Movimenti dal basso e associazioni si battono per un ambiente migliore e smontano molte narrazioni dominanti. A Colleferro e Terni, il No agli inceneritori è anche un sì ad un diverso smaltimento dei rifiuti. Due realtà in lotta da conoscere.

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I diritti non nascono tutti in una sola volta. Certe richieste avanzano solamente di fronte a nuovi bisogni e i nuovi bisogni emergono in corrispondenza del mutamento delle condizioni sociali e quando lo sviluppo tecnico permette di soddisfarli. Il No agli inceneritori che viene dal basso, dalla cittadinanza e dalle associazioni dei territori, è un Sì ai diritti cosiddetti di terza generazione tra cui c’è anche il diritto a vivere in un ambiente non inquinato. Esiste anche la quarta generazione dei diritti umani (da internet alle mutazioni genetiche), ma ciò non significa che quelli precedenti siano stati conquistati. Anzi.

Colleferro e Terni

A Colleferro, 50 km a sud di Roma, gli inceneritori sono stati costruiti uno nel 2002 e l’altro nel 2003, nonostante la ASL avesse dato parere negativo poiché sul territorio erano già presenti industrie altamente inquinanti. Gli inceneritori vengono collocati sopra al quartiere Scalo e gli abitanti iniziano a manifestare. Nel 2009 gli impianti vengono sequestrati per vari reati, tra cui traffico illecito di rifiuti e manomissione dei dati relativi alle emissioni. Da questo momento la cittadinanza ricomincia a mobilitarsi: due mesi dopo il sequestro, riparte la produzione e negli anni la popolazione è più volte scesa in piazza e le associazioni hanno denunciato il mancato rispetto delle norme attraverso azioni legali. L’ultima manifestazione è stata il 28 luglio di quest’anno, per protestare contro la decisione del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e del sindaco di Roma Virginia Raggi, di portare a Colleferro i rifiuti della Capitale.

Gli inceneritori a Terni sono stati tre fino al 2007. Per dieci anni uno di questi ha bruciato il risultato di lavorazione dei rifiuti urbani finché è stato smantellato. Nei primi anni 2000 sono entrati in funzione gli altri due: attualmente sono di proprietà di Acea e di una holding di Ravenna. Il comitato No inceneritori nasce opponendosi a questi due impianti alimentati a biomasse, la parte biodegradabile di ogni rifiuto. Dal 2010 ad oggi sono state organizzate decine di sit-in e manifestazioni, l’ultima con più di 7.000 persone (ne abbiamo parlato su Ribalta qui e qui).

Retoriche da smontare

Mentre queste realtà nate dal basso si mobilitano da anni, in Italia si fa strada (e in parte si è consolidata) la retorica che vede da una parte gli impianti di smaltimento dei rifiuti come gli inceneritori necessari perché urgenti; dall’altra retrogradi rompiballe che vogliono il proprio orticello pulito a danno di altri, purché lontani. Questo tipo di narrazione vorrebbe isolare le proteste e rappresentarle come questioni di provincia che non interessano le cronache nazionali.
Invece, nel periodo storico ed economico che caratterizza il mondo cosiddetto civilizzato dalla rivoluzione industriale in poi, contestazioni come quelle del comitato No inceneritori di Terni in Umbria o delle associazioni di Colleferro nel Lazio, esprimono la volontà di acquisire diritti universali storicamente riconosciuti e non sono affatto contrarie al progresso. Infatti in entrambi i casi, accade che allo sviluppo tecnologico legato all’industria segua da parte dei cittadini la richiesta di superare i vecchi impianti presenti sul territorio in cui abitano, sostituendoli con metodi meno inquinanti.

Secondo Alberto Valleriani, presidente della Rete a tutela della Valle del Sacco, “a Colleferro la Regione Lazio e il Campidoglio vorrebbero riammodernare i vecchi inceneritori per risolvere il problema dei rifiuti della Capitale. Gli impianti però, brucerebbero comunque le ecoballe (risultato della lavorazione dei rifiuti urbani indifferenziati), continuando a provocare danni alla salute, a livello respiratorio e cardiovascolare. Non permetteremo che ciò accada. Esistono nuove tecnologie e vanno utilizzate quelle: con gli impianti a recupero di materia ad esempio, si riesce a ridurre notevolmente la parte indifferenziata e non è prevista nessuna combustione”. Anche Fabio Neri del comitato No inceneritori di Terni, la pensa allo stesso modo: “Sono impianti inutili e dannosi. Siamo contrari perché inquinano l’ambiente, sono nocivi per la salute e perché l’incenerimento è un metodo obsoleto di smaltire i rifiuti; anche quelli che chiamano impianti di ultima generazione emettono comunque polveri ultrafini. Il sistema italiano si basa principalmente su discariche e inceneritori, ma la filiera del recupero e del riciclo è ormai avanzatissima da un punto di vista tecnologico ed è a questo che bisognerebbe guardare”.

Strane norme

Presa consapevolezza del fatto che l’innovazione permette di chiedere nuove forme di protezione della salute, il passo successivo è l’effettiva richiesta di tali diritti alle istituzioni. Siamo al problema del potere dell’uomo sull’uomo. I cittadini contestano chi fa le leggi e chi le applica perché queste non tengono conto delle loro istanze. Per Fabio Neri “gli inceneritori di Terni sono alimentati a biomasse, la frazione biodegradabile dei rifiuti, e in base a questa dicitura viene bruciato il pulper di cartiera, composto per il 60-70% di plastiche eterogenee e da una quota molto variabile di cellulosa. In virtù di questa parte di cellulosa l’intero rifiuto viene considerato una fonte rinnovabile di energia. La magia della normativa italiana!”.

A partire dalla messa in discussione delle norme vigenti, le associazioni presenti a Colleferro arrivano a proporre delle alternative, sempre in virtù di quel diritto a vivere in un ambiente sano che deve essere ancora conquistato. “In base all’art. 35 della legge detta Sblocca Italia (in cui i termovalorizzatori sono definiti insediamenti strategici di preminente interesse nazionale), il piano di fabbisogno regionale ha individuato gli inceneritori di Colleferro per lo smaltimento dei rifiuti soprattutto in funzione delle necessità romane. Questo non è accettabile -sostiene Alberto Valleriani- ed è necessario prevedere un fabbisogno locale, a bacini di utenza. Un territorio circoscritto deve poter autodeterminare l’impiantistica che occorre per smaltire solamente quello che produce“.

Sia Terni sia Colleferro sono ampiamente industrializzate e sull’ambiente gravano le emissioni non solo degli inceneritori ma di tutti gli altri impianti, dalle acciaierie al cementificio. Proprio la presenza di questi insediamenti industriali ha determinato, nel bene e nel male, mutamenti sociali, nuove consapevolezze ed esigenze. Pretendere l’utilizzo di nuove tecnologie; mettere in discussione le leggi che sembrano guardare al passato più che al futuro; rivendicare la possibilità di vivere in un ambiente sano sono istanze che rappresentano la continuazione di un processo inarrestabile: la conquista dei diritti dell’uomo per il miglioramento della vita propria e della collettività.

Marina de Ghantuz Cubbe
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