Dalla città-fabbrica descritta nel cruciale libro di Alessandro Portelli alla città che si libera dalla fabbrica ormai slegata dal territorio per fare dell'ambiente e della mutualità la leva del nuovo sviluppo

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“Biografia di una città” di Alessandro Portelli è uno di quei testi  che racconta ricchezze e miserie di Terni attraverso la genuinità, spesso “falsata” dalla labilità aleatoria della memoria, del racconto collettivo, attraverso la testimonianza di vita vissuta della sua gente. Un testo che fa del tramando orale un patrimonio scritto, uno scritto che giocoforza racconta la città avendo come punto di arrivo e di fine quella centralità operaia che di fatto ha costruito la città. Una fabbrica/città che nel corso degli anni ha creato ricchezza producendo armi tanto da ricevere e far ricevere a Terni bombardamenti alleati che distruggevano liberando. Una fabbrica/città che uscita dalla produzione bellica ha comunque continuato a sfamare senza stare troppo attenta alle modalità di produzione.

Si produceva per lo Stato che era padre e padrone e che per questo poco si curava dei danni che la siderurgia poteva creare all’ambiente e di conseguenza alla qualità della vita di tutti e di ciascuno. Uno Stato che la contemporaneità globalizzata ha voluto in dismissione progressiva facendo sì che da dominatore assoluto fosse relegato al ruolo di comprimario di un potere multinazionale in grado di tagliare lo spazio globale con velocità crescente. In grado cioè di dettare le condizioni di produzione e di esclusione tanto nel primo quanto nel quarto mondo; in grado in fin dei conti di trasformare deboli democrazie in prestanti teocrazie del profitto in cui tutto, dall’uomo all’ambiente, andava sacrificato sull’altare dell’efficienza prestazionale calcolata senza possibilità di errore e di fuga da una matematica algoritmica assurta nel tempo a regolatrice unica dalla sacralità laica.

Terni così da città fabbrica si è trovata, nel corso del tempo, a essere un centro sempre più succube di una fabbrica a sé stante le cui finalità si sono via via allontanate dalle esigenze della città, il cui comando è divenuto via via sempre più irraggiungibile per la comunità locale, in cui il profitto massimizzato ha finito con il sostituire il benessere collettivo. Con le trasformazioni globali imposte alle comunità locali cioè quella fabbrica/città, un tempo fonte sorgiva di ricchezze, pian piano ha iniziato a mostrare tutte le miserie che accompagnavano quello sviluppo. Miserie che una bilancia non inficiata dalla mitopoiesi machista del “famo l’acciaio mica la cioccolata” mostra in tutta la loro virulenza.

Ma ogni mitopoiesi per quanto stantia ha i suoi rimandi simbolici, i suoi significati ancestrali che sono difficili da abbattere anche quando da motore di sviluppo si fanno con sempre maggiore evidenza problemi di inviluppo. Già sono ormai venti anni che la fabbrica balla in balìa di comandi lontani sempre meno controllabili, sempre meno indirizzabili. E con la fabbrica balla una città intera incapace non solo di costruire, ma più semplicemente di pensare una pista alternativa alla produzione pesante.

Dopo anni di balli sistemici e di ipocrisie di potere che al di là delle mille rassicurazioni ben evidenziano la crisi irreversibile di tale modello di sviluppo, è giunta l’ora di riscrivere una nuova biografia della città. Una biografia che non ricostruisca il passato ma che dalla ricostruzione di quel passato sia in grado di scrivere il presente che altro non è se non l’inizio del futuro. Una biografia in grado di affrancarsi dall’invasività nociva della siderurgia che faccia della bonifica un’impellenza improcrastinabile e dell’ambiente un patrimonio da difendere producendo. Il ritardo che paghiamo è un ritardo figlio sicuramente delle esigenze di potere del partito del “dissesto”,  ma nessuno si senta escluso, il ritardo voluto da pochi nel mantenimento dei propri privilegi è un ritardo che vede la complicità di troppi, se non di tutti. Nessuno si senta escluso appunto.

La riscrittura materiale della nostra città abbisogna del coinvolgimento di tutti, del coraggio di tutti, dell’onestà intellettuale di tutti. Chi più ne ha, più ne metta. L’importante è iniziare, il resto verrà da sé, non fisiologicamente ovviamente, ma grazie a una nuova mutualità, elemento necessario e non sufficiente per riscrivere il destino di tutti senza lasciarlo nelle mani di un  Fato sempre meno casuale. Se la biografia di Portelli è la biografia di una fabbrica, la biografia del domani dovrà essere la biografia di una città che rinuncia alla fabbrica in nome di un ambiente che si farà produttore di merci e riproduttore di comportamenti. In un rovesciamento semantico che non contrapponga più il lavoro alla natura ma che faccia della natura il luogo naturale del lavoro e del reddito di base.

In copertina: piazza Solferino nel 1907, foto della collezione Demuro
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Simone Gobbi Sabini
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