A quarant’anni dalla legge Basaglia, che portò alla chiusura dei manicomi, c’è ancora da fare per l’integrazione delle persone con problemi psichici. Come? Capovolgendo certe false certezze che non sono altro che pregiudizi, e che hanno a che fare più che altro con noi, i normali

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A sentire Antonio Maone riecheggiano in testa i racconti di chi visse quel grande momento rivoluzionario, perché di questo si è trattato, che portò alla chiusura dei manicomi e al varo della legge che porta il nome del leader di quel movimento: Franco Basaglia. Come i protagonisti della deistituzionalizzazione degli anni settanta del novecento furono pionieri, sperimentatori, abbattitori di regole che si erano fatte soffocanti, così oggi Maone racconta di cose fatte di soppiatto, o comunque giocando in quella zona grigia che consente di osare, come il reperimento di appartamenti in “regime di semiclandestinità”. Ma perché? Di cosa si occupa questo psichiatra che lavora al dipartimento di salute mentale della Asl Roma 1? Maone è convinto che le persone con problemi psichici debbano essere messe in grado di condurre una vita normale, a cominciare dall’abitare. Dice, Maone, che “dalla deistituzionalizzazione degli anni settanta si rischia oggi di cadere in una neoistituzionalizzazione”. Cioè: al posto dei manicomi, strutture segreganti e totali, si rischia di rinchiudere di nuovo le persone con problemi psichici in strutture per loro e solo per loro. Strutture migliori dei manicomi, ma pur sempre dedicate, in qualche modo chiuse. Invece no. Per Maone, e non solo per lui, le persone con criticità vanno ascoltate, gli vanno fatti esprimere i loro desideri, le loro esigenze. E da lì si deve partire per collocarle nella vita di tutti i giorni. In maniera accompagnata, sì, ma accettando le sfide della quotidianità. Tutte. Esattamente come succede alle persone normali, che si trovano ad avere a che fare con piccoli fallimenti, ripartenze, aggiustamenti, scarti di lato e quant’altro.

Un capovolgimento per andare avanti

È un capovolgimento di prospettiva, quello di Maone e di quelli che la pensano come lui, che si colloca sulla scia del movimento che esattamente quarant’anni fa abbatté i muri dei manicomi e liberò chi vi era recluso dentro. Gli ridà linfa e punta a ripartire da lì per spostare l’orizzonte un po’ più in là. In meglio, s’intende. Non a caso, l’occasione di ascoltare Maone, e poi Riccardo Sabatelli dell’associazione “Ispilon” di Bologna, e ancora Luca Negrogno, dell’associazione “Insieme a noi” di Modena, e Pietro Pellegrini, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl di Parma, e molti altri è stato offerto dalla cooperativa Borgorete di Perugia, che ha organizzato un convegno proprio per fare un bilancio e individuare punti da cui ripartire in tema di salute mentale e non solo. “L’inclusione sociale a quarant’anni dalla legge 180”, è stato il titolo. Ed è stata anche l’occasione per presentare un progetto curato da Borgorete all’interno del quale si è tentato di esperire nuove vie per l’inclusione sociale di venti persone con problemi psichici, che sono state accompagnate per un periodo di tempo durante l’arco dell’intera giornata mediante l’individuazione di percorsi individuali. Ancora un capovolgimento. Qui non c’è la struttura più o meno contenitiva all’interno della quale le persone devono adattarsi. Qui si cerca, al contrario, il percorso migliore per consentire una vita decente alle persone. Vogliono abitare autonomamente? Vogliono lavorare? Cercano spazi di relazione? Attraverso Social Inclusion Toolbox – questo il nome del progetto curato da Borgorete – si è tentato di dare respiro a queste esigenze. Alle loro esigenze. Non a quelle del servizio. Un’idea dirompente. Quasi quanto quella di chi cominciò a sostenere che era la terra che girava intorno al sole quando tutti erano convinti del contrario.

Salute mentale e non solo

L’approccio di Toolbox è quello seguito da anni dai numerosi relatori che si sono trovati a confrontarsi al convegno di Borgorete. Abitare, lavorare, vivere all’interno di una comunità è quello che normalmente i normali fanno. E che rischia invece di essere precluso a chi incappa in problemi psichici. Non perché ci siano pericoli particolari. Non perché ci siano controindicazioni specifiche. Ma perché così vuole lo stigma che la persona con problemi psichici porta addosso come Cristo la croce. E perché in quella direzione spingono le correnti della consuetudine. Anche di certi servizi e di certi rapporti in cui si stabilisce una interdipendenza di ruoli tra utente e operatore. In cui cioè l’utente è portato a perpetuare il suo ruolo di utente e l’operatore ha anche una certa incosciente gratificazione nel constatare che egli serve all’utente, il quale senza di lui non saprebbe come fare. Un circolo perverso, indipendente perfino dalle volontà dei protagonisti. E per questo ancor più pericoloso. Da spezzare, perché tende a cristallizzare una stortura. Si tratta di salute mentale, certo. Ma non solo. Perché una persona con problemi psichici vivrà più a molto più suo agio in una società aperta, che accoglie, che è pronta a mettersi alla prova e ha le competenze per farlo, rispetto a una società che si vuol adagiare sulle proprie certezze. E che pur di conservarle si chiude, alza muri, reclude chi disturba, fosse anche in piccole cose.

A Place de la Concorde

Una società irrigidita perde pure la capacità di guardare le cose. Sovverte anche la realtà, pur di autoconservarsi e cercare conferme alle proprie convinzioni (sbagliate). Ci si crogiola nella convinzione che le persone con problemi psichici non sappiano badare a sé, non possano lavorare, non possano intrattenere relazioni. Ma non c’è niente di più sbagliato. Siamo noi, i normali, che non vogliamo macchiarci in relazioni con loro. Siamo noi a ritenerli inadatti al lavoro semplicemente perché siamo così triturati dai nostri tempi da non volere scocciature, da non poter dedicare spazio a piccole consulenze, a banalissimi incidenti di percorso. Andiamo troppo di fretta, dobbiamo essere efficienti, noi, mica possiamo perder tempo con i matti! Stiano tra di loro. Eccole, le certezze che cerchiamo. Ma che non tengono conto della realtà. Racconta Maone, ad esempio, che l’ottanta per cento delle sperimentazioni di abitazione autonoma per persone con problemi psichici conduce a una stabilità residenziale a lungo termine. E rivela Sabatelli, che si occupa di lavoro, che nel 2016, dei 768 utenti con problemi psichici che si sono rivolti all’associazione “Ispilon” per cercare lavoro ed essere accompagnati nell’inserimento, il 62 per cento ha trovato un’occupazione. E ancora, Marco Casodi, della Fondazione “Città del sole”, racconta che la sua organizzazione ha coinvolto decine di persone in un esperimento ben riuscito di convivenza: la Fondazione mette a disposizione appartamenti in cui delle persone con problemi psichici convivono con persone che offrono un po’ del loro tempo in assistenza in cambio dell’abitazione gratuita. “Questo – dice Casodi – ha portato complessivamente a una diminuzione dell’uso dei farmaci e al miglioramento complessivo degli utenti”. Cosa dicono queste esperienze e questi dati? Che la questione della salute mentale la vediamo un po’ a modo nostro, noi normali. Ce l’accomodiamo. Aggiustiamo lo sguardo e facciamo entrare nella nostra orbita solo ciò che conferma le nostre convinzioni. Racconta Sabatelli la trasformazione toccata con mano di persone con problemi psichici catapultate dall’interno di una struttura a una gita a Parigi. “Nella struttura li vedevi apatici, chiusi nel loro ruolo di malati. A Place de la Concorde fu uno spettacolo, come se gli scorresse nelle vene un sangue diverso”. Da malati a turisti. Il passo può essere breve. E questo ci dice quanto lo stigma sia un problema. Anche nostro.

Che fare?

Già, ma che fare? Spogliarsi delle proprie certezze, che spesso sono pregiudizi, e partire dalle esigenze delle persone con problemi. Che non sono tutte uguali. Sono ognuna una storia, esattamente come i normali. Chiedere loro se desiderano vivere autonomamente, se desiderano lavorare. E se la risposta è sì, predisporre percorsi flessibili adatti ad accoglierle, non chiuderle in recinti preconfezionati. Questo fa Maone da quando reperiva semiclandestinamente appartamenti per tentare di far sperimentare una vita normale a persone che ci avevano perso l’abitudine. Questo fa Sabatelli con la sua associazione “Ipsilon”, che garantisce sostegno alle persone con problemi entrate nel mondo del lavoro. Questo fa Negrogno con la sua associazione “Insieme a noi”, dove le persone associate non hanno il timbro di volontari o utenti, ma sono tutte sullo stesso piano e dove la voce e le esperienze delle persone con problemi contano. E questo fa Pellegrini nella sua Asl, dove si sperimenta il budget di salute, che non è altro che la messa in pratica di questi principi: percorso individuale e flessibile, centralità della persona con problemi, massima attenzione alle sue esigenze.

La centralità dell’esperienza

Alla base di tutto questo c’è un altro capovolgimento di senso, l’ennesimo. La persona con problemi psichici non viene prima istruita e poi collocata, in casa o in abitazione che sia. La persona, se lo vuole, può trovare collocazione in un’abitazione autonoma o presso un luogo di lavoro e lì, in quei luoghi aperti, la si sostiene. Non è una cura. Ma aiuta. Fa recuperare un senso di autoefficacia, consente di apprendere attraverso l’esperienza diretta, permette di bilanciare l’erosione del sé che si è subita con i ricoveri, con i farmaci, i cui paradigmi hanno mostrato ormai tutti i loro limiti, dice Maone, “eppure continuano a saturare lo spazio dell’azione terapeutica”. La questione dell’avere già persone pronte prima di inserirle – in autonoma abitazione o al lavoro – ha molto a che fare, ancora, con noi, i normali. Il problema è che possono passare tempi biblici prima che la persona la si consideri pronta. Invece è provato che a contesti diversi corrispondono atteggiamenti diversi. Esattamente come per i normali. Oppure voi vi comportate allo stesso modo quando siete a casa, o in una riunione di lavoro, o in spiaggia?

Cambiare noi (la questione dei soldi)

I primi a cambiare dovremmo essere insomma noi, qua fuori. Diventare più flessibili, predisporci a capire. Perché le nostre certezze spesso poggiano sul nulla e ci portano ad adottare comportamenti e pratiche sbagliati. C’è un problema di risorse, per attivare questo tipo di percorsi personalizzati? Sì. Ma solo nella misura in cui siamo abituati da decenni a predisporre i bilanci pubblici in un certo modo. A darli alle strutture e non ad indirizzarli alle persone per soddisfare le loro esigenze. Pellegrini su questo è chiarissimo: “L’istituzionalizzazione costa molto di più in termini umani, di qualità della vita ma anche economici”. Il budget di salute, l’inclusione attraverso il social toolbox di Borgorete, insomma, sono indicazioni di percorso. Sperimentazioni utili per riprendere la rivoluzione innescata da Basaglia. Perché la battaglia per una qualità della vita di tutti, anche delle persone con problemi psichici, non è affatto finita. Anzi. E chi vuole vivere in una società aperta dovrebbe farla sua. Capovolgendo. Come quelli che se ne uscirono dicendo che era la terra a girare intorno al sole, facendo una rivoluzione, e non viceversa.

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In copertina, foto tratta da www.pixabay.com
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Fabrizio Marcucci
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