Dalla "teoria del vetro spaccato" e dalla “tolleranza zero” prendono corpo strategie che confondono concettualmente la lotta al crimine con la repressione di comportamenti disturbanti o non omologati ai canoni dominanti e con l'esclusione dagli spazi pubblici di chi causerebbe il "degrado". Nella migliore delle ipotesi, è solo mettere la (presunta) polvere sotto il tappeto. Nella peggiore, è la via verso la riconfigurazione radicale degli spazi pubblici per finalità che non lo sono

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Che cos’è uno spazio pubblico? Un luogo che, essendo pubblico, è di tutti? Troppo vago e forse, visti i tempi, controproducente: ci vuole un momento che quello spazio divenga poi di nessuno e che quei “tutti”, alla fine, se ne freghino altamente (salvo poi lamentarsi del degrado). Proviamo con un’altra formula: uno spazio si definisce pubblico quando vi è per tutti un uguale diritto di stare in esso. Ma proprio per tutti? Per tutti i “cittadini” o anche per coloro che cittadini non sono? E questi tutti, chiunque essi siano, che regole devono rispettare per stare lì? Insomma, quali sono le condizioni di utilizzo di uno spazio pubblico? E come vengono definite queste condizioni? E soprattutto da chi? Considerazioni che aprono il campo a una miriade di implicazioni e non possono non rimandare, di questi tempi, a fantasiosi divieti e stringenti condizioni contenuti in parecchie ordinanze “creative” dei sindaci. Le quali, a ben vedere, non è che siano poi un elemento così contingente, e nemmeno un lascito politico di certe fazioni e non di altre: in tempi meno recenti, le ordinanze di gestione degli spazi pubblici hanno evidenziato pulsioni e desideri regolativi molto bipartisan. Forse è il caso di approfondire.

Il concetto di spazio pubblico

Per la Treccani, lo spazio pubblico è, in prima istanza, “quell’insieme di strade, piazze, piazzali, slarghi, parchi, giardini, parcheggi che separano edifici o gruppi di edifici nel momento stesso in cui li mettono in relazione tra di loro”. L’Enciclopedia propone anche un ben più pregnante significato, che non si limita all’essenza fisica: “Complesso degli ambienti urbani esterni il cui accesso è non solo aperto a tutti, ma riveste un carattere particolare, riguardante la qualità del modo con il quale questa accessibilità si dà”. In questa accezione, lo spazio pubblico è “l’esito della compresenza di più categorie tese ad assicurare una specifica tonalità ideale, iconica e comportamentale alla fruizione di strade e di piazze“. Oltre alla libera accessibilità, la Treccani fa rientrare in questa categoria il “senso di sicurezza“, che, “assicurato soprattutto dalla possibilità di misurare e delimitare lo spazio pubblico, fa sì che nelle città ci si senta al riparo da rischi e da imprevisti”. C’è di più: “A questa sensazione di essere protetti – una sensazione che però può venire in determinate occasioni improvvisamente smentita – fa seguito subito dopo un principio di sovranità, per il quale chi frequenta lo spazio pubblico è in qualche modo convinto di possedere idealmente le strade e le piazze, come se esse fossero una proiezione mentale di chi le sta percorrendo e attraversando”. In conclusione, lo spazio pubblico è “quello spazio dotato di permanenza che produce in chi lo fruisce la doppia e profonda impressione di appartenere alla città, ma anche che essa appartenga a chi la abita. In effetti è proprio sull’esistenza dello spazio pubblico che si sostiene, per ciò che riguarda la struttura fisica dell’organismo urbano, il concetto di cittadinanza”.

Riassumendo: se è vero che lo spazio pubblico è aperto a tutti, è cruciale la modalità con la quale viene dato questo libero accesso. Caratteristica intrinseca dello spazio pubblico è il senso di sicurezza nel corso della sua fruizione o frequentazione; e il senso di sicurezza è connesso ad un principio di possesso ideale da parte di coloro che percorrono e vivono lo spazio pubblico. Su questa forma di possesso ideale, si fonderebbe il concetto stesso di cittadinanza.

Le regole dell’accesso

Se tutti, teoricamente, possono entrare all’interno dello spazio pubblico, esistono tuttavia delle modalità per poterne fruire. Un primo elemento: qualcuno, isolatamente o in gruppo, può escludere qualcun altro, direttamente o indirettamente, ma in modo del tutto arbitrario, dalla fruizione di quello spazio pubblico. Arriviamo al punto: si vive male se qualcuno spaccia droga o si prostituisce regolarmente nel tuo quartiere o sotto la tua casa, e magari ti minaccia se lo guardi o se semplicemente passi di lì.

I comportamenti non solo di per sé penalmente rilevanti, ma che aumentano la possibilità di essere vittima di un reato comportano anche una crescita del rischio che coinvolge in particolare alcune categorie di persone, più fragili e vulnerabili (anziani, donne, minorenni in genere), e possono causare, alla fine, una progressione per queste ultime: dall’insicurezza alla paura, quindi dal ritiro sociale all’evitamento, quanto più possibile, di certi luoghi. Appare ovvio che un’occupazione di spazi pubblici effettuata da qualcuno, isolato o in gruppo, che attui comportamenti e persegua finalità penalmente illecite, o ricorra comunque alla minaccia o alla violenza, comprime quel diritto collettivo alla fruizione dello spazio pubblico. In questi casi è compito dei pubblici poteri tentare di ristabilire al più presto quel diritto nei confronti di coloro che ne sono stati esclusi.

Esiste però una gamma di situazioni e comportamenti al limite, che, senza scomodare in via diretta il diritto penale, comportano un uso quanto meno controverso dello spazio pubblico. Pensiamo a quanto possa essere fastidioso il fatto che degli anziani o delle famiglie con bambini non possano fruire di un determinato spazio perché un gruppo di giovani, magari con una certa vivacità comportamentale (ascoltare musica, strillare, fare qualche evoluzione in bici) creano una situazione oggettivamente di difficile vivibilità. Oppure, in una piazza di una zona commerciale, potrebbe essere non proprio piacevole per tutti i passanti o i fruitori che solo alcuni di essi decidano di svolgervi partite di calcio o evoluzioni con gli skateboard. Semplici esempi di comportamenti che potrebbero rivelarsi inadeguati, inappropriati e disturbanti.

Chi disturba chi?

Ma disturbanti rispetto a cosa? In primo luogo, rispetto alla destinazione d’uso di quello spazio. Si può pensare difatti che le corrette modalità comportamentali possano essere dipendenti dallo specifico tipo di spazio pubblico. Quindi, rispetto ai fruitori di quegli spazi che ne rispettino la destinazione d’uso. Ma chi decide le qualità o la destinazione d’uso di uno spazio pubblico? In teoria, le politiche urbanistiche; in pratica, non sempre è dato sapere. O meglio, non risulta sempre chiaro quanto la matrice pubblica possa venire influenzata da quella privata e/o commerciale.

La questione allora si fa interessante. Dovremmo come prima cosa rifuggire da una valutazione neutrale o scontata: le finalità di uno spazio pubblico possono essere commerciali, aggregative, estetiche (senza che l’una escluda l’altra), in base a precise scelte. Perché per la vita della città e delle persone, un conto è costruire una zona commerciale con spazi pubblici annessi, un altro è mettere in piedi un sistema di giardini pubblici con impiantistica sportiva polivalente. Nella scelta del tipo di spazio pubblico è fondante la volontà politica, ma al tempo stesso (senza che ci sia nulla di particolarmente scandaloso) si deve tenere conto del condizionamento, implicito o esplicito, diretto o indiretto, esercitato da gruppi di pressione di diversa natura (sociale, demografica, economica, finanziaria).

Quindi: la modalità di accesso allo spazio pubblico dipende dalla caratterizzazione che ne dà la mano pubblica; per cui, la scelta concreta di tale modalità può essere tutt’altro che neutrale. Col sospetto ulteriore che essa, all’interno della regolazione comportamentale, possa celare una definizione più ampia, in riferimento alla preferenza categoriale per determinati gruppi sociali, etnici o demografici, e la limitazione o esclusione per altri.

Spazio pubblico e sicurezza

Ragionare di sicurezza come caratteristica intrinseca degli spazi pubblici non è semplice e implica un’opzione di metodo, dal momento che non c’è probabilmente stato altro argomento che negli ultimi decenni abbia subito così profondamente gli umori popolari, le pressioni mediatiche e le istanze politiche, a discapito delle analisi scientifiche. Se considerare il concetto di prevenzione, controllo e repressione dei comportamenti devianti o criminali negli spazi pubblici deve essere la norma, soprattutto ove tali comportamenti comportino la compressione del diritto di ciascuno a stare in quegli spazi senza subire reati, quello che colpisce è che vi è stata nel tempo un’inesorabile progressione di un’idea di sicurezza che, privilegiando una configurazione ideologica del tema, ha identificato tutto il crimine con quello cosiddetto di strada. Risultato: aver ampliato verso il basso (le maledette inciviltà…) e ristretto verso l’alto (la crescente difficoltà a configurare i crimini dei potenti come tali e non come semplici “marachelle”) la forbice dell’attenzione penale.

Un andamento scandito dall’emanazione ricorrente e mediaticamente impattante di “pacchetti sicurezza”, la cui genesi è molto bipartisan. Una differenza si scorge nella temporalità delle emanazioni: il centrosinistra ricorre all’arma affilata della sicurezza verso la fine del mandato, per recuperare consensi nell’area moderata; il centrodestra tende ad inaugurare l’azione di governo usando questo tema, come elemento operativo e come manifesto propagandistico. Quello che accomuna i due approcci è la profusione di energie verso l’obiettivo senza risparmio di mezzi, nonché il riferimento ossessivo e selettivo a certe pratiche di crime control: in particolare, l’onnipresente “tolleranza zero”, la cui destrissima origine è rinvenibile nella famosa teoria del vetro spaccato (broken windows theory) e nel “modello Giuliani” da essa derivato.

La teoria del vetro spaccato

Ma cos’è esattamente la teoria del vetro spaccato? Nel 1982, in piena era reaganiana, due intellettuali cari ai circoli ultraconservatori, il criminologo James Q. Wilson (guarda caso proprio consigliere per la sicurezza dell’allora presidente USA Reagan) ed il politologo George Kelling, attraverso un breve articolo pubblicato su un periodico culturale di vasta tiratura [1], definiscono non un paradigma scientifico ma un vero e proprio progetto politico, culturale ed economico che fa riferimento ad una logica di senso comune per arrivare ad una conclusione assiomatica: il degrado urbano e le inciviltà sono dei propellenti diretti e lineari per lo sviluppo e l’affermazione della grande criminalità. La supposizione si basa sull’assunto che nello spazio fisico urbano il disordine sociale sia qualcosa di contagioso e che esso si propaghi attraverso l’incuria, favorendo col passare del tempo l’aumento della criminalità. Così, se in un edificio vi sono dei vetri infranti e nessuno li sostituisce, si teorizza che dopo poco tutte le finestre subiranno la stessa sorte, indicando in primo luogo che nessuno dei residenti è disposto a difendere i beni degli altri contro gli atti di vandalismo. Questi segni di inciviltà tenderanno, sempre secondo Wilson e Kelling, ad acuire il senso di insicurezza, e ciò potrà spingere la comunità residente verso un comportamento di ritirata, scarsa interazione e cooperazione sociale, con un indebolimento dei meccanismi di controllo sociale informale ed una maggiore vulnerabilità al crimine, configurando una sorte di spirale perversa.

La teoria del vetro spaccato, negli ultimi quattro decenni, ha avuto molta fortuna politica, sebbene ampia parte della dottrina e della ricerca socio-criminologica ne abbia evidenziato limiti teorici e di risultato e conseguenti pratiche fortemente discriminatorie. Alla fine, il suo punto nodale sembra coincidere con una pura e semplice legittimazione di un maggior potere repressivo sulla base del “comune sentire” del cittadino medio e dei suoi modelli di “decoro” e “ordine”.

Di chi è la responsabilità?

Ciò che latita in questo approccio (dal quale si sono sviluppate generazioni di ordinanze municipali “creative”, a volte grottesche nella loro puntigliosa ossessione di controllo) è la considerazione della responsabilità pubblica nella progettazione, creazione, finalizzazione e gestione di quegli spazi pubblici che costituiscono il set nel quale si svolgono azioni o omissioni, si concretizzano tutele e si verificano incurie, si mettono in atto comportamenti adeguati o inciviltà. Un approccio che, in una curiosa inversione dell’onere della prova, trascura l’ipotesi che il senso di sicurezza dei luoghi possa dipendere dal grado di appartenenza agli stessi di chi li frequenta, da processi partecipativi dal basso nella progettazione e messa in opera, dalla condivisione delle finalità nella loro gestione.

Come ci arrivano i gruppi devianti o criminali a occupare gli spazi pubblici? Certi comportamenti nascono e fioriscono dal nulla? Certi traffici a chi possono risultare utili? Perché vengono occupati alcuni spazi urbani, e non altri? E siamo sicuri che la mancanza di partecipazione e condivisione nella progettazione e gestione degli spazi pubblici non giochi un ruolo di primo piano, in negativo? Il senso di sicurezza è una caratteristica fondante nel vivere gli spazi pubblici, ma la sua mancanza e la conseguente paura della criminalità dipenderebbero, secondo la vulgata dominante, dall’incuria o dal degrado messo in atto o tollerato da chi li frequenta e vive. Non dalla mancanza di progettazione condivisa del potere pubblico coi potenziali frequentatori o fruitori, o da una definizione della finalità di quegli spazi non coincidente, in realtà, con l’interesse pubblico. Fruitori e frequentatori, però, possono recuperare il loro senso di sicurezza grazie alle politiche di prevenzione, ma soprattutto di repressione, messe in atto negli spazi pubblici.

Garantire i “desiderabili” e basta

Fatto sta che questo approccio, bello o brutto che sia, dei risultati li ha ottenuti. Un primo risultato è la tendenza psicologica collettiva verso l’assuefazione ad una idea di perenne insicurezza e verso l’accettazione acritica di analisi affrettate e soluzioni unidirezionali. Un costante scivolamento verso la normalizzazione della paura che, alla prova dei fatti, si è dimostrato terreno ideale per gestire con scaltrezza e cinismo i peggioramenti delle condizioni sociali ed economiche collettive. Un secondo risultato è quello di aver dissimulato efficacemente i cambiamenti epocali del mondo tardo-moderno, cioè l’affermazione di modelli economici, sociali e relazionali caratterizzati da competizione, individualismo e ritiro sociale, che non solo hanno favorito l’emersione di un generalizzato aumento di ansietà, sospetto e paura (in una parola, insicurezza), ma hanno altresì ridefinito il concetto stesso di spazio pubblico.

Scriveva il sociologo inglese Ian Taylor nel 1999 [2]: “Il senso della città come una configurazione di pochi edifici privati (negozi, uffici) inseriti all’interno di un vasto territorio pubblico (parchi pubblici, la via principale, stazioni di autobus municipali, ecc.) – generalmente costruita intorno ad un simbolo pubblico centrale, come il municipio – è stato sostituito da un nuovo ‘immaginario urbano’, nel quale una città è ri-immaginata come una configurazione di edifici aziendali autosufficienti con propri fast food e spazi per il tempo libero, di centri commerciali e di parcheggi privati con servizio di sorveglianza, e di una serie di luoghi privati per lo sport ed il tempo libero, sempre strettamente adiacenti ad una intera gamma di istituti finanziari privati”. In città del genere, l’edificio principale, in termini pratici ed estetici, è il centro commerciale, e non fa niente se non si trova nel centro “tradizionale”. “La ricca e rigogliosa geografia sociale della città post-fordista è, in questo senso, uno schema in grado di fornire senso, spazialmente parlando, al rapido emergere della struttura sociale della market society, nella quale il possesso di un titolo o di un altro per l’accesso (come impiegato di un’azienda sita nell’edificio, come addetto alle pulizie del complesso, o come un cliente dedito allo shopping) dà il diritto di entrare senza essere intercettato dallo staff della sicurezza privata impegnato a sorvegliare il perimetro di questi spazi”.

Insomma, un’inarrestabile tendenza “di mercato”, che trova nelle pratiche di sorveglianza invasiva, soprattutto di natura tecnologica (l’onnipresente videosorveglianza), il suo compimento. E che è diretta alla trasformazione degli spazi pubblici urbani da luoghi di socializzazione a luoghi di mero consumo, dove è essenziale diminuire i rischi ed aumentare il senso di sicurezza: è il feel good factor, da garantire per i frequentatori abituali e “desiderabili” di zone ridisegnate per il business, il commercio ed il tempo libero.

Politiche e pratiche di esclusione

Questa configurazione, esaltando lo strumentario tecnologico, sempre più visto come definitivo risolutore, trascura come una parte consistente della sicurezza sia basata non tanto sulla sorveglianza quanto sull’interazione e sulla socializzazione umana, o in altre parole sull’efficacia sociale collettiva [3]. E normalizza un impulso escludente verso tutto ciò che può essere considerato fonte di “sporcizia”, di “fastidio”, di “disordine urbano” o verso abitudini comportamentali e di aspetto esteriore non omologate al cliché: nei casi più eclatanti, ubriachi, prostitute, marginali di vario genere; subito dopo, gruppi di giovani potenzialmente disturbanti per la loro mera presenza, tanto più disturbanti se neanche consumano; poi ancora, chi appartiene a minoranze etniche sgradite.

Insomma, visto che la sicurezza è legata ad un principio di possesso ideale dello spazio pubblico da parte di coloro che lo vivono, è essenziale, per questo paradigma, selezionarne i fruitori. Con l’aiuto, ben venga, della sorveglianza tramite telecamere. Qui il cerchio, sinuosamente, si chiude: dalla teoria del vetro spaccato e dalla “tolleranza zero”, prendono corpo strategie che confondono concettualmente la lotta al crimine con la repressione di comportamenti disturbanti o non omologati ai canoni dominanti e con l’esclusione dagli spazi pubblici di chi causerebbe il “degrado”. Nella migliore delle ipotesi, è solo mettere la (presunta) polvere sotto il tappeto. Nella peggiore, è la via verso la riconfigurazione radicale degli spazi pubblici per finalità che non lo sono.

Note
[1]

Wilson J.Q., Kelling G.L. (1982), Broken Windows: The Police and Neighborhood Safety, in “The Atlantic Monthly”, Vol. 249, n° 3, pp. 29-38.

[2]

Taylor I. (1999), Crime in context. A Critical Criminology of Market Societies, London, Westview Press, p.60 (traduzione nostra).

[3]

Sampson R. J., Raudenbush S.W. (1999), Systematic Social Observation of Public Spaces: A New Look at Disorder in Urban Neighborhoods, in “American Journal of Sociology”, Vol. 105, n° 3.

 

Foto di copertina tratta da www.pixabay.com
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Ugo Carlone – Gian Paolo Di Loreto
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