Il Reddito di Inclusione sta partendo. Una novità per il welfare italiano, ma anche una misura largamente insufficiente a combattere sul serio la povertà

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Come avevamo già scritto, fino dal 1992 l’Europa aveva invitato tutti i paesi membri a dotarsi di un Reddito Minimo Garantito. L’Italia non l’ha fatto per tutto questo tempo e non dispone ancora di un istituto di sostegno al reddito omogeneo a livello nazionale e per tutti i cittadini che si trovano in condizioni di bisogno. La recente introduzione del Reddito di Inclusione (ReI) non si può dire che abbia colmato il vuoto. Vediamo perché.

Secondo il decreto legilsativo che lo istituisce, il ReI è una “misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale”, “a carattere universale”, condizionata alla prova dei mezzi (bisogna cioè dimostrare di non avere risorse economiche sufficienti) e all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa “finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà”. Possono ricerverlo anche i cittadini non italiani comunitari, quelli con permesso di soggiorno e i titolari di protezione internazionale residenti in Italia da più di due anni. Come i disposivi previsti in tutta Europa, “è articolato in due componenti: a) un beneficio economico […]; b) una componente di servizi alla persona identificata, in esito ad una valutazione multidimensionale del bisogno del nucleo familiare […], nel progetto personalizzato”. Il ReI spetta solo ai nuclei familiari con un valore dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente, ndr) non superiore a 6.000 euro all’anno e uno del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro. “In prima applicazione”, possono accedervi solo i nuclei con figli minorenni o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati ultra cinquantacinquenni. Il beneficio economico è pari alla differenza tra la soglia reddituale di accesso e il reddito familiare, e copre il 75% di questa differenza. In soldoni, può andare da circa 190 euro mensili per una persona sola fino a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti ed è corrisposto sottoforma di carta di pagamento elettronica, con la quale è possibile anche prelavare contanti (ma con un limite mensile non superiore alla metà del beneficio massimo concesso). La definizione del progetto personalizzato, a cui i beneficiari sono tenuti ad attenersi è demandata ai Comuni e deve contenere: “a) gli obiettivi generali e i risultati specifici che si intendono raggiungere in un percorso volto al superamento della condizione di povertà, all’inserimento o reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale; b) i sostegni, in termini di specifici interventi e servizi, di cui il nucleo necessita, oltre al beneficio economico connesso al ReI; c) gli impegni a svolgere specifiche attività, a cui il beneficio economico è condizionato, da parte dei componenti il nucleo familiare”. È vero che il progetto personalizzato deve essere “definito con la più ampia partecipazione del nucleo familiare, in considerazione dei suoi desideri, aspettative e preferenze”; ma il decreto legislativo prevede una dettagliatissima serie di sanzioni nel caso in cui i componenti del nucleo familiare beneficiario non dovessero attenersi ai “comportamenti previsti nel progetto personalizzato”. Non è possibile ricevere il ReI per più di 18 mesi; alla scadenza di tale periodo, si può riformulare la richiesta, ma solo dopo che siano trascorsi 6 mesi dall’ultima erogazione. La misura è finanziata con un Fondo nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, la cui dotazione è di poco inferiore ai 2 miliardi di euro.

Il ReI, come tutte le altre misure contro
la povertà previste in Europa,
non copre tutti e non copre tutto

Non ci sembra difficile evidenziare i lati positivi, ma soprattutto quelli negativi, di questa nuova misura. Partiamo dai primi, che del resto non sono molti. Il ReI, indubbiamente, costituisce un primo passo verso l’introduzione di uno strumento reale ed efficace di contrasto alla povertà. Colma perciò, sebbene in parte, la storica lacuna di welfare del nostro paese. La sua introduzione dimostra che un Governo italiano, finalmente, prende sul serio il fenomeno povertà e cerca, almeno, di provare a fronteggiarlo. Costituisce una boccata d’ossigeno per chi è in deprivazione materiale e può essere visto come un “embrione” di un qualcosa che, poi, i Governi successivi potranno seguire. Ma qui ci fermiamo, perché i lati negativi sono, a nostro avviso, più significativi.

Come tutte le altre misure contro la povertà previste in Europa, non copre tutti e non copre tutto; ma questa distanza dal “tutti” e dal “tutto” è veramente molto ampia. Infatti, non si tratta affatto, al contrario di quanto dichiarato, di una misura universale, perché chi ne ha diritto (sebbene “in prima applicazione”) è solo una minoranza dei poveri: le famiglie con figli minorenni o disabili, le donne in stato di gravidanza e i disoccupati ultracinquantenni. Questa popolazione è stimata in quasi 500.000 nuclei familiari, pari a circa 1.800.000 persone.

Restano fuori dalla copertura prevista
i tre quarti del totale della popolazione
povera censita in Italia

Restano fuori tutti gli altri poveri: cioè i tre quarti del totale, visto che oggi, in Italia, sono poveri 4 milioni e mezzo di individui. E coloro che hanno diritto al ReI ricevono un sussidio davvero misero: 190 euro mensili se si è da soli e 490 per una famiglia con 5 o più componenti. Un ammontare che, forse, non farà morire di fame chi lo riceve, ma che senz’altro, e al contrario di quanto affermato nel decreto istitutivo, non può permettere di “affrancarsi dalla condizione di povertà”. Ecco perché non copre tutti e non copre tutto. È vero che il decreto istitutivo prevede l’adozione di un Piano nazionale per la lotta alla povertà, che potrà, in un futuro a dire il vero non meglio precisato, estendere progressivamente la platea dei beneficiari e incrementare gradualmente l’entità del sussidio; questa disposizione, però, è poco più di una dichiarazione di principio e, allo stato dei fatti, i soldi stanziati per il ReI sono drammaticamente pochi: 2 miliardi non bastano affatto, perché una reale misura di Reddito Minimo Garantito per tutti i poveri costerebbe, a seconda delle stime, dai 7 ai 20 miliardi di euro all’anno. E poi non si può contare sul ReI per sempre: nell’ottica del welfare dell’attivazione, la sua durata è stata prevista in 18 mesi, passati i quali se ne può fare di nuovo richiesta solo dopo altri 6 mesi, per non passivizzare chi ne beneficia. Davvero arduo pensare che ci si possa cullare sulle cifre così modeste garantire dal ReI e passivizzarsi. La determinazione di questo periodo massimo di fruizione appare, come nota Chiara Saraceno, “doppiamente assurda”: primo, “perché logica vorrebbe che, così come avviene nella maggior parte dei paesi, il sostegno si dà finché il bisogno persiste. Si possono, anzi si devono, fare controlli periodici sulla partecipazione dei beneficiari alle attività proposte e sulla loro effettiva disponibilità ad impegnarsi. Ma se, nonostante tutto l’impegno e la disponibilità, non si è trovata una via di uscita, perdere il sostegno significa ritornare al punto di partenza. Difficile che nei sei mesi di attesa obbligatoria prima di poter fare di nuovo domanda di sostegno la situazione migliori. Anzi, il rischio è che si interrompano percorsi potenzialmente virtuosi”. Secondo, perché “è ampiamente noto che sono le persone con meno difficoltà personali e famigliari ad uscire più velocemente dall’assistenza. Chi ha più difficoltà richiede più tempo”.

Se deve, come deve, essere considerata una misura simile a quella prevista dappertutto in Europa, il ReI è assai deludente. Lo è ancor di più per chi è a favore del reddito per tutti, quello per cui chiunque, a prescindere dalle effettive risorse economiche a disposizione, riceve un sussidio senza alcuna contropartita: siamo molto, ma molto lontani a qualcosa che solo gli assomigli, visto che l’importo è basso, la fruizione è totalmente condizionata alla partecipazione ai progetti personalizzati, non viene ricevuto su base individuale ma familiare e non è garantito per sempre. Una toppa troppo piccola per un buco troppo grande.

In copertina, foto tratta da www.pixabay.com
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Ugo Carlone
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