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In Umbria una delle battaglie ricorrenti tra le varie municipalità è la conquista della centralità geografica più o meno certificata dell’Italia, i più arditi tra i campanilisti, folgorati sulla strada maestra della globalizzazione, pretendono financo di essere il centro del mondo. Di questi giorni due notizie opposte nel dispiegarsi ma simili nella genesi tengono due tra le maggiori pretendenti al titolo (Terni e Spoleto) ben al di fuori del mondo, altro che centro.

A Spoleto, città degli scandali della Banca Popolare, per accaparrarsi i sempre più decisivi voti di pancia si firma un’ordinanza contro l’accattonaggio non per ristabilire un mirabolante decoro (triviale forma estetica dell’ideologia securitaria), ma per sottrarre i poveri al racket della malavita che cinica e bara organizza profitti sull’indigenza. Insomma, si nega a chi non ha niente la possibilità di elemosinare centesimi di vita, il cittadino contemporaneo è così stressato da non poter sopportare l’invasività della questua pubblica, ma lo si fa non contro i poveri ma per i poveri. Se in periodo elettorale l’ipocrisia è banchettatrice ineludibile in ogni dove, a Spoleto si è fatta capotavola dal potere assoluto e incontrastato. Fortissimi con i deboli, debolissimi con i forti secondo le regole non scritte di una gravitazione sociale usa scaricare in basso le scorie prodotte dall’alto.

Meccanismo lineare che trova nell’ordinanza ternana che vieta l’uso dei caminetti l’altra faccia della medaglia. Nella città dell’acciaieria, che si voleva città degli inceneritori che si pretendono sviluppo, non si trova di meglio, con tanto di spiegazione scientifica sull’emissione prodotta dalla combustione di ogni singolo ciocco di legna, che bandire i caminetti nelle giornate di lunedì e martedì. Piuttosto che pestare i piedi ai “compagni” di Acea e Thyssen Krupp si preferisce entrare nelle “vite degli altri” e attribuire un inquinamento cinese ai singoli comportamenti individuali.

Insomma caro operaio già contadino il focolare domestico, antropologico rifugio dal calore familiare, è da oggi il male assoluto. L’ipocrisia domina la scena relegando la politica al ruolo di comparsa senza diritto di parola, e pensare che contro una povertà dilagante (malavitosa nei suoi meccanismi sistemici) basterebbe, o forse no, l’istituzione di un reddito di base mentre per fronteggiare un inquinamento che dà lavoro si dovrebbe iniziare da una produzione (acciaieria) ecocompatibile nella sua pesantezza e da una riproduzione (comportamenti individuali) consapevole nel suo dispiegarsi. Il centro del mondo rimarrebbe un accattivante campanilismo, mentre il pianeta terra tornerebbe a essere concretezza quotidiana. Restiamo umani al di là di ogni terrena ipocrisia.

In copertina, foto tratta da www.pixabay.com rilasciata con licenza Creative Commons
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Simone Gobbi Sabini
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