Dieci anni fa l’operazione Brushwood, condotta dal generale del Ros Ganzer, ai danni di alcuni ragazzi di Spoleto tra roboanti arresti e accuse di terrorismo. Una vicenda giudiziaria che ha dell'incredibile. La ricostruzione dell’accaduto, e di come delle ipotesi iniziali non è rimasto praticamente nulla

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Celle piccolissime, al di sotto dei parametri di legge europei. Tanto anguste da non permettere nemmeno di camminare, con i detenuti che chiedono di non ricevere nulla perché non c’è spazio neanche per uno spillo. L’ora d’aria all’esterno non c’è; la sola forma di socialità possibile è quella di trascorrere insieme ad altri detenuti alcune ore in una cella diversa da quella abituale, dove si può anche cucinare. La sezione AS (Alta Sicurezza) del carcere di Ferrara, riservata ai detenuti politici con l’obiettivo di tenerli separati dagli altri, si presenta così: un buco spazio-temporale che evoca con inquietudine gli spettri degli “anni di piombo” e della detenzione politica. Come se il tempo non fosse mai passato, restando immobile e sempre identico a se stesso esattamente come lo è per coloro che si trovano rinchiusi in questo braccio della casa circondariale estense. Anarchici in particolare. Per finire qui dentro tuttavia non serve necessariamente essere dei pericolosi terroristi. A Michele Fabiani per ritrovarsi in isolamento nel carcere ferrarese è bastato essere un anarchico militante e prendere parte, con alcuni amici, ad alcune manifestazioni di contrarietà verso la realizzazione di un enorme struttura di cemento (14 mila metri cubi) all’interno delle mura medievali della sua Spoleto.

All’alba, con gli elicotteri

Tutto ha inizio il 23 ottobre 2007, quando i carabinieri traggono in arresto Fabiani – all’epoca appena ventenne – e quattro suoi amici, anche loro giovanissimi: Damiano Corrias, Andrea Di Nucci, Fabrizio Reali Roscini e Dario Polinori. L’accusa è quella di appartenere a una cellula anarco-insurrezionalista denominata COOP – FAI (Contro Ogni Ordine Politico – Federazione Anarchica Informale) che avrebbe inviato una busta con dei proiettili all’allora governatrice dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti, e compiuto sabotaggi e danneggiamenti ai danni di alcune imprese che stavano lavorando alla realizzazione di quello che gran parte degli spoletini all’epoca chiamavano “l’ecomostro”: un grande palazzo a ridosso del centro storico, contro il quale era in atto una mobilitazione popolare. La città di Spoleto viene svegliata alle prime luci dell’alba da un tripudio di mezzi blindati, volanti ed elicotteri che sorvolano l’area, mentre i cinque ragazzi vengono prelevati direttamente a casa e tradotti in carcere tra lo stupore di una cittadinanza sorpresa e spaventata, in un’atmosfera talmente spettacolare da suscitare incredulità. Come quando i carabinieri incappucciati si presentano a casa di Dario Polinori, per arrestarlo, con sua madre che chiama al telefono gli stessi carabinieri per chiedere la conferma che fosse tutto vero.

Nel fitto del bosco

L’operazione che porta all’arresto dei cinque ragazzi è denominata Brushwood (Boscaglia), poiché secondo l’accusa gli incontri clandestini della cellula anarchica avrebbero avuto luogo a Monteluco, splendido bosco di lecci secolari affacciato sulla città umbra. A coordinare il tutto sono la Procura di Perugia e il Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri, il cui comandante è il generale Giampaolo Ganzer, con cui la presidente della Regione si congratula immediatamente.

Nato in Friuli nel 1949, Ganzer è uomo di punta del nucleo speciale antiterrorismo sotto il comando del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e protagonista di diversi arresti eclatanti, non solo “politici”, è lui negli anni Ottanta ad arrestare una prima volta il boss della “Mala del Brenta” Felice Maniero. Nominato comandante generale dei carabinieri di Verona, conduce una serie di operazioni antidroga tra il 1991 e il 1997 che finiscono al centro di una lunga vicenda giudiziaria iniziata nel 2003 e terminata solo lo scorso gennaio, con la prescrizione degli imputati. Luisa Zanetti, pm della Procura di Milano, accusa il generale Ganzer di aver costituito insieme ad altri uomini del Ros un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida. Per l’accusa, gli imputati avrebbero intrapreso contatti con organizzazioni sudamericane e mediorientali creando “ad arte” traffico di stupefacenti al fine di reprimerlo con brillanti operazioni antidroga, acquisendo così prestigio.

Condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di sostanze stupefacenti, Ganzer non ha mai visto venir meno né il sostegno del comando generale dei carabinieri, né, come testimonia una dichiarazione in suo favore dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, quello della politica. Così, nonostante la pesante condanna, resta al suo posto e va in pensione nel 2012, per raggiunti limiti di età. L’anno successivo al pensionamento la pena gli viene ridotta in appello a 4 anni e 11 mesi. Lo scorso gennaio la Cassazione riqualifica il traffico di cocaina di cui è accusato come fatto “di lieve entità” e fa scattare la prescrizione.

Gli arresti flop del generale

Tale vicenda processuale non è comunque l’unica nube sull’operato del generale Ganzer. Diversi sono infatti stati anche gli arresti negli ambienti dell’estrema sinistra costruiti su castelli di accuse poi andati sciolti come neve al sole. Come nel caso di Paolo Dorigo, militante vicino agli ambienti dell’eversione rossa arrestato in operazioni gestite da Ganzer per ben due volte, entrambe ingiustamente – la prima con l’accusa di associazione sovversiva, detenuto per circa un anno prima dell’assoluzione, la seconda accusato di essere il capo colonna dell’Unione dei Comunisti Combattenti in Veneto, carcerato per quasi due anni e assolto nel 1992 – oppure in quello della rete “Sud Ribelle”: un’indagine costruita sulla base di un dossier del Ros di Ganzer che ha portato, una settimana dopo il grande forum sociale di Firenze nel 2002, all’arresto di 13 attivisti no global con capi d’accusa che vanno dall’ associazione sovversiva all’attentato agli organi costituzionali, poi tutti assolti in forma definitiva.

Una cellula anarchica di due persone

La vicenda spoletina si inserisce in questa scia, dove le tracce della presunta associazione terroristica di matrice anarco-insurrezionalista di cui sono accusati tutti i cinque arrestati svaniscono progressivamente nel nulla. Dalla rumorosa operazione di polizia – anche il consiglio comunale di Spoleto bolla all’unanimità la natura propagandistica dell’operazione – passano infatti appena una quindicina di giorni che uno dei cinque, Fabrizio Reali Roscini, viene scarcerato all’improvviso. Di notte, senza sapere nemmeno il perché. Neanche i famigliari vengono avvertiti del suo imminente rilascio. Uscito dal carcere, Reali Roscini sconta un breve periodo di arresti domiciliari per poi essere scagionato da tutte le accuse, prima del processo. A suo vantaggio viene successivamente riconosciuto un indennizzo per ingiusta detenzione (6.800 Euro). Con l’inizio del processo, il primo grado di giudizio scagiona dall’accusa di terrorismo anche Dario Polinori e Damiano Corrias. L’accusa di appartenere a una cellula anarchica con finalità eversiva si restringe dunque solo a due dei cinque arrestati iniziali: Michele Fabiani e Andrea Di Nucci. Caso unico nella storia del diritto, in Italia e forse anche al mondo, quello di una cellula terroristica formata da due persone. Talmente raro che decade definitivamente poco dopo: in appello, Andrea Di Nucci viene assolto e giudicato estraneo ai fatti.

Come è andata a finire

La pericolosa cellula terroristica Coop-Fai, con cui è stata giustificata la militarizzazione di una città e il plateale arresto cinque ragazzi di Spoleto, sparisce così nel nulla. Vengono confermate solo le condanne per danneggiamenti ad alcuni cantieri per Damiano Corrias, Dario Polinori e Michele Fabiani; quest’ultimo con una pena più alta poiché accusato anche di altre azioni.

Fabiani è infatti condannato a 2 anni e 3 mesi di reclusione per 4 delle 10 azioni di cui è accusato inizialmente: incendio di un cantiere rivendicato Coop – Fai, scritte sui muri, incendio di una ruspa e invio di una lettera con proiettili alla presidente della Regione, Maria Rita Lorenzetti, anch’essa rivendicata Coop-Fai. Egli ammette la propria colpevolezza solo per 2 delle accuse: le scritte sui muri e l’incendio di una ruspa. Negli altri casi si dichiara innocente, ma è condannato grazie a una perizia calligrafica che attribuirebbe a lui la paternità della lettera con proiettili inviata alla governatrice dell’Umbria, dalla quale viene inoltre dedotto che, essendo lo scritto rivendicato Coop-Fai, Fabiani abbia commesso anche l’incendio del cantiere rivendicato dalla stessa sigla. Nel processo penale di norma la perizia calligrafica non viene assunta a fonte di prova, poiché si tratta di una procedura che, con una probabilità di errore media del 30%, non può bastare ad attribuire colpevolezza di un evento “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Eppure per Michele Fabiani essa non solo è ritenuta sufficiente, ma fonda anche la deduzione su cui si basa la condanna per un ulteriore reato come l’incendio di un cantiere.L’intera pena – tranne due mesi ai domiciliari – viene scontata da Fabiani in carcere, poiché sulle accuse a suo carico pesa l’aggravio della finalità eversiva. Egli è infatti un anarchico militante. Ragion per cui ha anche rifiutato l’affidamento ai servizi sociali, dichiarando di non voler essere rieducato dalle proprie posizioni rivoluzionarie.

Degli altri ragazzi di Spoleto arrestati, involontari protagonisti della spettacolare operazione Brushwood, ad oggi due sono morti prematuramente: Fabrizio Reali Roscini e Damiano Corrias. Il primo, prosciolto prima del processo, ha comunque scontato circa 15 giorni di carcere e altrettanti di arresti domiciliari; il secondo, condannato a 11 mesi di prigione per una scritta su un muro, in carcere c’è stato 3 settimane, più 11 mesi di arresti domiciliari. Dario Polinori, condannato a 12 mesi per danneggiamenti e detenuto 3 settimane in carcere e 11 mesi agli arresti domiciliari, in seguito alle vicissitudini giudiziarie ha visto acutizzarsi alcuni problemi di cui già soffriva. Andrea Di Nucci, assolto poiché giudicato estraneo ai fatti, ha scontato più di 100 giorni di carcere e circa 10 mesi di arresti domiciliari, ma ha visto rifiutata dal Tribunale di Perugia la sua domanda di risarcimento danni poiché avrebbe avuto comportamenti tali da indurre lo Stato in errore (la formula di rito).

I protagonisti (e l’ecomostro)

Del clamore con cui inizialmente è stato accompagnato l’arresto di quelli che dovevano essere dei pericolosi terroristi e invece si sono rivelati solo ragazzi responsabili al massimo di piccoli reati, si sono perse le tracce, specie quando sarebbe stato il momento delle scuse. La pm che ha coordinato l’intera operazione, Manuela Comodi le cui ipotesi accusatorie si sono via via sgretolate come castelli di sabbia, continua il suo lavoro presso la Procura di Perugia. Il generale Ganzer, comandante del Ros, è in pensione dal 2012 per raggiunti limiti di età. L’allora governatrice dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti, poi condannata a 8 mesi di reclusione per lo scandalo della Sanitopoli umbra, è ora inquisita per gli appalti relativi alla Tav di Firenze e accusata di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione del geologo Walter Bellomo, membro della commissione VIA del ministero dell’Ambiente.

Ironia della sorte, alcuni mesi fa la corte di cassazione ha stabilito che l’ecomostro di Spoleto al centro della vicenda Brushwood deve essere demolito, condannando in via definitiva per abuso edilizio a quattro mesi di reclusione costruttori, architetti e dipendenti comunali.

In copertina, l'ingresso del cimitero nel bosco di Monteluco. Foto di Manuela Rosi, rilasciata in licenza Creative commons
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Marco Vulcano
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