranze, ma perché ha abbracciato in pieno le idee neoliberiste, non avendo nulla da proporre all’elettore maschio bianco (che ha votato Trump). Il problema è che la Clinton non ha messo in discussione il sistema che produce disparità di genere e di razza, ma ha solo proposto di renderlo più inclusivo: “sì all’uguaglianza matrimoniale e all’accesso all’aborto e ai bagni per transgender, ma scòrdati il diritto alla casa, a uno stipendio che basti a mantenere una famiglia […], al diritto universale alla sanità gratuita o a tutto ciò che possa richiedere una seria redistribuzione della ricchezza dall’alto al basso e significhi contestare il manuale delle regole neoliberiste”. In altri termini, la candidata democratica voleva solo “aggiustare il sistema quel tanto da cambiare l’orientamento in tema di gender, colore e sesso di coloro che stanno su in cima e aspettare che la giustizia sgocciolasse fino agli altri”; ma lo sgocciolamento “funziona nella sfera identitaria esattamente come fa in economia”, cioè crea disuguaglianze sempre più forti.

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Effettivamente, negli ultimi anni, negli Stati Uniti ci sono stati dei progressi simbolici verso la diversità di portata storica: “una First family afroamericana, due procuratori generali neri, Hollywood costretta a riconoscere registi e attori neri, gay e lesbiche che lavorano come anchor in tivù e guidano aziende della lista Fortune 500, programmi televisivi di successo che ruotano attorno a un protagonista transgender, un complessivo aumento nel numero delle donne in posizione apicale, solo per dirne alcune”. Tutte vittorie importantissime, che fanno penetrare nella società punti di vista altrimenti assenti: ad esempio, è stato molto importante che una generazione di bambini sia cresciuta vedendo un presidente nero. Ma questa “strategia di cambiamento dall’alto verso il basso, se non è accompagnata da politiche dal basso che risolvano problemi sistemici come le scuole che cascano a pezzi e la difficoltà a permettersi una casa decente, non porterà a una vera uguaglianza. Nemmeno alla lontana”. Come si può essere in disaccordo? Oltretutto, secondo diverse ricerche (che la Klein cita), negli ultimi anni bianchi e neri sono diventati più disuguali e il gender gap è aumentato, proprio in un periodo di avanzate simboliche. Appunto, simboliche: non è certo poco, ma non è abbastanza. Perché se la “la paura dell’altro” può essere motivante per tanti sostenitori dei partiti di destra, “l’inclusione dell’altro all’interno di un sistema intrinsecamente ingiusto non sarà abbastanza potente da sconfiggere queste forze”.

È importante, quindi, non tanto mettere in fila le varie forme di oppressione e fare una classifica, ma capire come queste “si intersecano e si sostengono, creando la complessa impalcatura che ha permesso a un teppista cleptocrate di acchiappare il posto di lavoro più potente al mondo come se fosse una spogliarellista in uno strip club” (testuale!). È l’approccio intersezionale, di cui la Klein si fa sostenitrice; una parola non molto simpatica e popolare, ma che sottende un concetto semplice: i vari problemi (di etnia, di gender, di lingua, di reddito, di sessualità, di abilità fisica, di status) “si incrociano e sovrappongono all’interno dell’esperienza individuale di vita, e anche entro le strutture del potere”. Ed è da questa prima conclusione che bisogna ripartire.

Una battaglia di idee

Naomi Klein potrebbe sembrare una nostalgica del movimento no global. Ma va detto che quel variopinto miscuglio di idee e azioni politiche (e l’avevamo in parte scritto) “è arrivato a un passo dall’essere, per certi aspetti importanti, proprio il genere di ampia coalizione che ci servirebbe attualmente contro la destra pseudopopulista”. Secondo la giornalista canadese, se fosse riuscito a tradurre la sua forza in vittorie politiche, forse Trump non avrebbe attinto alla rabbia per le regole ingiuste della globalizzazione e sventolato nientemeno che la bandiera del fair trade. Uno dei motivi della parte di successo che ha avuto il movimento no global è stato quello di “smettere di fissarci sulle nostre differenze ed esserci uniti oltre i limiti dei settori e i confini nazionali per lottare per un obiettivo comune” (una frase che, per quanto mi riguarda, scolpirei ovunque, dai bagni degli autogrill ai poster dei congressi di partito). Certo, nel 2001 c’è stato lo shock: le Torri Gemelle e la lotta al terrorismo sono state il veicolo del messaggio (tanto potente quanto falso) “o con noi o con i terroristi”. Contrapporsi ad un sistema pensato per i ricchi dovrebbe appartenere alla sinistra: “ma la triste verità è che dopo l’11 settembre gran parte della metà progressista dello spettro politico ha avuto paura, e questo ha lasciato uno spazio economico-populista dove imperversare liberamente. La politica odia il vuoto e, se non è piena di speranza, qualcuno la riempirà di paura”.

Quel qualcuno, ora, è da sconfiggere. Ma una strategia di tipo elettorale, da sola, non basta. Non occorre solo trovare i candidati giusti, ma “aver voglia di ingaggiare una battaglia di idee, durante ma soprattutto tra le campagne elettorali“. Se i progressisti “non imparano a parlare alla rabbia legittima per i grotteschi livelli di disuguaglianza che esistono oggigiorno, la destra continuerà a vincere”. I leader che simboleggiano il sistema neoliberista, cioè le nostre sinistrine, “non possono battere i demagoghi e i neofascisti. Soltanto un programma progressista coraggioso e realmente redistributivo può dare vere risposte alla disuguaglianza e alle crisi nelle democrazie, incanalando la rabbia popolare dove dovrebbe: contro chi ha tratto vantaggio in maniera tanto assurda dalla messa all’asta della ricchezza pubblica, dall’inquinamento di terra, aria e acqua e dalla deregulation della sfera finanziaria“. Perché deregulation e tagli fiscali li pagano i lavoratori e le classi basse, in termini di posti di lavoro meno sicuri e con più incidenti e di servizi pubblici, usati di più proprio da chi ha meno, che vengono massacrati.

Le cose potrebbero migliorare (evviva), ma serve coraggio

Qui la Klein insiste sulla necessità assoluta di unire i puntini e collaborare, perché nessun singolo movimento può vincere da solo. Serve, però, non avere paura e pensare in grande, perché “al cuore dei movimenti protagonisti delle grandi trasformazioni c’è sempre stato l’intreccio di sogni pindarici e vittorie concrete”. I progressi passati alla storia non sono stati semplici risposte a momenti problematici, ma “reazioni a una crisi che cadeva in tempi in cui la gente osava pensare in grande, ad alta voce, in pubblico”. Il fatto è che, nel 2008, quando è cominciata questa maledetta Grande Recessione, la capacità di immaginare e creare utopie era atrofizzata: “tantissime persone sapevano che la risposta giusta alla crisi era la rivolta morale, che regalare miliardi alle banche, rifiutarsi di perseguire i responsabili e chiedere ai poveri e agli anziani di pagare i costi più improbi era un’oscenità”; eppure, “le generazioni cresciute sotto il neoliberismo faticavano a immaginarsi qualcosa, qualsiasi cosa, di diverso da quello che avevano sempre conosciuto”, immerse “fino al collo nella matrice del capitalismo”. Difficile immaginare qualcos’altro: è il realismo capitalista di cui parlava Mark Fisher, cioè la realizzazione della profezia della Tatcher: There Is No Alternative.

Il movimento Occupy e i suoi simili nel mondo sono stati molto decisi nel no, ma “è mancata una visione chiara e accattivante del mondo oltre quel no“. “Dobbiamo fare qualcosa di più che tracciare una riga nella sabbia e dire ‘adesso basta’. Sì, dobbiamo fare questo e dobbiamo anche disegnare una rotta credibile e stimolante per un futuro diverso”. Non si può solo giocare in difesa e resistere, perché “il terreno in cui ci trovavamo prima che fosse eletto Trump è proprio quello che ha fatto germinare Trump“. Dobbiamo “combattere simultaneamente in difesa e in attacco, resistere alle aggressioni odierne e trovare lo spazio per costruire il futuro di cui abbiamo bisogno. Dire no e al tempo stesso“. E il futuro che bisogna disegnare deve essere “un posto in cui non siamo mai stati prima”, addirittura. Occorre perciò recuperare la tradizione utopica dei movimenti sociali del passato e il “coraggio di dipingere un mondo diverso, creare un quadro che possa darci la spinta anche se esiste solo nelle nostre menti, mentre affrontiamo battaglie che possiamo vincere”.

L’unione fa la forza

Essenziale è capire che la precarietà economica e l’aggressione alla terra (e le guerre) hanno la stessa origine: “un venefico sistema di valori che pone il profitto sopra il benessere delle persone e del pianeta”. Le connessioni tra le tante emergenze, cioè, sono estremamente chiare, anzi “lampanti”. Eppure, si tende a non vederle e a operare in termini di problemi limitati: “raramente quelli che si schierano contro l’austerity parlano di cambiamento climatico. Allo stesso modo chi si occupa di cambiamento climatico parla raramente di guerra od occupazione. È difficile che nel movimento ambientalista si tracci un collegamento tra le pistole che falciano le vite dei neri […] e i mari che salgono e le siccità devastanti che distruggono le terre della gente di colore di tutto il mondo”. Eppure, è tutto un unico sintomo di una “medesima malattia strisciante: una logica basata sul dominio che tratta tante persone, e la Terra stessa, come se fosse usa e getta, sacrificabile“.

Queste mancate connessioni e il “pensiero limitato” fanno sì che i progressisti si ritrovino a lottare per le briciole, siano divisi e compartimentati e riluttanti a identificare i sistemi da combattere. Bisogna per forza superare le divisioni, “rafforzare i fili rossi che uniscono i vari temi e movimenti” e “cartografare non solo il mondo che non vogliamo ma quello che vogliamo al suo posto”. “È ora di unirsi attorno a un programma comune che possa affrontare a muso duro il veleno politico che si sta propagando nei nostri paesi”, perché un no non basta: è ora di trovare alcuni forti e sonori su cui mobilitarsi”.

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Certo, occorre “connettersi ma non collassare”, cioè cercare punti di unità e comunanza tra problemi e esperienze diverse, ma senza “mescolare tutto in un’indecifrabile poltiglia di tanti minimi comuni denominatori, in un piattume indistinto”. Serve “rispecchiare e proteggere l’integrità dei singoli movimenti, la specificità delle esperienze comunitarie, anche quando ci incontriamo nel tentativo di intessere una visione unificata”.

Unirsi su cosa?

Già, ma in concreto, su cosa bisogna basare l’unione? Cosa serve per trovare una “risposta populista progressista” alle crisi? Le conseguenze del cambiamento climatico, cioè le lotte più o meno ambientaliste (molto care alla Klein), non sono sufficienti, perché “fatta eccezione per le megatormente sempre più comuni”, il disastro ecologico “è lento e costante, e questo rende il fenomeno pericolosamente facile da relegare tra le quinte nel nostro inconscio, dietro altre emergenze più evidentemente quotidiane”. E allora? Qui, la studiosa canadese, chiudendo il suo bel libro, parla esplicitamente di “Piattaforme del popolo”, raccontando la sua personale esperienza nel Leap Manifesto, una specie di mobilitazione-appello per una società più equa nata in Canada. L’obiettivo esplicito di quella esperienza è fare in modo che gli elettori possano “prendere due piccioni con una fava”: votare contro quello che non vogliono “e avere anche lo spazio, per quanto esterno alla politica elettorale, per dire di sì a una visione” in grado di rispecchiare quello che realmente vogliono.

Nelle discussioni che si sono sviluppate in quella mobilitazione, la Klein ha trovato un tema veramente unificante: “riaffiorava di continuo la parola cura, cura della terra, dei sistemi viventi del pianeta e reciproca”. Una “cornice in cui poteva apparentemente entrare tutto quanto: la necessità di una transizione da un sistema basato sull’infinito prendere, dalla terra e dagli altri, a una cultura basata sulla cura, sull’attenzione, sul principio che quando prendiamo dobbiamo anche curare e restituire. Un sistema in cui tutti valgono, in cui non trattiamo la gente o la natura come se fossero usa e getta”. E qui una buona intuizione: bisognerebbe passare ai valori, più che concentrarsi sugli obiettivi più strettamente politici. Come la stessa Klein ha dichiarato in un’intervista pubblicata su Internazionale, parlare di cura “sembra uno spot pubblicitario dell’attivismo biologico”, ma, in realtà, “è anche un riassunto di ciò che gli esseri umani non sono riusciti a fare negli ultimi secoli e di ciò che dobbiamo imparare a fare, se non vogliamo andare incontro alla catastrofe”. Il lavoro di cura “dell’uno nei confronti dell’altro e delle nostre comunità” (citiamo sempre dallo stesso articolo) “non rientra tanto in un programma femminista quanto in un programma declinato al femminile, ed è per questo che per così tanto tempo è rimasto fuori dal quadro politico più generale”.

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Not Is Not Enough

Naomi Klein ha scritto un altro libro molto importante. Un libro apertamente schierato dalla parte progressista, di sinistra, per la giustizia sociale (chiamatela come volete). Un libro che incita a darsi una smossa e a reagire a questo mondo che, così com’è, non ci piace. Certo, come abbiamo detto, la Klein parte dal contesto americano e a questo primariamente si rivolge; ma il trumpismo non c’è mica solo là, perché di trumpiani è pieno il pianeta Terra. Quindi è più che giusto capire come mai The Donald sia arrivato alla Casa Bianca: non è un esercizio che serve solo ai democratici statunitensi, ma un po’ a tutti. Trump è l’esito, il sintomo, non la causa o la malattia. La malattia lo precede, cioè, ed è quella, in breve, del trionfo dell’homo oeconomicus. L’individuo avido, il “capitalista egoista”, come lo definisce Oliver James, che tutto fa per il proprio tornaconto, per la competizione, per il profitto.

Ecco perché serve una battaglia di idee, perché è dentro i cervelli che bisogna agire. Non solo nei cervelli di tutti noi: anche in quelli che dirigono le istituzioni e le aziende, ovviamente. Una battaglia di idee su questo doppio fronte, individuale e collettivo. Da condurre insieme, collaborando, unendo i puntini, trovando spazi, temi, risposte e valori comuni. Utilizzando le utopie e le tanto vituperate grandi narrazioni, che per Lyotard e tutti i postmodernisti sono tramontate da un pezzo. Attenzione, però: oggi le cose potrebbero essere diverse. Non vogliamo né possiamo iniziare qui un dibattito sul presunto ritorno delle grandi narrazioni, né proporre nostalgici recuperi delle socialdemocrazie o addirittura dei comunismi (perdonate). Il mondo è cambiato, siamo tutti individui molto slegati tra loro, non ci capiamo più niente di quello che ci circonda, siamo spaventati e ce la prendiamo (noi no) con l’ultimo arrivato nei nostri paesi.

Ma per questo, magari, pensare di unire le forze, proprio perché siamo slegati, può essere una risorsa nuova. Utopistico? Destinato a frustrazioni? Non ci sono le condizioni? Mah, chissà; certo non è facile. Ma la Klein (e tutto il filone intersezionale) ci aiutano a capire che le “oppressioni” si intersecano, appunto; non è che si sommino, proprio si incrociano e le une si collegano alle altre. Non si tratta di sommare partiti e liste alle elezioni; sì, serve anche arrivare a “coalizioni ampie”, ma il grosso lavoro da fare è tra un’elezione e l’altra, per preparare il terreno tra un voto e il successivo, e magari veder germogliare la semina proprio nelle cabine elettorali. Perché, torcendo un po’ il collo alle idee della Klein, possiamo dire che arrivare a dirigere è gramscianamente fondamentale. Non basta stare fuori e dire di no. Not Is Not Enough.

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Foto tratte da www.pixabay.com
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Ugo Carlone
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